«Let’s talk about Marina». Così il curatore Shai Baitel ha cominciato la sua intervista con Inside Art, confermandoci che Marina Abramović arriverà con una mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Dopo la tappa alle Gallerie dell’Accademia in occasione della Biennale, la celebre artista serba sarà infatti protagonista dell’autunno romano con Transforming Energy and Legacy Works, un’ampia retrospettiva che da un lato declinerà negli spazi della GNAMC quanto esplorato nell’esposizione di Venezia, dall’altro passerà in rassegna l’eredità storica, artistica e intellettuale che Marina Abramović lascia al mondo. A curarla sarà, come alle Gallerie veneziane, Shai Baitel, direttore del Modern Art Museum (MAM) di Shanghai e co-fondatore del Mana Contemporary, un centro artistico multidisciplinare di Jersey City attraverso cui ha dato vita a collaborazioni con le più grandi personalità del settore, tra le quali proprio Marina Abramović. La sezione dedicata all’eredità dell’artista sarà invece a cura di Andrea Tarsia. Di tutto questo Baitel ha parlato nella sua conversazione con Inside Art, iniziata con la notizia della mostra imminente alla GNAMC e proseguita con un racconto delle sue esperienze curatoriali in tutto il mondo, da Riyadh al MAM di Shanghai.

Ci può confermare che la GNAMC ospiterà una grande mostra dedicata a Marina Abramović?
Sì, la Galleria Nazionale ospiterà la mostra di Marina Abramović Transforming Energy and Legacy Works, simile a quella che abbiamo attualmente a Venezia e che ha inaugurato durante la Biennale all’inizio di maggio. Si tratta di una mostra storica perché è la prima volta che presentiamo i Transitory Objects in un modo che consente al pubblico di parteciparvi. Di fatto, l’opera è incompleta se il pubblico non entra in connessione con i cristalli.
Quello che Marina e io abbiamo fatto con questa mostra è, in un certo senso, suggerire che stiamo curando l’energia. È una nuova idea di curatela. Gli oggetti in mostra sono tridimensionali, ma esistono essenzialmente per ospitare i minerali, i cristalli. E i cristalli sono lì per l’energia. Ogni pietra custodisce qualità e proprietà uniche, capaci di generare energie diverse, con cui il pubblico entra in relazione in modo diverso. Quello che osserviamo durante questo processo è che ogni individuo si prende il tempo, si concede lo spazio e, attraverso la propria sensibilità, riscopre se stesso, si purifica davvero e assorbe un’energia positiva. Entra nella mostra in un determinato stato d’animo e ne esce in un altro.
Insieme a Transforming Energy, la mostra presenterà anche i Legacy Works di Marina Abramović, ovvero le opere più storiche che attraversano l’intero arco della sua carriera. È, sostanzialmente, una presentazione del suo intero percorso artistico attraverso le opere più importanti che ha realizzato. Questa sarà l’introduzione a Transforming Energy e offrirà al pubblico un’esperienza combinata, che permetterà di conoscere la storia di Marina Abramović come pioniera della performance art, per poi arrivare fino a Transforming Energy.

È difficile riunire in una sola mostra le diverse fasi di ricerca dell’artista?
Non so se sia difficile. Marina è un’artista molto particolare. È davvero unica, ha un approccio diverso, è molto spirituale e filosofica. Ha un manifesto: crede nelle azioni che le persone possono compiere per fare la differenza su se stesse, sull’ambiente che le circonda e sugli altri. Attraverso il Metodo Marina Abramović, offre strumenti che ci aiutano a stare meglio: concentrandoci, contando, riconnettendoci con la natura.
Gran parte di ciò che Marina fa si basa sulla meditazione. In molte delle sue opere si possono riconoscere principi ricorrenti. Ha davvero una voce autentica, profondamente sua, che non ritroviamo in nessun altro linguaggio artistico. In questo senso, propone un nuovo linguaggio visivo attraverso la performance. E lo si ritrova in tutta la sua produzione, sia nelle performance sia negli oggetti. Marina ha creato un corpus di opere straordinario. Forse la sfida consiste nello scegliere quelle che più si distinguono, anche se tutto il suo lavoro è importante. Da questo punto di vista, spero che ciò che Andrea Tarsia e io abbiamo scelto per il pubblico sia realmente rappresentativo della sua ricerca e possa avere un forte impatto sui visitatori.



