The Armory Show va in scena a New York guardando ai Caraibi

Dal 24 al 27 settembre, al Javits Center, circa 230 gallerie da oltre 30 Paesi. L’edizione 2026 porta in primo piano i Caraibi e le loro diaspore

I Caraibi e le loro diaspore conquistano il centro della scena all’Armory Show 2026. La fiera d’arte contemporanea torna dal 24 al 27 settembre al Javits Center di New York con circa 230 gallerie provenienti da oltre 30 Paesi e un allestimento completamente ripensato per dare maggiore visibilità agli artisti della regione. La scelta dei Caraibi non riguarda soltanto le sezioni curate. Anche la disposizione degli stand è stata modificata utilizzando i due ingressi principali del Javits Center per costruire percorsi differenti. L’ingresso sud porterà direttamente nella sezione dedicata ai Caraibi e alle Americhe. Quello nord sarà invece maggiormente concentrato sulle gallerie statunitensi e, in particolare, sulla scena newyorkese.

Dall’Avana a Haiti, i protagonisti

Tra le presenze dell’area caraibica c’è El Apartamento, galleria fondata all’Avana, che presenta una collettiva di artisti cubani. Perrotin propone invece una personale dell’artista haitiano-americana Kathia St. Hilaire, mentre Ronchini porta in fiera la pittrice Shara Mays, attiva tra California e Colombia. La Galeria Raquel Arnaud di San Paolo presenta il brasiliano Antonio Luiz Morais de Andrade. La direttrice dell’Armory Show, Kyla McMillan, spiega che la scelta nasce anche dalla posizione particolare occupata dai Caraibi nella geografia delle Americhe e dal forte legame tra la regione e le comunità diasporiche presenti a New York. L’obiettivo, secondo McMillan, è mettere in evidenza i punti di contatto tra esperienze artistiche differenti senza ridurre l’arte caraibica a una definizione unica.

Sculture e installazioni raccontano i Caraibi

Il tema attraversa anche Platform, la sezione riservata alle opere di grandi dimensioni, curata quest’anno da Jovanna Venegas dello SculptureCenter del Queens. Sculture e installazioni affrontano il rapporto tra architettura, ambiente, disponibilità dei materiali e capacità di adattamento. Tra i temi emergono anche gli effetti degli uragani e la necessità di ricostruire dopo eventi climatici estremi. In mostra ci saranno, tra gli altri, Bony Ramírez, Lucia Hierro, Rafael Domenech, Zenobia Lee, Margarita Cabrera, María Magdalena Campos-Pons e Hew Locke. «L’obiettivo è sempre quello di ampliare la nostra visione di come possa essere l’arte caraibica», ha spiegato McMillan, indicando proprio l’uso dei materiali come uno degli elementi più interessanti del progetto.

Migrazioni e diaspora al centro di “Focus”

Un secondo percorso è affidato a Focus, curato da María Elena Ortiz del Modern Art Museum di Fort Worth. La sezione mette insieme artisti che vivono nei Caraibi e autori la cui ricerca è stata influenzata dalla migrazione e dall’esperienza delle comunità diasporiche. Casa Hoffmann di Bogotá presenta la colombiana Alba Triana. Henrique Faria Fine Art di New York e Galería SN di Bogotá condividono uno stand dedicato ad Ana Fernández Mosseri e Mercedes Elena González. Mimo di Brooklyn e Hidrante di Porto Rico portano rispettivamente Ernesto Rivera e Ricardo Cabret, mentre Tern Gallery delle Bahamas presenta Gio Swaby e Kachelle Knowles. Il programma comprende inoltre artisti come Renée Cox, Simon Benjamin, Lizania Cruz, Sofía Del Mar Collins e Yanira Collado, insieme ai fratelli Elliot ed Erick Jiménez.

Più spazio alle gallerie emergenti

L’edizione 2026 rafforza anche la presenza delle realtà più giovani. Le sezioni Presents e Solo aumentano entrambe di circa il 20% rispetto allo scorso anno. Solo, dedicata alle presentazioni di un singolo artista, comprenderà circa 25 espositori. Presents, riservata alle gallerie fondate negli ultimi dodici anni, ne riunirà circa 55. Tra le nuove partecipazioni figurano Adegbola Gallery di Lagos, Amanita e Management di New York, Catinca Tabacaru, attiva tra Bucarest e Harare, e Rajiv Menon Contemporary di Los Angeles. Ci sarà anche Margot Samel, vincitrice del Gramercy International Prize, riconoscimento che assegna uno stand gratuito a una galleria newyorkese al debutto all’Armory Show.

All’ingresso nord troveranno invece spazio numerose realtà consolidate della scena americana e internazionale. Tra gli espositori figurano Sean Kelly, Norr Cohan, Miles McEnery Gallery, Hollis Taggart, Marc Straus Gallery e Dimin, insieme a Templon, Mennour, Victoria Miro, Ben Brown Fine Arts e Nara Roesler.

Performance e movimento entrano nel programma

Un altro elemento dell’edizione sarà la performance. Secondo McMillan, processioni, movimento e carnevale rappresentano componenti importanti di molte tradizioni artistiche caraibiche e saranno presenti nel programma della fiera. «I Caraibi sono un luogo in cui esistono tantissime interpretazioni del carnevale», ha spiegato la direttrice. «Consideriamo la processione, il movimento e la performance come parte integrante dell’opera».

La fiera nel pieno del dibattito sull’immigrazione

L’attenzione alle diaspore arriva mentre negli Stati Uniti resta acceso il confronto sulle politiche migratorie dell’amministrazione Trump. Nel testo di presentazione dell’edizione viene richiamata anche la situazione degli immigrati provenienti da Venezuela e Haiti, dopo gli interventi sullo status di protezione temporanea, oltre alle maggiori restrizioni su visti e controlli alle frontiere.

Un contesto che può avere conseguenze anche sulla partecipazione internazionale agli appuntamenti culturali americani. Secondo i dati del National Travel and Tourism Office citati dagli organizzatori, il turismo internazionale negli Stati Uniti è diminuito del 5,5% nell’ultimo anno, con circa quattro milioni di visitatori in meno. McMillan non nasconde l’incertezza. «Non sappiamo quale sarà il titolo di domani», ha detto, assicurando che l’organizzazione continuerà a mantenere aperto il confronto con le gallerie.

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