La pittura di Shengao Mi, tra astrazione e figurazione alla ricerca dell’equilibrio

La tela: una battaglia, il pennello: una spada, il lavoro: una guerra fra astrazione e figurazione

DA INSIDEART #123
La tela: una battaglia, il pennello: una spada, il lavoro: una guerra fra astrazione e figurazione

Sembra un problema irrisolto da più di un secolo ormai. Più che problema, in realtà, un finale aperto; un cammino lasciato libero di essere percorso come meglio si preferisce, con delle mappe precise fino a un certo punto. Questione ossessionante soprattutto per chi, ancora in corso di studi, si trova davanti una tela bianca e alle spalle la storia dell’arte; per chi pensa che ogni linea tracciata possa essere un ponte con il passato o una rivoluzione. Astrazione e figurazione, astrazione o figurazione, a volte. Cosa scelgo? Scelgo qualcosa? Trovo un punto di comunione? Comincio e poi vediamo? Prima ancora dei colori, insomma, della materia e del significato per alcuni c’è una forma da risolvere. Fra questi Shenghao Mi, Artista classe 1992, fresco di studi all’Accademia di Belle Arti di Brera che da Shanghai arriva in Italia subito dopo il liceo. «Sto cercando – racconta in un italiano lento ma preciso – un bilanciamento fra la pittura figurativa e quella astratta».

Spiegati meglio.
«È una ricerca che porto avanti da qualche anno, l’ho intitolata Doppia realtà. Cioè, due diversi modi di osservare una stessa cosa, due diversi pose o sguardi. Il mio sforzo è cercare dove queste due forme antitetiche trovano una tregua: c’è sempre un momento magico nel quale si uniscono. Ogni tela bianca è una chiamata alle armi, insceno una battaglia fra questi due elementi molto diversi. Cerco la pace, cerco una tregua. La guerra allora diventa una palestra: le differenze si attenuano e la tela si trasforma in una palestra, i due elementi si allenano per convivere insieme e capirsi».

pittura

Lamb, 2021

Anche formalmente i tuoi lavori sono composti da due elementi.
«È la parte che mi interessa di più. Spesso l’immagine di fondo è sfocata, indefinita, imprecisa. Nella sua vaghezza però si riconosce una figura, la volontà di una rappresentazione mimetica. Per realizzarla, a volte, soprattutto sulle grandi superfici, uso l’aerografo: mi consente una maggiore sfocatura e lascia sulla tela il segno del suo passaggio come un’eco del mio gesto verso il supporto. Definito lo sfondo, lavoro sul primo piano. In questa fase torno al più tradizionale pennello e segno sulla tela i colori. Il pennello per me è una spada: traccio linee violente, traccio curve sulla superficie, segni definiti spesso di colori accesi che contrastano con lo sfondo morbido dipinto prima».

Quindi: sfondo realistico, primo piano astratto.
«No. Dico sfondo, dico primo piano per capirci, per spiegare come lavoro. Sfondo e primo piano a lavoro finito non esistono più. Almeno per me. Sfondo e primo piano, astrazione e figurazione si annullano creando una terza via che deve a entrambe ma che non è più nessuna delle due. Lavoro sul confine fra l’astrazione e la figurazione, non cerco nessuna delle due, mi servo di entrambe. Per me ogni immagine infatti ha un valore formale, c’è anche il contenuto, certo, ma la forma decide spesso il significato».


Dream light, 2021

I tuoi lavori lasciano lo spettatore perplesso, sospeso.
«Cerco questo effetto. Lavoro in opposizione al presente. Vedo sempre più immagini ultra definite, perfette. Guardandole sono troppo precise e non riesco a trovare un mio modo di vederle: si impongono, comandano lo sguardo e rimango intrappolato in loro, non riesco a sfuggire, sono troppo ben fatte. Per contrasto allora uso questa sfocatura: una via di fuga, una mia strada. La sospensione è voluta: ogni spettatore non si sente intrappolato in un mio lavoro, è libero di vederlo e interpretarlo a suo modo. Le linee, le figure non comandano lo sguardo e ogni tela ha tanti significati diversi quanti occhi la scrutano. L’occhio invece cerca sempre un piacere nello sguardo, è abituato a forme chiare, facili da guardare. Le mie forme non sono difficili ma, penso, la mia pittura non è immediata è solo una corda per evadere da un modo tutto già deciso».

Quanto la cultura cinese ha influenzato il tuo uso del pennello come spada?
«Le tracce della scrittura cinese, il modo di usare il pennello, in Cina, sono una vera scienza, fatta da professionisti. Nella cultura cinese la forma del carattere supera il suo significato, visivamente parlando l’insieme di quei segni può essere autonomo al suo significato e diventare figura. Cosa che in realtà, in parte, già è così. A questo modo di vedere mi ispiro per i miei lavori: la scrittura cinese prova infatti a imitare le cose, gli elementi naturali soprattutto, ha sempre quindi una funzione reale pur essendo in realtà un sistema di segni astratto. Già nella scrittura cinese c’è questa fusione fra raffigurazione e astrazione. Per fare un esempio: nel lavoro premiato al Talent Prize, Midnight cowboy, i segni blu circolari in qualche modo possono rappresentare i movimenti che il cowboy fa con il lazo».

Come mai hai deciso di formarti artisticamente in Italia?
«È una domanda che mi fanno tutti i miei colleghi all’accademia. Per me non c’erano altri posti dove imparare a dipingere se non qui, possiamo dire che in Italia è nata l’arte. Quando ero piccolo ho comprato molti cataloghi dei grandi pittori del rinascimento italiano: Michelangelo, Leonardo Raffaello, per esempio. Sono partito dalla Cina con l’idea di fare un collegamento con questa storia del passato più grande, diventare una parte di questa linea che è la storia della pittura, farne parte in qualche modo e qui, nella culla della pittura, mi sembrava l’unico posto possibile».

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