Quando aprirà la mostra? In quali spazi del museo?
La mostra aprirà al pubblico il 17 novembre, e rimarrà aperta per cinque mesi. Si terrà negli spazi espositivi del museo che attualmente ospitano la mostra di Fendi.
Lei ha conosciuto Marina Abramović attraverso il Mana Contemporary. Com’è iniziata la vostra conoscenza?
È una bella storia. La prima volta che abbiamo contattato Marina è stato per invitarla a visitare l’art center. Volevamo lavorare con lei, ma non aveva mai tempo. Poi, un giorno, mi disse che sarebbe potuta venire un venerdì, ma solo per 30 minuti. Era inverno, faceva molto freddo e sapevamo che avrebbe nevicato. Marina arrivò al centro e, proprio in quel momento, iniziò a nevicare. Ben presto la nevicata si trasformò in una vera e propria bufera e nessuno poté più uscire. Così quei 30 minuti si trasformarono in ore.
Fu un incontro straordinario, perché avemmo l’opportunità di parlare di tantissime cose. Ci raccontò molte barzellette, mangiammo una zuppa calda e si creò un legame davvero speciale. Fu l’inizio di un’amicizia e di una collaborazione professionale. È così che ci siamo conosciuti. Da allora, naturalmente, abbiamo avuto molte occasioni di confronto. Quando sono stato nominato direttore artistico in Cina, Marina mi disse che era sempre stato il suo sogno realizzare una mostra nel Paese, perché per tre decenni tutte le sue esposizioni erano state respinte o cancellate. Da quando aveva percorso la Grande Muraglia Cinese, non aveva più presentato alcun progetto espositivo nel Paese. Le dissi: «Proviamoci». È stato allora che abbiamo concepito Transforming Energy, un progetto incentrato esclusivamente sul suo lavoro con i minerali e sui Transitory Objects.

Parlando della Cina, lei è alla guida del Modern Art Museum di Shanghai dal 2020. Che approccio ha portato in questo contesto? Ha curato mostre dedicate a Bob Dylan e a Zaha Hadid. Come sono state accolte queste esposizioni dal pubblico cinese?
Quando sono stato nominato, mi è stato subito chiaro che dovevo portare qualcosa di diverso. Il mio approccio alla curatela è non convenzionale. Non amo il white cube né la retrospettiva tradizionale, intesa come un percorso che impone un ordine di lettura. Preferisco che il pubblico viva l’esperienza dell’opera, pur riconoscendo il grande valore educativo delle retrospettive. Per me il punto di partenza non è l’artista né l’opera, ma il pubblico. La domanda che mi pongo è sempre: come reagiranno i visitatori? Qual è la storia che voglio raccontare? Solo dopo guardo agli “ingredienti”, come farebbe uno chef, e penso a come combinarli per costruire un’esperienza.


Con Bob Dylan, ad esempio, tutto è nato da un episodio della sua vita: il viaggio in treno da Duluth a New York per incontrare Woody Guthrie e suonare al Café Wha?. Ho immaginato che quel viaggio diventasse la struttura stessa della mostra, permettendo al pubblico di attraversare le tappe della sua carriera come se fosse sul treno insieme a lui. La mostra ha debuttato a Shanghai, ha poi viaggiato in diversi musei cinesi, è arrivata al MAXXI ed è stata presentata anche negli Stati Uniti, ottenendo un grande successo.
Con Zaha Hadid, invece, sentivo il dovere di realizzare una mostra completa dopo la sua scomparsa. Eravamo molto amici e insieme a Patrick Schumacher, che oggi guida il suo studio, abbiamo costruito un percorso che raccoglieva schizzi, dipinti, progetti, edifici realizzati e oggetti di design. In Cina abbiamo incluso anche tutti i suoi progetti per il Paese e li abbiamo sospesi dal soffitto, dando ai visitatori la sensazione di camminare tra edifici sospesi come nuvole.


