Marina Abramović in mostra alla GNAMC di Roma. L’artista: «Sarà un progetto unico»

L'esposizione, presentata dall’artista insieme alla direttrice Mazzantini e ai curatori Shai Baitel e Andrea Tarsia, inaugurerà il 18 novembre 2026, nell’anno suo ottantesimo compleanno

Ce lo aveva anticipato durante l’estate Shai Baitel, curatore di diverse esposizioni dell’artista serba: Marina Abramović sarà protagonista dell’autunno romano con una mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Prevista per il 18 novembre 2026, la rassegna mette insieme oltre cinquant’anni di ricerca, dalle performance storiche agli oggetti transitori di Transforming Energy. A presentarla sono stati i suoi protagonisti nel corso di una conferenza stampa con l’artista, la direttrice della Galleria Renata Cristina Mazzantini e i curatori Shai Baitel e Andrea Tarsia.

Più di 150 opere, dal 1974 a oggi, costruiranno un percorso che affianca alcuni dei lavori più conosciuti di Abramović alla ricerca più recente, mentre la presenza del Marina Abramović Institute accompagnerà la componente partecipativa del progetto. Un’esposizione pensata anche in occasione degli ottant’anni dell’artista e del suo lungo rapporto con l’Italia.

Renata Cristina Mazzantini: «Aspettavamo questa mostra da tanto tempo»

«Aspettavamo questa mostra da tanto tempo», ha esordito la direttrice del museo romano presentando il progetto. L’esposizione romana arriva dopo Transforming Energy alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, ma alla GNAMC assume una dimensione diversa. «A Roma, per celebrare l’ottantesimo compleanno di Marina, la Galleria Nazionale vuole davvero rendere omaggio alla sua carriera di leggendaria artista della performance e di artista da sempre legata al nostro Paese». Da qui la decisione di ampliare il progetto con una sezione storica. «La mostra sarà monumentale. Avremo più di 150 opere che racconteranno tutta la carriera di questa straordinaria artista, dal 1974 a oggi, con le opere più iconiche e quelle più recenti».

Per Mazzantini, la coincidenza con l’ottantesimo compleanno di Abramović assume anche un significato particolare nel contesto italiano. «Quest’anno per l’Italia ricorre l’ottantesimo anniversario della Repubblica, ma soprattutto l’ottantesimo anniversario del processo democratico che riconobbe alle donne il diritto di votare e di essere elette». In questo senso, ha aggiunto, «Marina Abramović, per tutta la sua vita, è stata un simbolo dell’emancipazione e della libertà delle donne».

La direttrice ha sottolineato anche il rapporto della Galleria con il territorio circostante e con le istituzioni culturali internazionali che gravitano intorno a Villa Borghese. «La Galleria Nazionale si trova proprio al confine con Villa Borghese, di fronte al grande parco, ed è circondata dalle accademie dei diversi Paesi». Da qui anche la volontà di coinvolgere gli studenti: «Abbiamo aperto una open call con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma e delle altre accademie per partecipare alla mostra. Per la Galleria l’obiettivo è coinvolgere i giovani, soprattutto quelli che operano nel campo dell’arte».

Shai Baitel: «L’energia è un elemento centrale in tutto ciò che Marina fa»

A ricostruire la nascita di Transforming Energy è stato Shai Baitel. «Transforming Energy è nata da una conversazione tra me e Marina durante il Covid. Marina mi disse che voleva una mostra in Cina e che per tre decenni era stato difficile convincere le autorità». Da quella conversazione nacque un progetto concentrato sugli oggetti transitori, un concetto che Abramović, ricorda Baitel, aveva definito «a prova di proiettile».

Il punto di partenza è la Grande Muraglia cinese e l’esperienza fisica del paesaggio. «La storia comincia realmente con la camminata di Marina sulla Grande Muraglia, con il sentire l’energia delle pietre e dei minerali sotto i piedi». Un’esperienza alla quale seguirono i viaggi in Brasile e l’incontro con minerali e pietre che sarebbero diventati centrali negli oggetti transitori. Per Baitel, la chiave che permette di attraversare l’intera ricerca dell’artista è proprio l’energia. «L’energia è un elemento centrale in tutto ciò che Marina fa, pensa o concepisce. È una delle pochissime artiste ad aver trattato l’energia come un materiale».

