Intelligenza artificiale generativa, data center, high performance computing sono tutti strumenti sempre più diffusi nel mondo dell’educazione, per ogni fascia di età. Che ne è del semplice taglia e incolla, disegna e colora, crea qualcosa “manualmente” o “artigianalmente”, e magari insieme agli altri? Li ritroviamo nel lavoro di María Ángeles Vila Tortosa, “form-artista” che considera formazione ed educazione non tanto come attività parallele alla sua arte, ma forme d’arte per sé. Ogni suo laboratorio è concepito come un dispositivo estetico e relazionale, in cui il processo conta più del risultato finale.
Nel panorama dell’arte contemporanea, sempre più attraversato da pratiche relazionali e partecipative, il lavoro di María Ángeles si distingue per coerenza, profondità e radicamento umano. La sua ricerca non si esaurisce nell’oggetto artistico, ma si espande nella relazione, nella memoria condivisa e nella costruzione di comunità. Per María Ángeles, l’arte trova il suo senso più autentico quando viene condivisa, quando diventa esperienza collettiva e trasformativa.
La sua pratica si sviluppa lungo una linea sottile che unisce creazione e pedagogia. Non esiste una separazione netta tra opera e progetto educativo: entrambi nascono dallo stesso impulso, quello di attivare processi.
Da oltre dieci anni, l’artista porta avanti progetti all’interno dell’Istituto Marymount di Roma, dove l’arte diventa uno strumento di esplorazione, crescita e dialogo. Qui il laboratorio non è un luogo di trasmissione verticale del sapere, ma uno spazio aperto in cui bambini e ragazzi diventano co-autori, partecipando attivamente alla costruzione dell’esperienza artistica.


Parallelamente, per cinque anni consecutivi, il progetto Le Scatole Abitate, ideato insieme ad Alicia Herrero, è stato presentato agli Internazionali BNL d’Italia, portando l’arte partecipativa in un contesto inusuale e intercettando un pubblico ampio e diversificato, anche rispetto all’età degli alunni della Marymount. In questa apertura verso contesti non del tutto convenzionali si manifesta una delle caratteristiche più rilevanti del suo lavoro: la volontà di uscire dagli spazi canonici dell’arte per incontrare le persone nei luoghi e nei momenti della loro vita quotidiana.




Un altro capitolo della sua ricerca è rappresentato dai progetti creati in collaborazione con la curatrice Benedetta Carpi de Resmini e Latitudo Art Projects, sviluppati in diverse periferie romane e in Portogallo. In questi contesti, spesso segnati da fragilità sociali, l’arte si configura come dispositivo di inclusione e ascolto. María Ángeles lavora con le comunità locali costruendo percorsi in cui l’espressione artistica diventa occasione per rafforzare il senso di appartenenza, valorizzare le identità individuali e collettive e creare spazi di dialogo intergenerazionale. L’artista non impone forme, ma facilita processi: il risultato finale è sempre il frutto di una costruzione condivisa.


Questo approccio emerge con particolare forza nei progetti realizzati in Spagna, suo paese d’origine, dove da anni le comunità locali la aspettano per avviare nuovi percorsi creativi. Tra questi, Álbum de calle rappresenta un esempio emblematico. Il progetto parte da un gesto semplice ma potente: le fotografie antiche escono dagli album familiari e diventano materia pubblica. Trasformate in murales, queste immagini attivano un dialogo tra passato e presente, tra memoria privata e spazio urbano. Il processo è profondamente partecipativo e intergenerazionale: gli anziani condividono storie e immagini, i più giovani le reinterpretano visivamente, e la comunità intera si riconosce nell’opera finale. L’arte diventa così un archivio vivente e uno strumento di riappropriazione del territorio.



Nel contesto internazionale, María Ángeles Vila Tortosa collabora con Empowering Young Women (EYW), una onlus attiva in Kenya per la valorizzazione del ruolo femminile. La collaborazione nasce dopo aver incontrato la co-founder Esther Martín, a cui l’artista ha proposto il progetto My Magic Plant.
Si tratta di un percorso artistico ed educativo basato sulla creazione di un libro d’artista, inteso come spazio personale di espressione e narrazione, inizialmente avviato a distanza. Al centro del percorso vi è il rapporto tra identità e natura, sintetizzato nella metafora della “pianta magica”. Ogni partecipante è invitata a immaginare sé stessa come una pianta, esplorandone radici, crescita, trasformazioni e possibilità future. Questo dispositivo simbolico consente di affrontare temi complessi — come l’autostima, il ruolo sociale, il desiderio e la resilienza — in modo indiretto ma profondamente efficace, attivando un linguaggio universale e accessibile.
La narrazione personale si intreccia così con elementi visivi e materici: disegni, collage, parole, tracce raccolte nel quotidiano. Il processo di costruzione del libro d’artista diventa un atto di autoaffermazione, in cui ogni gesto creativo contribuisce a definire una presenza. Non si tratta solo di produrre un oggetto, ma di attraversare un’esperienza trasformativa.
Nelle fasi successive, il progetto prevede uno sviluppo in presenza, con l’obiettivo di consolidare le relazioni costruite e ampliare il lavoro verso una dimensione collettiva. In questa prospettiva, i libri individuali possono diventare parte di un archivio condiviso o di installazioni partecipative, restituendo visibilità alle storie e creando nuove forme di dialogo all’interno della comunità.




In un’epoca in cui il sistema dell’arte rischia talvolta di chiudersi in circuiti autoreferenziali, la pratica di María Ángeles ricorda che l’arte può essere — o meglio deve essere — anche relazione, cura e costruzione di un senso collettivo. Il suo lavoro dimostra che l’opera non è solo ciò che si espone, ma ciò che accade tra le persone. E che, in fondo, l’arte ha davvero senso quando riesce a uscire da sé stessa per diventare esperienza condivisa.


