“All Eyes on Rafah”: il potere delle immagini nell’era social

Se l'espressione generata con l'AI è rimbalzata vertiginosamente sul web, i video di Rafah pubblicati dai giornalisti palestinesi sono stati limitati o addirittura rimossi: forse perchè, seppur inconsciamente, condividere la verità fa ancora paura

L’immagine All Eyes on Rafah, raffigura una tendopoli per rifugiati in un’area a sud di Gaza, dove l’attacco israeliano della scorsa domenica ha causato decine di morti tra gli sfollati. Solo su Instagram ha ottenuto 29 milioni di condivisioni in meno di 24 ore: influencer, atleti, celebrità, chiunque sembra aver voluto partecipare – consapevole o meno – a questo improvviso “click” di sensibilità collettiva. E fino a qui nulla di male, se non fosse che nella stessa giornata i video di Rafah (veri) pubblicati dai giornalisti palestinesi – e che mostravano le atroci conseguenze dell’attacco – sono stati limitati o in alcuni casi rimossi dai social media per “contenuti espliciti o violenti” e che dunque violavano le politiche della piattaforma.

All Eyes on Rafah non ritrae alcuna forma di violenza, ma un silenzio che fa quasi paura. Generata dall’AI, non è realistica, bensì pulita, asettica, proprio “instagrammabile”, verrebbe da dire. Niente sangue, distruzione, macerie, corpi bruciati, sofferenza. Niente di tutto questo, niente che evochi anche solo lontanamente la straziante atmosfera di un bombardamento appena avvenuto. E se l’intento da una parte è ovviamente quello di sensibilizzare lo sguardo al genocidio, dall’altra vi è censura, una normalizzazione di ciò che accade con una ripetizione dell’immagine selezionata fino allo sfinimento. I media hanno una influenza spaventosa sul mondo e sulle circostanze che viviamo: deumanizzare meccanicamente le tragedie, silenziare verità, rendere invisibile l’aggressore, ci rende paradossalmente complici di bugie.

Dopo qualche giorno arriva una provocazione giusta e sentita con la vera fotografia, sempre con la stessa modalità di condivisione social: cadaveri coperti e tante, troppe persone attorno. E un silenzio che nuovamente pervade la raffigurazione, questa volta rumoroso, vibrante. E chissà se riuscirà a coinvolgere lo stesso numero di persone.

Solo poco più di un mese fa, Mohammed Salem si è aggiudicato il prestigioso World Press Photo of the Year con A Palestinian Woman Embraces the Body of Her Niece, un’odierna pietà michelangiolesca che con tangibile dignità ci racconta l’orrore di Gaza. È una immagine vera certo, profonda e straziante a suo modo, ma impersonale e troppo “perfetta” per lo sguardo più disattento: una plasticità eterea e intoccabile, che forse più che avvicinarsi, ci allontana dalla sofferenza, atrofizzando emozioni che ci discostano dalla verità. È esteticamente bella, ma la storia che cela dietro di bello non ha proprio nulla.

Emozionarsi e sentirsi coinvolti da ciò che si vede è una parte significativa del processo cognitivo umano. Eppure, maggiore è il potere delle immagini e la loro presa affettiva sugli spettatori, maggiore è la loro probabilità di essere soggette a censura. Una censura impercettibile e ipocrita, più incoerente di qualunque forma di passata iconoclastia. La cancellazione della violenza è diventata – in tutti i conflitti e in questo in particolare – più frequente che mai. Ecco perchè forse, creare artificialmente immagini asettiche fa molta, molta meno paura: manipolarle, rendere implicito l’esplicito, non fa altro che aumentare il controllo su di esse e di conseguenza, su di noi.

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