Un ragazzo che cerca rifugio in una scatola di cartone, il monito di Silvia Sasso per la società

L'artista ha scelto come modello dei suoi scatti suo figlio, chiedendogli di indossare i panni del rifugiato

courtesy immagine Daniele Tozzi
Una rubrica (p)artecipattiva che racconta di arte, artisti e sostenibilità

Quante persone nel mondo sono state costrette a fuggire a causa di persecuzioni, conflitti, violenza, violazioni dei diritti umani o eventi naturali causati dal cambiamento climatico? Eccone una, una persona che ha raccolto tutto quello che ha in tre valige e parte, non si da dove, non si sa per dove. Oggi è toccato a lui, è rimasto solo, sospeso in mezzo a due indumenti, un vestito da donna e un paio di pantaloni da uomo, tutto quello che le resta dei suoi genitori.

Ma domani potrebbe toccare a noi.

Daniel Pennac nel 2015 ha scritto “Loro siamo noi”, un pamphlet su persone scappate dal loro paese, (…) “persone di cui potremmo fare parte, che potrebbero essere me, te, voi. Noi, che siamo loro”. A causa loro si creano situazioni di degrado intorno a noi, loro ci portano via il lavoro, è colpa loro: sono veri e propri capri espiatori, tutti figli di Malaussène, protagonista dei romanzi di Daniel Pennac.

Le fotografie di Silvia Sasso dovrebbero aiutarci a cambiare idea.

Vedere questo ragazzo che cerca rifugio in una scatola di cartone e alla fine si addormenta buttando il cartone con la scritta “FRAGILE” alle sue spalle, dovrebbe farci passare quella che Pennac chiama “la nostra vecchia e tremendamente umana paura dell’altro, la nostra vecchia e tremendamente umana paura del cambiamento”.

Loro sono una risorsa per noi, ci insegnano l’altro che diventa parte integrante della nostra vita quotidiana, della nostra cultura e del nostro modo di pensare. Questo è il motivo per cui Silvia ha scelto come modello delle sue fotografie suo figlio, chiedendogli di indossare i (pochi) panni del rifugiato, affinché sentisse freddo nel senso letterale del termine, (avendo fatto gli scatti in inverno). Come madre ha fatto mettere in gioco suo figlio, ispirandosi a quello che sta succedendo oggi nel mondo e, al contempo, alle parole del fotografo americano Gordon Parks: “Per un solo motivo io fotografo: perché i miei figli sappiano in che modo ho vissuto”. La fotografia come strumento perfetto per superare “il nostro vecchio e tremendamente umano istinto di conservazione”.

Edoardo Marcenaro lavora da venticinque anni come giurista di impresa in società multinazionali e ha come hobby l’arte moderna, contemporanea e post-contemporanea. È collezionista e curatore di mostre, essendosi negli ultimi anni concentrato su opere realizzate su banconote americane rigorosamente originali, dai dollari che Andy Warhol firmava alla fine delle sue feste alla Factory, fino ad arrivare ai dollari distribuiti da Edoardo a tutti i suoi amici artisti per trasformarli in opere d’arte.