Lo stesso approccio ha guidato la mostra dedicata a Kenny Scharf. Volevo raccontare una delle ultime grandi figure dell’East Village, spiegando il suo modo di rappresentare le emozioni e contestualizzandolo nella storia dell’arte. Al centro del percorso abbiamo ricreato un vero e proprio Kenny Scharf Beach Club, ispirato a Venice Beach, con sabbia rosa, alberi viola e la replica della celebre torretta del bagnino realizzata dall’artista.
In fondo, il mio obiettivo è sempre lo stesso: mettere l’esperienza al centro della mostra. Il pubblico è cambiato: con gli smartphone sono cambiati il modo di consumare contenuti e la soglia dell’attenzione. Raccontare una storia oggi è molto più difficile di vent’anni fa. I giovani sono curiosi, esigenti e hanno fame di contenuti. Per questo dobbiamo trovare il modo di raccontare l’arte affinché possano davvero farla propria. Proprio per questo la mostra di Kenny Scharf ha saputo coinvolgere soprattutto il pubblico più giovane, ma anche le famiglie e un pubblico molto ampio.


La sua è una carriera totalmente internazionale. Com’è stata in questo senso l’esperienza del Mana?
Mana Contemporary è stata un’esperienza davvero straordinaria. Siamo entrati nel progetto tra il 2010 e il 2011, quando il proprietario acquistò circa 2,2 milioni di piedi quadrati di magazzini alle porte di New York con l’idea di trasformarli in un centro per l’arte. Era un piano estremamente ambizioso: dare vita a qualcosa che il mondo non aveva ancora visto.
Mi resi subito conto che il complesso ospitava già decine di collezioni private, grazie agli spazi di deposito, e alcuni studi d’artista. Quello che mancava erano gli spazi espositivi, i servizi per l’arte e tutti quegli elementi capaci di creare un vero ecosistema creativo. L’idea era valorizzare ciò che era già custodito all’interno del centro, mettendo in dialogo le collezioni con nuovi spazi espositivi e creando una comunità di artisti sempre più ampia. Nel frattempo cresceva anche la comunità degli artisti. All’inizio era ancora agli esordi; oggi Mana ospita circa 400 artisti con studi permanenti ed è probabilmente la più grande comunità di artisti al mondo. Gestisce inoltre circa 800 collezioni.
Questo ci ha dato la possibilità di lavorare con alcune delle raccolte più importanti degli Stati Uniti e di costruire mostre direttamente a partire dalle opere custodite nel centro. Abbiamo realizzato esposizioni dedicate alle serigrafie originali di Andy Warhol, ad Arnulf Rainer, a John Chamberlain, a Dan Flavin e numerosi progetti dedicati agli artisti della California, tra cui Ed Ruscha e molti altri protagonisti della scena della West Coast.
È stato un periodo straordinario perché potevamo concepire mostre partendo da ciò che Mana aveva da offrire: opere provenienti dalle collezioni custodite nel centro oppure realizzate direttamente dagli artisti che lavoravano nei loro studi.
Parallelamente abbiamo aperto un teatro, ospitato un’orchestra, creato uno spazio dedicato alla danza con Carol Armitage e sviluppato numerose attività interdisciplinari. Mana è diventato un centro multidisciplinare, e continua a esserlo ancora oggi. Quando lo visito provo un grande orgoglio. Essere stato tra i fondatori di un progetto di questa portata è qualcosa di cui vado davvero fiero. Successivamente abbiamo aperto una sede anche a Chicago e una a Miami. A Miami abbiamo scelto di concentrarci sulla street art, un ambito dal quale ho imparato moltissimo e che ha poi influenzato profondamente il mio lavoro negli anni successivi.
Si è occupato di street art anche in Arabia Saudita.
L’esperienza maturata con la street art mi ha portato, nel 2022, a essere scelto dal Ministero della Cultura dell’Arabia Saudita come primo direttore artistico della prima Biennale della Street Art di Riyadh. Un progetto al quale ho lavorato per due anni. La manifestazione comprendeva 35 nuovi murales, proiezioni di opere provenienti da tutto il mondo, grandi installazioni site-specific e numerose attività ospitate all’interno di un ex ospedale messo a disposizione dal governo saudita.
Ho voluto che il luogo diventasse parte integrante dell’esperienza. Per questo abbiamo riutilizzato i detriti presenti nell’area, trasformandoli in grandi installazioni. Tra queste, un enorme cavallo arabo costruito interamente con macerie e illuminato dall’interno, e un serpente lungo 25 metri, anch’esso realizzato con materiali di recupero. Il serpente richiamava sia il simbolo della medicina, in omaggio all’antica funzione dell’edificio, sia l’idea di rinascita e trasformazione.

