Con la Biennale sempre più vicina, il padiglione di Israele ha deciso di non aprire. L’annuncio in un cartello esposto questa mattina: «the artist and curators of the Israeli pavillon will open the exhibition when a ceasefire and hostage release agreement is reached» in cui si richiede la liberazione degli ostaggi fatti prigionieri da Hamas lo scorso 7 ottobre. Come l’artista israeliana Ruth Patir ha ribadito, la decisione non è quella di cancellare definitivamente l’esibizione ma «una scelta di solidarietà con le famiglie degli ostaggi e la grande comunità di Israele che chiede un cambiamento».

La scelta di chiudere il padiglione di Israele è stata accolta anche dalle curatrici della mostra, Tamar Margalit e Mira Lapidot, dopo settimane di appelli da parte di attivisti e associazioni. In una storia pubblicata sul suo profilo Instagram Ruth Patir ha affermato di opporsi fermamente al boicottaggio culturale «poiché sento che non ci sono risposte giuste, e posso fare solo quello che posso con lo spazio che ho, preferisco alzare la voce con coloro con cui sto nel loro grido, cessate il fuoco ora, riportate indietro le persone dalla prigionia. Non ce la facciamo più». Il progetto (M) otherland per ora resta celato, perlomeno fino a quando non sarà raggiunto un accordo sul cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e sulla liberazione delle ostaggi israeliani di Hamas. E per ora, dalla Biennale, nessun commento.


