Dipingere oltre la necessità, il grido di Davide La Rocca

Giovedì 25 settembre, in occasione della decima edizione di Start, inaugura nella Guidi&Schoen arte contemporanea, la mostra Quadreria, personale di Davide La Rocca. Di seguito riportiamo alcuni estratti contenuti in Dipingere (oltre) la necessità testo critico di Fulvio Chimento presente in catalogo.

Prima di Quadreria, ultima fatica pittorica di Davide La Rocca, la struttura generale dei suoi lavori è stata proiettata verso la decostruzione tecnica dell’immagine e la cristallizzazione delle emozioni: una figura disposta centralmente in primo piano si relaziona con uno sfondo asettico che fa da contrappunto a ogni movimento proveniente dal fulcro dell’opera. Questo impianto compositivo sembra essere stato accantonato per lasciare spazio a una pittura nella quale ogni singolo elemento torna ad avere una sua funzione specifica, nella dimensione di una ritrovata artigianalità del fare arte. Il cambiamento non è di poco conto poiché La Rocca oppone alla decostruzione dell’immagine la ricostruzione ferrea della pittura, compiendo un ribaltamento netto. In questi lavori, per intenderci, rintracciamo più Segantini di Seurat: le pennellate diventano più ampie, si torna a parlare di resa atmosferica, di correlazione tra i vari elementi della scena, e ancora di luce, struttura, gesto, corpo, linea, pastosità del colore. Tutti aspetti evidenti nelle opere in mostra, a esclusione dei due grandi autoritratti, i quali, come spesso accade nei progetti espositivi dell’artista siciliano, costituiscono un elemento disturbante che, tuttavia, si integra al contesto generale, arricchendolo. Questi autoritratti sono legati alla precedente produzione, simbolo del modo di approcciarsi di La Rocca alla percezione ottica negli anni passati: la bassa definizione del feticcio digitale stimola lo spettatore a partecipare in modo attivo per colmare le lacune della rappresentazione. Ma La Rocca non sembra più accontentarsi di un metodo affascinante che tende, tuttavia, a una visione effimera: vuole ricercare valori stabili per tornare a instaurare un rapporto contemplativo tra lo spettatore e l’opera, che faccia leva anche sulla durata dell’esperienza e non si esaurisca a un primo “colpo d’occhio”, un ritorno cosciente, quindi, a una dimensione utopica dell’arte. Dopo un percorso artistico di oltre quindici anni che ha portato La Rocca a misurarsi con gli stili più innovativi in campo pittorico, che lui stesso ha contribuito ad alimentare, il pittore avverte l’urgenza di riposizionarsi all’interno della grande tradizione italiana.

[…] Uno dei sensi più profondi di Quadreria va ricercato in un’allusione alla morte dell’arte nell’ottica di una possibile rinascita attraverso la pittura. Ogni tela condensa un’ambivalenza simbolica e interpretativa, il caso più eclatante è rappresentato dal quadro di ascendenza segantiniana nel quale viene effigiata una pecora dallo sguardo luciferino: lo stesso soggetto può alludere al sacrificio dell’agnello, nell’ottica di una resurrezione religiosa e artistica. Il dipinto Zuppa di piselli può essere interpretato come un riferimento al corpo di Cristo in ottica eucaristica, simbologia che trapela anche da alcuni oggetti quali bicchieri e candelabri, evocati in una delle tele più significative: La preghiera della cena. Nel vassoio del dipinto La colazione, invece, possiamo scorgere un mezzo di trasporto per il traghettamento delle anime verso l’Ade. L’ambivalenza, forse proprio quella della religione stessa, si conferma uno dei temi pregnanti di questi lavori.

