La GNAMC di Renata Cristina Mazzantini è un museo aperto alla città e alle nuove sfide del contemporaneo

Dall’eredità di Palma Bucarelli al nuovo allestimento, dalle collaborazioni con moda e privati ai progetti per archivi e biblioteca: in un’intervista al Corriere della Sera, la direttrice racconta la sua idea di museo

Un museo che non sia soltanto un luogo nel quale conservare ed esporre opere, ma uno spazio capace di entrare nella vita della città e di intercettare pubblici differenti. È questa l’idea di Renata Cristina Mazzantini, architetto e dal 2024 direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, al centro di una lunga intervista firmata da Pierluigi Panza e pubblicata sul Corriere della Sera. Il punto di partenza è una concezione del museo lontana dalla logica dell’accumulo. Mazzantini racconta di aver lavorato per riportare alla Gnam una parte del patrimonio precedentemente concesso in prestito ad altre istituzioni, con l’obiettivo di rafforzare l’identità della collezione e, allo stesso tempo, rendere il museo più permeabile alla città. Una trasformazione che riguarda dunque tanto le opere quanto il modo di raccontarle e di metterle in relazione con il pubblico.

Da Palma Bucarelli alla Gnamc di oggi

Il confronto con Palma Bucarelli, storica direttrice del museo dal 1941 al 1975, diventa uno dei punti attraverso cui leggere la visione di Mazzantini. Di quella stagione resta soprattutto l’idea di un museo vivo, capace di rivolgersi a pubblici diversi e di superare i confini di un’istituzione destinata soltanto agli specialisti. Bucarelli arrivò anche ad aprire gratuitamente la Galleria ai clochard, portando avanti una concezione dell’arte come esperienza accessibile e condivisa. Una prospettiva che Mazzantini prova a tradurre nel presente anche attraverso il riallestimento della collezione, pensato per rendere più comprensibile il patrimonio e ricostruire connessioni storiche che aiutino il visitatore a orientarsi. Non soltanto una successione di opere, dunque, ma un percorso capace di raccontare la storia dell’arte e, attraverso di essa, quella del Paese. In questo senso va letta anche la scelta di riportare la sala dedicata al Futurismo nella sua precedente collocazione, restituendo al movimento il suo spazio all’interno del racconto storico del museo.

Anche l’apertura dell’istituzione alla moda si inserisce in questa concezione. Le sfilate ospitate negli spazi della Galleria hanno riacceso il dibattito sul rapporto tra istituzioni culturali, grandi eventi e marchi privati, ma il dialogo tra arte e moda ha radici lontane nella storia del museo e risale già agli anni di Palma Bucarelli. In questa direzione si colloca anche il rapporto con Fendi, maison già legata alla Galleria in passato e oggi coinvolta nel sostegno alla digitalizzazione dell’archivio. Moda, eventi e collaborazioni diventano così strumenti attraverso cui intercettare nuovi pubblici, purché inseriti in una progettualità coerente con l’identità dell’istituzione. L’obiettivo è ampliare le modalità di fruizione del museo facendo convivere conservazione, ricerca, divulgazione e apertura verso altri linguaggi. A ciò si lega anche il rapporto con i privati, che nella visione della direttrice può contribuire alla crescita e alla valorizzazione del patrimonio pubblico. Tra gli esempi più recenti, la Cy Twombly Foundation, che ha donato undici opere e un Picasso, oltre a oltre un milione di euro destinato al laboratorio di restauro. A questa si aggiunge Bulgari, con una donazione di 63 opere di artisti tra cui Capogrossi, Burri e Afro. Fondazioni, aziende e collezionisti entrano così in un sistema di collaborazioni che affianca e sostiene l’attività dell’istituzione.

I nuovi progetti della Gnamc

Lo sguardo è rivolto anche ai prossimi interventi. Tra i progetti in programma c’è quello affidato all’architetto Mario Botta per gli archivi e la biblioteca, con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio documentario e ripensare alcuni degli spazi della Galleria. A questo si aggiunge l’ipotesi di destinare un’ala alle mostre contemporanee e di intervenire sul rapporto tra il museo, il verde e il contesto urbano. La trasformazione deve però confrontarsi anche con la particolare struttura gestionale della Galleria. Nell’intervista Mazzantini torna infatti sulla natura della museo romano come fondazione di diritto privato con una forte componente pubblica, soffermandosi sulle difficoltà prodotte da un modello che nel frattempo non viene più adottato per le nuove istituzioni. Un nodo amministrativo che procede parallelamente al lavoro sulle collezioni, sugli spazi e sulla programmazione. La direzione indicata da Mazzantini è quella di un museo contemporaneo e riconoscibile, capace di valorizzare una collezione vastissima senza trasformarsi in un semplice contenitore di opere. Sullo sfondo rimane la lezione di Palma Bucarelli: fare della Galleria un luogo attraversato dalla società e dai cambiamenti del proprio tempo.

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