Interventi - Qui Italia

Amendola e Brizio, 6 di sabbia

”È chiaro come il rovello sull’origine della forma dell’architettura sia strettamente legato alla mimesi. Il meccanismo di sostituzione dei corpi con gli elementi è inequivocabilmente un meccanismo mimetico. Hersey, come Vitruvio, cerca la soluzione dell’enigma di Valéry nella ancestrale ritualità del popolo greco. Restano, tuttavia, aperte due questioni. La prima riguarda il legame con la mimesi, ossia capire se questo legame si può esaurire nel meccanismo sostitutivo o si allarga ad altri piani simbolici. La seconda concerne il rapporto che l’origine sacrificale ha instaurato con l’architettura di età moderna nella sua riaffermazione della dottrina mimetica”. Giorgio Pigafetta

Quale tipologia di relazione si instaura tra l’oggetto e l’essere umano? Quale dialettica genera l’appropriazione di un rapporto mimetico tra il soggetto e gli elementi eterogenei di una natura immobile? L’oggetto è silenzioso, un silenzio che ci sottrae all’ingombrante e chiassoso contesto reale. L’oggetto diviene feticcio di un isolamento fenomenico che riconduce l’uomo all’origine della forma. Una serie di sedie appese, che emergono da un’onirica alterità, narrano un ciclo vitale, una correlazione di intrecci dove percepiamo la disillusione soggettiva del mondo. Grazia Amendola incarna nell’idea della sedia l’evidenza empirica del reale, oltre lo sguardo, oltre ogni fuorviante apparenza, l’artista genera un dialogo, un’armonia seducente composta da ombre e da luci, da materia che, in maniera labile, racconta di una segreta interazione, di un intrecciato nascosto, di una texture che cristallizza il principio di dispersione della nostra attualità. La sabbia ricopre il legno, ne accentua le venature, e disegna la dedizione plastica di ogni singolo elemento inanimato, attraverso la sedimentazione silicea l’assetto mimetico diviene conquista e restituisce tutto il fascino ancestrale del silenzio, dell’oggetto inorganico.

Sedie diverse, ognuna dalle proprie caratteristiche morfologiche, ognuna che con la propria eterogenea dimensione sembra descrivere le differenti età di un uomo, sedie che accolgono, pensate con lo scopo univoco di dare ospitalità alla fisionomia umana, oggetti statici ma che subiscono sin dalla loro ideazione, l’oscillamento di pesi specifici, le vibrazioni impercettibili di un corpo. Funzione e ornamento, attributo e destinazione d’uso, l’oggetto narra dunque percorsi, identifica pensieri, descrive il tempo sospeso, che non è più connaturato nel reale, ma prende le sembianze di una dimensione metafisica, oltrepassando la tangibilità del mondo oggettivo.

Alessandro Brizio, grazie al suo apporto sonoro e visuale, immette nell’intervento un’inedita forma di texture, il suono genera una sinestesia, lo scroscio della sabbia utilizzata per mimetizzare le sedie, innesca una partitura musicale creata dal caso, ciò che all’inizio del XVIII secolo Castel definisce ”musica per gli occhi”. L’interazione tra oggetto, luce e suono, dà forma a una composizione originale, a un intervento in cui l’artificio fonetico permette simultaneamente di costruire una visione di immagini da ascoltare. Nel buio della stanza la compagine sinestetica assume i connotati di una relazione polisemica: lo spettatore colto dai suoni e dalla mappatura di luci interagisce con lo spazio circostante costruendo una dimensione mutevole, frutto di una forza che è alla base dell’unione tra gli individui ed essenza stessa di un’immagine collettiva simbolo di evoluzione e cambiamento della specie. Amendola e Brizio, conseguentemente alla loro interazione multidisciplinare, edificano un inedito linguaggio sensoriale, un’architettura immaginifica destinata a celebrare l’illusione della forma, a racchiudere simbolicamente la morte, in un ciclo perpetuo che, in ultima istanza, richiama l’irruzione spettacolare della vita.

”Era una cosa bianca, del più puro biancore, liscia e dura, e dolce e leggera. Brillante al sole, la presi; soffiai su di essa; la strofinai sul mio mantello, e la sua forma singolare bloccò tutti i miei altri pensieri”. Paul Valéry, Dialogo tra Socrate e Fedro.

Fino al 18 luglio, Spazio Y, via dei Quintili 144, Roma; info: spazioy.com

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