Marinella Senatore, la performance come rito ancestrale

Dal numero 127 di Inside Art: intervista a Marinella Senatore sulla performance e sulle dinamiche di riscatto che l'arte è capace di attivare

Bisognerebbe trovare un nome diverso per le performance di Marinella Senatore. Forse non un sostantivo ma un’attitudine che affondi le sue ragioni in una dimensione pagana del rituale, in una memoria ancestrale del culto di civiltà lontane da quelle occidentali, fatta di pratiche magiche e di tradizioni evocative. «Un giorno sono sicura che qualcuno troverà una definizione migliore», dice l’artista, che con un ruolo più simile allo sciamano che al regista scandisce i movimenti dei partecipanti in uno spazio pubblico di confine, dove le regole si piegano all’imprevisto e dove l’irrazionale si insinua nell’azione collettiva.

In questo modo il gesto artistico si attacca alla vita, diventando uno strumento per l’emancipazione dell’individuo più simile alle manifestazioni popolari che alla performance. La stessa dinamica di riscatto sociale che Ernesto De Martino leggeva nella Taranta attraverso una lente antropologico-etnografica, nell’arte di Marinella Senatore assume un’accezione politica: ogni azione performativa portata in strada ha il valore di una protesta, ogni rito collettivo è politico.

«Anche l’idea della festa – spiega Senatore – non solo in Sud Italia ma anche in Sud America. Pensiamo ai carnevali che erano manifestazioni di resistenza nelle loro origini o alla stessa Samba che nasce proprio come movimento di dissenso». Nella SOND – School of Narrative Dance, la scuola nomade da lei fondata, da ormai dieci anni si attivano dinamiche a partire da queste riflessioni, con l’obiettivo di creare un sistema che segua parametri diversi da quelli che governano le società: «Nel mio lavoro sei libero, hai l’opportunità di mettere in atto una trasformazione e riscrivere il tuo ruolo nella società lontano da una struttura competitiva, gerarchica che ti vuole sempre performante. Ecco, performante, poi ti chiedi perché non mi piace il termine performance».

Trasformazione invece è un concetto che usi spesso. E in un’accezione che sembra presa in prestito dalla filosofa Laurie Ann Paul: di un’esperienza trasformativa lontana dal pensiero razionale e impossibile da prefigurare.

Lavoro con tante persone considerate vulnerabili, stigmatizzate, con minoranze etniche e anche con persone che non la pensano come me, come i neo-nazi. Nel corso della mia carriera ho visto cose che mai mi sarei aspettata potessero succedere. Facciamo l’esempio di un clochard: nella vita quella persona è considerata una fallita, nella performance diventa leader, superando i propri limiti e cambiando la sua condizione. Grazie a quello che facciamo con SOND tante volte ho visto i ruoli ribaltarsi. Io stessa mi sono evoluta come essere umano, mi sono data in quel contesto la possibilità di pensarmi in maniera diversa. Ma è una trasformazione individuale sempre legata al contesto collettivo, in questo Jacques Rancière aveva ragione: solo un essere può emancipare un altro essere, perché siamo animali sociali e abbiamo bisogno degli altri per definirci.

Dagli stessi titoli dei tuoi lavori emerge questo impegno collettivo: I contain multitudes, Alliance des Corps, We rise by lifting others. Alcuni dei tuoi progetti prendono il nome da citazioni ,da Walt Whitman a Judith Butler, ma in generale sembrano claim che ricordano gli slogan di artiste come Barbara Kruger o Jenny Holzer.

Vero, ma molto più spesso vengono da persone sconosciute, da attivisti che partecipano ad assemblee, a proteste in strada e soprattutto nascono da progetti partecipativi. C’è un potere magico in questi motti che fa sì che risuonino in altre persone, diverse, lontane tra loro, che a volte non hanno nulla a che fare con la comunità da cui ho estrapolato la citazione. Questi lemmi hanno un intento attivante, non dottrinale, educativo o dogmatico. Ci tengo che emerga questo aspetto: l’empowerment e l’emancipazione dell’individuo sono temi importanti della mia ricerca ma prima di tutto attivano me. Tutto è vissuto sulla mia persona, nelle mie performance non sono uno spettatore, anche se non mi si vede ci sono dentro con tutto il mio privato, sono l’ingrediente necessario che chiude il cerchio.

Contrariamente alle performance di artisti come ad esempio Anne Imhof, che spesso prendono forme e toni inquietanti, nelle tue emerge sempre una dimensione quasi terapeutica, benefica. Quale pensi sia la giusta chiave di lettura per le performance di oggi?

