Documenta 16 non ha ancora aperto le porte, ma il clima che circonda la prossima edizione appare già segnato da tensioni politiche e culturali. Naomi Beckwith, nominata direttrice artistica della rassegna, ha raccontato in un’intervista a Die Zeit che alcuni artisti invitati per il 2027 hanno scelto di non partecipare. I loro nomi non sono stati resi pubblici, così come non è stato precisato il numero delle rinunce. Beckwith ha spiegato che, in alcuni casi, alla base della decisione ci sarebbe la percezione di uno spazio di libertà più ristretto in Germania, soprattutto rispetto alla possibilità di affrontare artisticamente il conflitto a Gaza e le posizioni assunte dal governo tedesco.
La questione tocca un nervo scoperto per documenta. La quindicesima edizione, curata dal collettivo indonesiano ruangrupa, era stata attraversata da forti polemiche dopo l’esposizione di un’opera di Taring Padi contenente immagini giudicate antisemite. Il lavoro fu prima coperto e poi rimosso. Nei mesi successivi arrivarono le dimissioni della direttrice generale Sabine Schormann e, nel 2023, quelle dell’intera commissione incaricata di selezionare la nuova direzione artistica.

Beckwith è stata scelta nel dicembre 2024 al termine di un nuovo processo internazionale di selezione. Curatrice di lungo corso e deputy director e chief curator del Solomon R. Guggenheim Museum di New York, guiderà una delle manifestazioni più influenti del sistema dell’arte contemporanea, in programma a Kassel dal 12 giugno al 19 settembre 2027. Nel frattempo, documenta ha introdotto un nuovo codice di condotta. Il testo ribadisce l’impegno dell’organizzazione contro antisemitismo, razzismo e altre forme di discriminazione, dichiarando al tempo stesso la volontà di proteggere la libertà artistica. Uno dei punti più discussi riguarda il riferimento alla definizione operativa di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance, da tempo al centro di un confronto internazionale sulla distinzione tra antisemitismo e critica politica a Israele.
Beckwith ha precisato di non aver sottoscritto personalmente il codice perché, ha spiegato, non le è stato chiesto di farlo. Nell’intervista ha però insistito sulla necessità di tenere aperto uno spazio di confronto anche nei momenti di maggiore polarizzazione. Alla domanda sulla propria posizione rispetto alla guerra, la curatrice ha preferito spostare l’attenzione sul ruolo pubblico della manifestazione: più che ribadire appartenenze o schieramenti, ha sostenuto, documenta dovrebbe provare a creare le condizioni per un dialogo capace di attraversare divisioni ormai profonde.
Il riferimento alla precedente edizione è inevitabile. Beckwith ha riconosciuto che documenta 15 ha mostrato opere capaci di generare un conflitto tale da rendere difficile qualsiasi forma di scambio. Interpellata direttamente sul caso Taring Padi, ha affermato che episodi simili non dovrebbero ripetersi e che il lavoro curatoriale della prossima edizione presterà particolare attenzione ai contesti, ai simboli e ai codici visivi utilizzati dagli artisti.

Sulla rimozione dell’opera nel 2022, Beckwith ha osservato che, in quel momento, la scelta fu appropriata anche perché avvenne con il consenso degli artisti. Ha però aggiunto che togliere un’opera da una mostra resta una decisione estrema, da considerare soltanto come ultima possibilità. Al tempo stesso, la curatrice ha difeso apertamente il diritto alla protesta. Alla prospettiva di manifestazioni legate alla guerra a Gaza durante documenta 16 ha risposto che non sarebbe né possibile né auspicabile impedirle: protestare ed esprimere opinioni, ha ricordato, fa parte dello spazio pubblico.
È proprio qui che si concentra la sfida della prossima edizione. Dopo le fratture emerse nel 2022, documenta si trova a dover tenere insieme esigenze difficili da conciliare: tutela delle comunità, libertà artistica, responsabilità curatoriale e possibilità di affrontare temi politici senza trasformare il museo in un luogo di censura o, all’opposto, in uno spazio privo di mediazioni.