Gli oggetti transitori, precisa il curatore, non sono sculture nel senso tradizionale. «Marina non li chiama sculture. Sono una struttura per i minerali, per le pietre. Ma bisogna anche accettare che le pietre siano una struttura per l’energia. E soltanto quando il pubblico entra in connessione con l’oggetto transitorio, l’insieme diventa l’opera d’arte».

È proprio il ruolo dello spettatore a permettere a Baitel di individuare una trasformazione all’interno della pratica di Abramović. Nelle performance storiche «invitava il pubblico a guardarla. Erano osservatori passivi». Con la camminata sulla Grande Muraglia, invece, «non c’era pubblico. Marina e Ulay camminarono per tre mesi l’uno verso l’altra. Le sole persone presenti erano i soldati cinesi che li osservavano». Gli oggetti transitori arrivano quasi all’estremo opposto: «Sono stati creati soltanto per il pubblico, non perché Marina performasse». E così, «Marina non performa, ma guarda il pubblico performare al suo posto. In un certo senso, c’è la chiusura di un ciclo».

Anche il contesto cambia radicalmente da una tappa all’altra. «Quando abbiamo allestito la mostra in Cina c’erano soltanto le opere di Marina nello spazio del museo. Non esisteva alcun dialogo, c’era Marina in sé». A Venezia, invece, il progetto è entrato in relazione «con alcuni dei più grandi artisti del Rinascimento veneziano, come Giorgione, Bellini e Tiziano», attraverso il tema comune del corpo.

«Gli artisti del Rinascimento guardavano il corpo e lo rappresentavano attraverso la loro arte, mentre Marina utilizza il corpo stesso, che sia il proprio o quello del pubblico». A Roma il confronto cambia ancora: opere storiche e Transforming Energy convivono nello stesso percorso, all’interno della collezione della Galleria Nazionale.

Andrea Tarsia: «La pratica di Marina Abramović è fondamentalmente relazionale»

Andrea Tarsia ha chiarito subito che la componente storica aggiunta per Roma «non vuole essere una mostra esaustiva». È stata invece organizzata «in funzione di Transforming Energy e degli oggetti transitori che sono al centro di quella mostra», per evidenziare i punti di contatto con il resto della ricerca di Abramović e mostrare quanto quegli oggetti siano stati importanti nella sua evoluzione.

Per questo la sezione storica non segue un andamento cronologico. «La mostra è organizzata tematicamente e non cronologicamente. L’obiettivo è mostrare quanto la pratica di Marina Abramović sia fondamentalmente relazionale, il modo in cui utilizza il corpo per esplorare due interessi interconnessi: il rapporto del sé con l’altro e quello del fisico con il metafisico». Nel percorso trovano posto Rhythm 0, Imponderabilia, i lavori con Ulay, Balkan Baroque, The House with the Ocean View e The Artist Is Present. Proprio Rhythm 0 e The Artist Is Present apriranno la sezione storica.

«Ci è sembrato particolarmente appropriato aprire una mostra nel contesto di Transforming Energy con due opere che pongono l’interazione con il pubblico al loro centro». Sono lavori realizzati a 35 anni di distanza e dagli esiti radicalmente differenti: il percorso tra i due permette così di osservare «come il pensiero dell’artista si sia evoluto e abbia condotto da un’opera all’altra». In questo processo gli oggetti transitori diventano uno snodo. «Sono la prima articolazione di determinate idee, interessi e processi che poi vanno a informare opere come Balkan Baroque, The House with the Ocean View e The Artist Is Present». Tanto che, osserva Tarsia, «ci si potrebbe chiedere quale forma avrebbero assunto queste opere se gli oggetti transitori non fossero esistiti».

Roma introduce inoltre una relazione particolare con la biografia dell’artista e con la storia della città. Tarsia ricorda Rhythm 10, una delle prime performance di Abramović, realizzata nell’area di Villa Borghese, «non lontano dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Quindi, in un certo senso, è anche un ritorno a casa». Ma c’è anche una dimensione più ampia. Roma è una città nella quale la storia religiosa e spirituale ha interrogato per secoli «l’essere e il non essere, la vita e la morte» attraverso forme e rituali differenti. Questioni che, sottolinea Tarsia, «sono state centrali nello sviluppo della pratica di Marina», anche grazie ai suoi numerosi viaggi e all’incontro con culture diverse.