Per me oggi ci troviamo a un punto nodale per la performance. Nel progetto che ho presentato di recente al Palais de Tokyo, a Parigi, subito dopo Anne Imhof, è successo qualcosa a cui non avevo mai assistito. Ho raddoppiato i visitatori, il pubblico era impazzito, era contagiato da un’euforia strana, un’estasi collettiva. Le performance di Imhof sono bellissime ma sicuramente più classiche nella loro struttura. Le mie, invece, rientrano più nella dimensione del rito che in quella del teatro perché l’eredità dei riti ancestrali delle comunità è molto più vicina di quello che pensiamo al presente. Danza, sport, mindfulness, in tutte le attività che mettiamo in campo non ci sono professionisti, non c’è un copione, i partecipanti sono persone come noi. Questo per dire che il successo di una performance non ha nulla a che fare con un’energia chiara o scura ma con la partecipazione del pubblico. Lo scarto è questo e i musei lo devono tenere ben presente anche per l’economia perché sarà la discriminante del futuro. Tante istituzioni, soprattutto all’estero, ce lo hanno ben chiaro, la stessa cosa non posso dire degli artisti. Spesso alla base ci sono ragioni di mercato ma anche gli artisti hanno la responsabilità di difendere il proprio lavoro in un sistema che non riconosce il nostro come un mestiere. L’arte è il rimedio contro la disperazione, contro la rabbia sociale e la performance è l’arte del qui e dell’ora, rappresenta il presente e futuro. E il futuro si risolve non con gli oggetti ma con le esperienze.

Nel tuo lavoro però ci sono anche oggetti: luminarie, collage, sculture. Il tuo desiderio di assemblare sembra rivolgersi indistintamente a persone, forme, luci e materiali.

Sono un’artista quindi creo opere e mi piacciono gli oggetti perché non sono solo materia, hanno un potere narrativo. I miei vengono dalla tradizione nel senso che portano con loro un senso di appartenenza alle comunità ma allo stesso tempo sono in grado di attivare dinamiche nuove. Le luminarie, ad esempio, si rifanno al barocco ma solo per un aspetto scenico. Mi interessano per il loro archetipo della festa di matrice prima pagana che religiosa e perché sono dei dispositivi energetici fortissimi, apparati scenografici effimeri che creano intorno a loro spazi di aggregazione. Nonostante la loro reversibilità, li considero a tutti gli effetti dei monumenti per la comunità. Forse è un concetto un po’ estremo ma è quello che cerco nell’architettura: anche il monumento è uno strumento politico che mi piace mettere in discussione. Solleva domande su come e su chi la comunità celebra. Faccio un esempio: ci sono nella storia monumenti eretti in nome di figure femminili indigene o queer?

Parlando di inclusività, tanti sono i progetti a cui hai preso parte che mettono al centro la questione di genere, da 100% Women, passando per Pasquarosa fino a Manifest Yourself. Carla Lonzi negli anni ’70 scriveva Sputiamo su Hegel. Oggi su chi dovremmo sputare?

Sicuramente sul nostro vicino. Continuiamo a perpetrare il patriarcato anche solo sopportandolo. Lo subiamo nella microsfera della nostra vita. È nostro padre, nostro fratello, nostro cugino, il vicino accanto. Non sono lesbica, anche se a volte me lo sento dire, ma sicuramente femminista e rompicoglioni perché a una donna artista si richiede moltissimo di più per essere credibile. Non conosco artiste donne che sono riuscite a costruirsi una vita normale. Gli studi di genere ci insegnano tanto ma è il silenzio del quotidiano che mi preoccupa perché oggi c’è un patriarcato più subdolo, ripulito. E non è solo una questione di genere ma una questione di classe. Quindi io oggi sputo a chi sta accanto a me che dice che oggi tutto va bene, che è tutto meglio di prima.

MARINELLA SENATORE

Marinella Senatore (Cava de’ Tirreni, 1977) è un’artista multidisciplinare, con una formazione in musica, belle arti e cinema. La sua pratica si basa sull’estetica della resistenza e sul potere trasformativo dell’impegno sociale ed è caratterizzata da una forte componente collettiva e dimensione partecipativa.

Tra le istituzioni che hanno commissionato ed esposto i suoi lavori ci sono ad esempio il Centre Pompidou, il Palais de Tokyo, il Queens Museum e l’High Line a New York e in Italia il Museo del Novecento a Milano, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino e il MADRE di Napoli.
L’artista, che è rappresentata dalla galleria Mazzoleni (London – Torino), ha preso parte inoltre alle
più importanti biennali di tutto il mondo. Attualmente sta lavorando a una retrospettiva in due parti:
al Museum Villa Stuck di Monaco di Baviera e al Museum der Moderne di Salisburgo. In programma
anche un progetto a Tel Aviv e alcune commissioni di opere pubbliche in Italia. «Ho la sensazione –
racconta l’artista – che adesso la mia visione sia finalmente compresa. Non ci sono più barriere nei
miei lavori, tutto è integrato nella dimensione partecipativa. Sono in un momento della mia carriera
in cui sono esattamente dove volevo essere e sto facendo esattamente quello che volevo fare».

marinella-senatore.commazzoleniart.com

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