È morto Peter Max, l’artista che ha incarnato la controcultura americana degli anni Sessanta

Dai poster alla cultura di massa, fino a MTV e ai grandi eventi sportivi, le sue immagini sono entrate nell’immaginario popolare statunitense

Colori sparati al massimo, cieli cosmici, stelle, cuori, colombe, fiori e figure che sembrano emergere da un viaggio psichedelico. Peter Max è morto a New York a 88 anni: aveva costruito intorno a quella grammatica visiva un universo che sarebbe diventato una delle espressioni più popolari dell’America tra gli anni Sessanta e Settanta. La notizia della scomparsa è stata confermata dalla famiglia. «Ricorderemo la sua straordinaria creatività, il suo calore umano, la sua curiosità e il modo in cui vedeva bellezza e possibilità ovunque», ha dichiarato il figlio Adam Max ad ABC News. Le sue immagini sono state riprodotte su poster, riviste, francobolli, abiti e oggetti, ma anche su automobili, aerei e navi. Una diffusione capillare che contribuì a renderlo una presenza familiare nella cultura visiva americana.

Dalla Berlino nazista alla New York dell’arte

Peter Max Finkelstein nacque a Berlino nel 1937 in una famiglia ebraica. Ancora bambino lasciò la Germania con i genitori durante il nazismo. Prima dell’arrivo negli Stati Uniti, la famiglia attraversò diversi paesi tra Asia, Medio Oriente ed Europa. Nel 1953, quando Peter aveva 16 anni, arrivò a New York. Qui studiò arte e cominciò a lavorare come grafico e illustratore, fino ad aprire uno studio di design nei primi anni Sessanta.

Fu proprio l’incontro tra formazione artistica e comunicazione grafica a diventare uno degli elementi decisivi della sua carriera. Max comprese molto presto le possibilità della riproduzione seriale: l’immagine non doveva necessariamente restare confinata alla tela o alla galleria, poteva circolare ovunque.

I poster psichedelici e la Summer of Love

La notorietà esplose negli anni Sessanta. Max costruì un linguaggio fatto di campiture cromatiche accese, forme sinuose, pianeti, raggi solari e personaggi sospesi tra fumetto, surrealismo e immaginario cosmico. Le sue immagini finirono sui muri delle camere degli studenti americani e diventarono parte dell’estetica associata alla Summer of Love. Arancione, viola, giallo, rosso e blu elettrico si sovrapponevano in composizioni che sembravano voler eliminare qualsiasi distinzione tra pittura, illustrazione e grafica. «Vedo tutto attraverso occhi color arcobaleno», disse una volta l’artista. Una frase che potrebbe funzionare quasi come dichiarazione programmatica della sua produzione.

La psichedelia di Max, tuttavia, non nasceva dall’esperienza delle droghe che caratterizzò parte della controcultura dell’epoca. L’artista era vegetariano, astemio e interessato allo yoga e alle filosofie orientali. L’espansione della coscienza che cercava di tradurre nelle immagini seguiva dunque una strada personale.

Peter Max e Yellow Submarine: l’equivoco

C’è un’opera che continua a essere attribuita a Peter Max, ma che Peter Max non realizzò: Yellow Submarine dei Beatles. L’equivoco è comprensibile. Il film d’animazione del 1968 e la copertina dell’album pubblicato l’anno successivo condividono con il lavoro di Max colori saturi, forme fantastiche e quell’estetica psichedelica diventata emblematica della fine degli anni Sessanta. Il progetto visivo di Yellow Submarine fu però sviluppato dall’illustratore e designer tedesco Heinz Edelmann. L’errore di attribuzione, ripetuto negli anni, dice semmai qualcosa sulla forza dello stile di Max: la sua estetica è diventata così identificativa di un’epoca da essere associata anche a immagini create da altri.

Liberty Head, la Statua della Libertà diventa pop

Tra i soggetti più riconoscibili della produzione di Max c’è la Statua della Libertà. L’artista la reinterpretò ripetutamente attraverso profili colorati, pennellate energiche e fondali esplosivi. La serie Liberty Head trasformò uno dei simboli istituzionali degli Stati Uniti in un’icona pop, sottoponendolo allo stesso trattamento cromatico riservato ai suoi soli, alle stelle e ai personaggi cosmici. Il rapporto con la Statua della Libertà non rimase soltanto artistico. Max partecipò anche alla campagna per il restauro del monumento in vista del centenario del 1986, contribuendo a riportare l’attenzione pubblica sulla necessità di conservarlo.

