Biennale di Venezia 2026: l’Australia ritira Khaled Sabsabi tra polemiche e accuse di censura

La decisione di escludere l’artista solleva interrogativi sulla libertà di espressione e l’ingerenza politica e dei media nell’arte.

La controversia che ha coinvolto l’artista australiano di origine libanese Khaled Sabsabi e la sua esclusione dalla Biennale di Venezia 2026 è diventata un caso emblematico sul tema della censura nell’arte e di come le istituzioni culturali e la politica possano avere una grande influenza sulle decisioni in materia.

Il duo artistico composto dall’artista libanese-australiano e il curatore Michael Dagostino, che avrebbe dovuto rappresentare l’Australia alla 61a Biennale di Venezia, si dichiara estremamente ferito e deluso dalla revoca della nomina da parte di Creative Australia, a seguito delle pressioni dei media e della politica. Il giornale The Australian e Claire Chandler, Ministro Ombra per la Scienza e le Arti per il Partito Liberale, hanno mosso diverse critiche nei confronti dell’artista.

Sabsabi era stato selezionato da un comitato indipendente per rappresentare l’Australia ad uno degli eventi artistici più prestigiosi al mondo. La sua nomina è stata vista come un riconoscimento del suo lavoro che, negli anni, ha guadagnato ampi consensi sia in Australia che a livello internazionale.

Khaled Sabsabi e la polemica sulla presunta apologia di Hezbollah

Khaled Sabsabi è un artista nato in Libano e trasferitosi in Australia da giovane. Il suo lavoro si focalizza su temi legati alla spiritualità, all’identità culturale e alla complessità delle dinamiche geopolitiche. È infatti noto per la sua capacità di esplorare la natura della memoria e dell’appartenenza attraverso installazioni immersive e l’uso innovativo del suono e dell’immagine.

Pochi mesi dopo la selezione, Creative Australia (l’ente governativo che sovrintende alle arti nel paese) ha annunciato la revoca della sua partecipazione a causa della controversia scoppiata attorno ad alcune delle sue opere passate, in particolare un lavoro del 2007 intitolato You.

L’opera includeva immagini di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah. Il gruppo politico e militare libanese è considerato da diversi paesi un’organizzazione terroristica. Sebbene il lavoro non fosse stato originariamente concepito come un sostegno esplicito a Hezbollah, la sua interpretazione ha portato a un dibattito acceso sul significato dell’opera e sull’opportunità di affidare all’artista la rappresentanza australiana. Da qui, alcuni esponenti politici e mediatici hanno criticato Sabsabi e, a seguito delle forti pressioni, il consiglio di Creative Australia ha scelto di ritirare la sua partecipazione.

Le pressioni dei media e della politica

Il sito del Museum of Contemporary Art descrive l’opera come “volutamente ambigua”, mentre il quotidiano The Australian ha pubblicato un articolo che criticava Sabsabi per l’opera You descrivendola come una rappresentazione “discutibile e ambigua” dell’ex leader di Hezbollah Hassan Nasrallah. Le critiche più controverse mosse dal giornale verso Sabsabi riguardano l’accusa di aver aderito al boicottaggio del festival di Sydney del 2022 a causa di un accordo di sponsorizzazione con l’ambasciata israeliana. La questione si svela quindi essere fondata sull’ideologia e sulle posizioni politiche, piuttosto che sul dialogo sull’espressione artistica.

Le critiche della senatrice liberale Claire Chandler durante il question time del Senato, inoltre, hanno avuto un ruolo importante su quella che poi è stata la decisione di Creative Australia di non procedere con Sabsabi e Dagostino. Anche il ministro delle Arti, Tony Burke, ha dichiarato di essere “scioccato nel vedere alcune delle opere che sono online questo pomeriggio”, aggiungendo di “non essere stato coinvolto nella decisione” di selezionare Sabsabi come rappresentante dell’Australia.

Un caso emblematico di interferenza politica nell’arte

La vicenda è estremamente delicata e, purtroppo, non un caso isolato. Stiamo osservando un cambiamento di tendenza e un’intrusione sempre di più massiccia delle pressioni politiche nelle istituzioni culturali e una crescente tendenza alla censura nel mondo dell’arte. Molti osservatori temono che la rimozione di Sabsabi dalla Biennale possa creare un pericoloso precedente, in cui le opere d’arte vengono giudicate più per il loro possibile impatto politico che per il loro valore artistico.

La questione solleva quindi interrogativi più profondi su chi abbia il diritto di definire cosa sia “accettabile” nell’arte e fino a che punto le istituzioni culturali debbano rispondere (o cedere) alle pressioni politiche e ideologiche.

Creative Australia ha dichiarato di aver preso la decisione di revocare la nomina per evitare un dibattito divisivo e che ora rivedrà il processo di selezione per la Biennale di Venezia 2026. Nel comunicato si legge “Creative Australia è un sostenitore della libertà di espressione artistica e non è un arbitro sull’interpretazione dell’arte”.

Le reazioni

La decisione di escludere Sabsabi ha provocato una forte reazione nel mondo dell’arte, come quella di Mikala Tai, responsabile delle arti visive di Creative Australia, che ha dato le dimissioni in segno di protesta e di aperta critica alla scelta del consiglio. Anche molti artisti, curatori e critici hanno denunciato la mossa come un atto di censura politica che mina la libertà artistica.

Sabsabi stesso ha risposto con fermezza, dichiarando che “L’arte non dovrebbe essere censurata. Gli artisti hanno il compito di riflettere il mondo che li circonda e il tempo in cui vivono. Ritirare la mia partecipazione sulla base di una lettura politica del mio lavoro è un errore che minaccia l’integrità della pratica artistica in Australia”.

In una lettera indirizzata al Consiglio di amministrazione di Creative Australia, gli altri artisti e curatori selezionati per il padiglione australiano hanno condannato la decisione e chiesto il reintegro di Sabsabi e Dagostino. Hanno scritto: “Riteniamo che la revoca del sostegno agli attuali rappresentanti degli artisti e dei curatori australiani per la Biennale di Venezia 2026 sia antitetica rispetto alla buona volontà e alla dura indipendenza artistica, alla libertà di parola e al coraggio morale che sono alla base dell’arte in Australia, che svolge un ruolo cruciale nella nostra nazione prospera e democratica”.

Le dichiarazioni di Khaled Sabsabi

Sabsabi stesso ha risposto con fermezza, dichiarando che “L’arte non dovrebbe essere censurata. Gli artisti hanno il compito di riflettere il mondo che li circonda e il tempo in cui vivono. Ritirare la mia partecipazione sulla base di una lettura politica del mio lavoro è un errore che minaccia l’integrità della pratica artistica in Australia”.

“Intendevamo presentare a Venezia un’opera di trasformazione, un’esperienza che unisse tutti gli spettatori in uno spazio condiviso aperto e sicuro. Questo riflette e si basa sul lavoro che abbiamo fatto per decenni e che faremo per molti altri” ha dichiarato l’artista. “Crediamo nella visione degli artisti per un futuro inclusivo che possa unirci per comunicare e far progredire la nostra umanità condivisa. Crediamo anche che, nonostante questa decisione, il mondo dell’arte australiano non si affievolirà e non rimarrà in silenzio. Il team artistico è ancora impegnato a presentare quest’opera su una piattaforma globale e cercherà il sostegno della comunità per far sì che ciò accada”.