[…] La Rocca ha trovato un legame più libero e diretto con la realtà, e in quest’ottica è fondamentale il fatto che egli stesso sia diventato creatore di immagini in movimento, scelta che si è resa necessaria al fine di intraprendere un nuovo percorso. Già dal 2010 il pittore manifesta alle persone più vicine il desiderio di girare un film, che, di fatto non vediamo – non so se lo vedremo mai -, ma poco importa. Ciò che conta è che La Rocca ne restituisca l’essenza attraverso la realizzazione di una quadreria immaginaria, in cui un numero esponenziale di dipinti sia idealmente in grado di ricreare la sequenza disorganica delle immagini che compongono il girato. Di fronte a questa panoramica d’eccezione assistiamo a una nutrita presenza di tele e simboli che vanno a saturare lo spazio fisico della mostra, così come è densa di contenuti la struttura di ogni singola opera, costruita intorno all’accumulo di monocromie e significati.

[…] Un’analisi più approfondita del legame tra pittura e cinema porta alla luce altri aspetti su cui riflettere. La Rocca espone se stesso al giudizio di chi potrebbe definire il suo lavoro come antichizzante, principalmente perché utilizza il linguaggio della pittura. Se la stessa operazione retrò, ovvero l’evocazione di un’ambientazione che rimanda al primi del Novecento, fosse stata attuata da un regista, è probabile che la critica sarebbe stata compiacente. Questo in virtù di alcuni privilegi interpretativi di cui gode il linguaggio cinematografico, a dispetto delle difficoltà incontrate dalla pittura ogni qualvolta tenti una via di fuga, seppur carica di senso, dal tempo attuale. Non escludo, infatti, che il fine ultimo della mostra sia proprio una riflessione sulla morte della pittura stessa. Se la pittura, infatti, quando si tratta di vocazione, esiste come necessità, siamo certi che al di fuori di questa “condizione esistenziale” essa non sia veramente estinta?

[…] È questo il quesito finale che La Rocca sembra intenzionato a porci attraverso il suo lavoro. Se il riferimento è alla pittura quale sound dei nostri tempi, basati sullo sviluppo dell’elettronica e sulla condivisione potenzialmente infinita di immagini diffuse in frazioni di secondo, la risposta è scontata. La pittura è morta, smarrita in una summa di arti completamente ibridizzate fra cui la fotografia digitale, la video-arte, l’installazione ambientale e la performance, che hanno lo schiacciante vantaggio di essere frutto di contaminazioni efficaci di diversi linguaggi. Se invece volessimo, per così dire, spalmare la domanda sul lungo corso inizieremmo a nutrire dei dubbi. Siamo sicuri che l’attuale sistema economico sia in grado di supportare lo sviluppo tecnologico anche nei secoli a venire? E per quanti secoli ancora? Affermare oggi che la pittura non è morta è prima di tutto un atto di responsabilità. La pittura è sempre riuscita a rigenerarsi, ha, in qualche modo, sviluppato una saggezza interiore, in quanto costituisce per l’uomo una forma archetipica, al pari della parola (e, nella sua quintessenza, della poesia), dei suoni della natura. Interrogarsi seriamente oggi sulla pittura significa interrogarsi sull’uomo stesso, significa risalire all’origine dell’esasperata ricerca di novità in campo artistico. Se la stessa domanda avesse avuto per oggetto la poesia, quale sarebbe la risposta? La medesima, malgrado il proiettarsi dell’uomo verso forme sempre nuove di irrealtà. Sostenere che la pittura è morta (tendenza abbastanza in voga nell’ultimo cinquantennio) significa riconoscere definitivamente che l’esistenza ha perso anche l’ultimo afflato, e questo, per quanto il tempo corrente sia dei più difficili, non potrà mai accadere. Se è vero che l’arte ha un potere salvifico sta agli artisti rimescolare le carte in tavola, da loro, infatti, deve ripartire un’idea di futuro. La Rocca in queste opere sembra cosciente della responsabilità del suo ruolo, tracciando una linea inversa alla smaterializzazione dell’arte. Siamo in presenza di un modo attuale di fare pittura, in grado di scrollarsi di dosso condizionamenti che negli anni hanno relegato questo linguaggio a eccezione da giustificare.

Fino al 18 ottobre; Guidi&Schoen arte contemporanea, genova; info: www.guidieschoen.com

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