Cosmic Runner e l’universo di Peter Max

Un’altra figura ricorrente è il Cosmic Runner, personaggio lanciato in corsa dentro paesaggi dominati da colori intensi e dimensioni quasi interplanetarie. Il soggetto concentra molti degli elementi caratteristici dell’artista: il corpo umano ridotto a sagoma, il movimento, l’orizzonte cosmico e soprattutto un uso del colore che non cerca alcuna corrispondenza naturalistica. È in lavori come questi che emerge chiaramente la capacità di Max di creare immagini immediatamente leggibili. Non serviva conoscere la storia dell’arte contemporanea per entrare nel suo universo: la comunicazione avveniva attraverso forme semplici e colori spettacolari.

Dalla tela agli oggetti: l’arte diventa prodotto

Peter Max non ebbe particolari timori nei confronti della commercializzazione della propria estetica. Al contrario, ne fece uno degli elementi distintivi della sua attività. Le sue immagini furono concesse in licenza per un numero enorme di prodotti: oggetti domestici, vestiti, orologi e altri beni di consumo. General Electric gli commissionò persino una serie di “art clocks”.

L’operazione rende difficile separare nettamente Peter Max artista da Peter Max fenomeno commerciale. Ma è proprio questa ambiguità a renderlo interessante nella storia del Pop: le sue immagini potevano passare dalla parete di una galleria a un prodotto industriale senza perdere riconoscibilità.

Il logo di MTV e l’incontro con la cultura musicale

Negli anni Ottanta Max lavorò anche sull’identità visiva di MTV, intervenendo sul celebre marchio dell’emittente musicale. Era un incontro quasi naturale tra un artista cresciuto attraverso la contaminazione dei linguaggi e un canale televisivo che stava trasformando musica, grafica, moda e video in un unico flusso visivo. Il suo rapporto con la musica non si limitò alla televisione. Max realizzò lavori collegati a eventi e manifestazioni musicali, tra cui il New Orleans Jazz & Heritage Festival, continuando a utilizzare l’estetica psichedelica anche molto tempo dopo la conclusione della stagione che l’aveva generata.

Mondiali, Super Bowl e grandi eventi americani

La capacità di produrre immagini popolari portò Max anche nel territorio dello sport. Fu scelto come artista ufficiale dei Mondiali di calcio disputati negli Stati Uniti nel 1994 e lavorò inoltre a progetti legati al Super Bowl. Era ormai diventato qualcosa di diverso dall’artista underground che aveva interpretato la controcultura: un autore chiamato a costruire l’immagine di grandi appuntamenti della cultura di massa americana. La traiettoria è significativa. Un linguaggio nato nell’atmosfera ribelle e psichedelica degli anni Sessanta era entrato, alcuni decenni più tardi, nel cuore dell’immaginario istituzionale e commerciale degli Stati Uniti.

Un aereo come tela

Max portò la propria pittura anche fuori dai supporti convenzionali. Nel 1999 un Boeing 777 di Continental Airlines venne trasformato attraverso una livrea speciale progettata dall’artista. L’aereo divenne una gigantesca superficie mobile per il suo repertorio cromatico, dimostrando fino a che punto Max considerasse potenzialmente utilizzabile qualsiasi supporto. Lo stesso principio sarebbe stato applicato ad altri mezzi e, soprattutto, alle navi da crociera. Il suo universo poteva occupare un poster come la fiancata di un mezzo lungo decine di metri.

Le Corvette: quattro automobili diventano opere

Particolarmente curioso è il capitolo delle Corvette. Max entrò in possesso di una collezione di 36 Chevrolet Corvette, una per ogni anno di produzione dal 1953 al 1989, e per molto tempo immaginò di trasformarle in opere. Anni dopo dipinse alcune delle automobili con il proprio repertorio di colori e segni. Il risultato sintetizzava perfettamente la sua idea di Pop Art: prendere uno degli oggetti simbolo della cultura americana e convertirlo in una superficie pittorica. Automobile, design industriale e opera d’arte finivano così per occupare lo stesso spazio.

Le ombre dietro i colori

La storia di Max ebbe anche capitoli più problematici. Nel 1998 fu condannato a lavori socialmente utili e al pagamento di una multa dopo essersi dichiarato colpevole in una vicenda di evasione fiscale relativa ai proventi della vendita delle proprie opere. Negli ultimi anni della sua vita, mentre le sue condizioni di salute peggioravano, intorno alla gestione dell’artista e del suo patrimonio nacquero inoltre dure controversie familiari e giudiziarie. Anche il mercato delle opere vendute attraverso le aste organizzate sulle grandi navi da crociera generò contestazioni e cause da parte di alcuni acquirenti.