Marina Abramović: «Questa è la prima volta che non sono coinvolta nella curatela»

«Ho iniziato la mia carriera in Italia prima che molti di voi fossero nati», ha ricordato Marina Abramović prendendo la parola. «Questo Paese è stato davvero un palcoscenico internazionale per i miei primi lavori di performance. Non ho mai dimenticato quell’esperienza». Ma la mostra romana, insiste, è diversa dalle precedenti per una ragione innanzitutto personale. «La maggior parte delle volte, quando un curatore lavora con me a una mostra, io sono molto coinvolta. Questa è la prima volta che non sono assolutamente coinvolta nella curatela».

Una condizione che Abramović considera tutt’altro che negativa. «Penso che sia un’ottima decisione, perché gli artisti vogliono sempre presentare determinati lavori, che non necessariamente sono i migliori o costituiscono la combinazione migliore. Quando togli l’artista da questo processo e lasci fare ai curatori e alla direttrice del museo, il risultato diventa qualcosa che io stessa sono molto interessata a vedere, perché è un punto di vista sul mio lavoro completamente diverso da quello che probabilmente avrei costruito io».

L’artista paragona questa esperienza a quella vissuta lavorando con Bob Wilson a The Life and Death of Marina Abramović: «Gli diedi tutto il mio materiale e lui costruì un progetto nel quale io recitavo sotto la sua direzione. Fu la prima volta in cui potei vedere la mia vita in un modo completamente diverso, riorganizzata, coreografata e ricomposta dal punto di vista di qualcun altro».

A rendere speciale Roma è anche la presenza simultanea di tre componenti: «le opere storiche, gli oggetti transitori, ma anche il mio Istituto». Tre elementi che, secondo Abramović, «insieme creano davvero la celebrazione del mio ottantesimo compleanno, perché posso vedere il mio lavoro nella sua totalità». E proprio questa combinazione rende il progetto romano irripetibile: «Penso davvero che questa mostra, così com’è adesso, non andrà da nessun’altra parte. Sarà una presenza unica di questo tipo di mostra, di questo tipo di concetto».

Quando però i curatori provano a tracciare una linea evolutiva troppo ordinata all’interno della sua carriera, Abramović interviene immediatamente. «Tu mi metti in una scatola, ma io salto fuori dalla scatola». Il motivo, spiega, è che il suo lavoro ha continuato a cambiare direzione: dalla performance agli oggetti transitori, dall’opera a 7 Deaths of Maria Callas, da The Cleaner a Balkan Erotic Epic. «Qualunque sia la definizione in cui cercate di mettermi, è proprio per questo che sono così contraria alle etichette».

Per Abramović, continuare significa soprattutto evitare la ripetizione. «Dobbiamo andare avanti. Dobbiamo continuamente trovare sfide diverse. Se non riesco a sorprendere me stessa, non riesco a respirare. Ho sempre bisogno di sorprendermi, qualunque cosa faccia». E quando le viene chiesto che effetto faccia guardare a quasi cinquant’anni di carriera, la risposta arriva immediata: «Devo correggervi. Non sono 50, sono 65 anni. È una vita intera».

Guardarsi indietro, ammette, «in un certo senso fa molta paura, perché guardi al tuo passato, guardi tutto ciò che hai realizzato nella tua vita». Ma il pensiero successivo è già rivolto a ciò che ancora manca: «La mia domanda è sempre: cosa viene dopo? Che cosa farò adesso?». A ottant’anni Abramović non sembra interessata all’idea di un punto d’arrivo. «Devo sapere quanto tempo mi rimane per poter realizzare ancora opere davvero importanti. Senza ripetermi, senza ripetere le mostre, sempre con nuovi concetti, nuove idee, eliminando dalla mia vita tutto ciò che non è necessario».

E chiude il ragionamento con una battuta. Quando un regista le propose di realizzare un film sulla sua vita, Abramović rispose: «È troppo presto, ho soltanto 80 anni». Per poi aggiungere: «Penso davvero che le artiste debbano superare i cento anni per essere prese veramente, veramente sul serio».