La conversione di Stefano Simontacchi l’avvocato che diventò artista

L’ex presidente di Bonelli – Erede debutta con il nome d’arte The Prism cimentandosi in un nuovo genere artistico definito “arte sciamanico-spirituale”

Sul sito di Bonelli Erede, uno dei più grandi studi legali d’Italia, leggiamo alla voce “dicono di lui” che Stefano Simontacchi è «un avvocato molto competente, con una conoscenza approfondita delle questioni fiscali e un’eccezionale capacità di mantenere rapporti sia con i clienti che con le amministrazioni fiscali». Ed è vero, la sua reputazione è questa. Simontacchi, che di quello studio è stato managing partner e presidente e del quale è tuttora socio, da qualche tempo ha allargato i suoi orizzonti dedicando parte del suo tempo all’arte contemporanea. Ma non come fanno tanti professionisti annoiati che per dimostrare agli altri la propria ricchezza e la propria supposta raffinatezza comprano Boetti, Accardi e Pistoletto per esibirli nei propri studi con malcelato understatement. Simontacchi ha fatto di più: è diventato lui stesso artista. Ha fatto, per cosi dire, outing come a suo tempo fece Marcel Duchamp il quale, dopo essersi reso conto che l’avvento della fotografia avrebbe potuto distruggere la pittura, decise di cambiare nome, almeno per un periodo, e di aprire la strada, e il mondo, all’arte concettuale. 

Analogamente Simontacchi ha deciso anche lui di darsi un nome d’arte, scegliendo “The Prism”, e di lanciare un nuovo genere artistico definito “arte sciamanico-spirituale”. Le cronache del Corriere della Sera spiegano che Simontacchi – The Prism a Milano «in uno spazio-luce di armonie felpate, dove prima era una banca – ha inaugurato The Prism Core Center. Né museo né galleria, ma «piattaforma emozionale» scandita da ipnotici lavori astratti. Dischi in plexiglass e led di singolare intensità luminosa, distribuiti in due percorsi a cura del critico e filosofo Marco Senaldi: un nucleo di nuove creazioni (Emotional Journey) e la riedizione di Project Revelation, installazione percorribile, presentata con grande successo la scorsa Design Week».

Ed è sempre il Corriere a spiegarci di che cosa si tratta. «Non un miracolo, ma il risultato di una lunga ricerca», spiega l’autore. Uomo assetato di assoluto, che una ventina di anni fa, in risposta a un’urgenza interiore, ha iniziato a esplorare i territori del profondo. Prima la lettura: saggi di Jung, Jodorowsky, il Conte di Saint-Germain («Io Sono è la mia Bibbia»). Poi incontri illumina(n)ti («la sincronicità junghiana») e la meditazione. «Annullo l’ego, divento un canale vuoto, entro in trance e all’apice dello stato meditativo l’opera arriva, la vedo con chiarezza e – così come la vedo – la disegno. L’arte, conseguenza “involontaria”, è quindi “strumento di ricerca” in un cammino che procede per gradi di rivelazione “verso quella parte di sé sconosciuta anche a noi stessi”. Ogni opera, insomma, “un portale energetico”. Un totem carico di archetipi. Un talismano».

Se Emilio Isgrò, Mario Ceroli o Rudolph Stingel, tanto per fare i nomi di alcuni dei più grandi artisti italiani viventi, fossero andati in un qualsiasi studio di avvocati, di commercialisti o di ingegneri e avessero chiesto di essere presi come partner sono sicuro che avrebbero ricevuto un garbato e divertito diniego. E questa per l’ovvia ragione che vuole la competenza precondizione di qualunque professione. Il mondo dell’arte non sfugge a questa regola, anzi sa spesso essere particolarmente caustico nei confronti dei neofiti, quindi c’è da ritenere che la palingenesi di Simontacchi sarà accolta con totale indifferenza, che è quella che fa più male, e qualche ironia.

Ma, a mio avviso, sarebbe un errore giudicare questa “conversione” con pregiudizio, cioè prima di avere elementi sufficienti per giudicare. Un’analisi serena del resto non si può affidare ai pregiudizi, e questo vale tanto per un giovane artista che per un maturo avvocato. Personalmente non ho ancora elementi per valutare il lavoro artistico di Simontacchi. Ma certamente  non dimentico che siamo di fronte ad un uomo di spessore che, ovunque si sia messo, ha sempre portato a casa risultati importanti. Il che merita la giusta attenzione e rispetto. Inoltre siamo d’innanzi ad una personalità forte dotata di un sano egocentrismo che dimostra anche di avere molto coraggio, perché certamente sa che un avvocato, un manager che si mette a fare l’artista è poco credibile. Ed il coraggio – come insegnano tutti i grandi maestri – è una delle doti fondamentali per innovare, per aprire nuove strade, per lasciare un segno. 

Dunque, a mio avviso, è giusto cominciare da qui la valutazione su The Prism, partendo dalla sua scelta atipica, appassionata, rischiosa, certamente non convenzionale che per di più smonta lo stereotipo dell’artista squattrinato che parte dal basso facendosi da solo. Lui è uno che i soldi ce li ha ed è anche un frequentatore di salotti buoni, con tutti i privilegi che queste due doti comportano, anche nel mondo dell’arte. Insomma, Simontacchi – The Prism con questa operazione, alla quale, va detto, lavora da anni, si gioca molto, anzi moltissimo perché alla fine dovrà comunque fare una scelta e rinunciare ad un mestiere, sia esso quello dell’artista o dell’avvocato. Tutte e due le cose insieme, se vorrà restare credibile,  certo non potrà più continuare a farle.

Dovrà in altri termini fare capire con chiarezza che il tentare di essere artista non è il capriccio o il divertimento di un professionista realizzato ma la scelta convinta di un uomo che sente di avere qualcosa da dire e da fare vedere. Dovrà cioè dimostrare di essere veramente “uomo assetato di assoluto, che in risposta a un’urgenza interiore ha iniziato a esplorare i territori del profondo”. Dopo di che ci sarà la valutazione sui contenuti della sua ricerca, sul valore concettuale ed estetico della sua produzione. Solo allora si potranno dare giudizi su The Prism e valutare se la sua opera “sciamanico spirituale” è un furbo lavoro decorativo che punta ad entrare nelle hall di qualche albergo oppure se è veramente quel “portale energetico e strumento di ricerca” che ci porterà “verso quella parte di sé sconosciuta anche a noi stessi”.  In ogni caso in bocca al lupo.