Tra gli artisti invitati figuravano Rafik Anadol, GucciGhost, Philip Colbert, Kenny Scharf e numerosi street artist del mondo arabo. Con Anadol abbiamo trasformato gli enormi serbatoi idrici dell’ex ospedale in installazioni immersive, ricreando l’illusione dell’acqua attraverso proiezioni digitali.
Il progetto dialogava anche con la Vision 2030 promossa dal Principe Ereditario Mohammed bin Salman. Abbiamo realizzato uno skatepark concepito come un’opera d’arte, dove i murales si riflettevano sulla pista durante le evoluzioni degli skater, e coinvolto breaker di Harlem insieme a giovani danzatori sauditi, creando un incontro tra culture diverse. Quando il Ministro della Cultura mi affidò l’incarico mi disse di voler creare una “Wynwood saudita”. Io gli risposi: «Faremo qualcosa di ancora migliore». L’obiettivo non era replicare un modello occidentale, ma costruire un ponte tra la cultura visiva del Medio Oriente e quella dell’Occidente.
La street art araba, infatti, ha una storia diversa da quella occidentale: si è sviluppata soprattutto attraverso la calligrafia, mentre in Occidente nasce spesso come linguaggio di protesta e di appropriazione dello spazio pubblico. Mettere in dialogo queste due tradizioni è stato uno degli aspetti più stimolanti del progetto. Nonostante si svolgesse durante il Covid, la manifestazione accolse circa 170 mila visitatori, confermando il forte interesse per un progetto capace di unire arte, musica, installazioni immersive e dialogo interculturale.



Quest’anno fa parte della giuria del Talent Prize, il concorso di arti visive dedicato ai giovani artisti promosso da Inside Art.
Entrare a far parte della giuria del Talent Prize è un’esperienza molto stimolante, perché quello che cerco continuamente sono nuovi linguaggi. In un momento storico in cui sembra che sia già stato fatto tutto, mi chiedo sempre se sia ancora possibile sorprendere. Quando entro nello studio di un artista, gli dico spesso: «Mostrami un nuovo colore. Mostrami una nuova forma». È una provocazione, naturalmente, perché è molto difficile creare qualcosa di completamente nuovo. Eppure, ogni tanto, capita di incontrare artisti che non solo propongono un linguaggio inedito, ma introducono anche un modo diverso di pensare. Da curatore mi interessa capire che cosa posso offrire al pubblico che sia davvero nuovo.
È lo stesso approccio che sto adottando per la mostra su Keith Haring alla quale sto lavorando. Voglio allontanarmi dalle letture più consuete e concentrarmi invece sul tema dei pattern. Nelle opere di Haring il Radiant Baby e le altre figure sono quasi sempre circondati da segni ripetuti, da pattern che ritornano continuamente. Trovo questo aspetto affascinante perché la ripetizione rende l’immagine immediatamente leggibile, entra nella mente dello spettatore e diventa parte dell’esperienza visiva.
Ed è proprio questo che cerco anche come membro della giuria del Talent Prize: individuare qualcosa che forse non è ancora stato esplorato. Credo che oggi ci sia bisogno di più giovani nei musei. Se guardiamo alle istituzioni museali, troviamo spesso direttori che hanno settanta o ottant’anni e fanno fatica a lasciare il proprio posto, mentre il pubblico è completamente cambiato.
Nel mio team lavorano quasi esclusivamente persone poco più che ventenni. Ho bisogno di giovani che mi aiutino a mantenere un contatto diretto con il nuovo pubblico: anche quando lavoriamo con artisti iconici come Basquiat, Warhol o Haring, dobbiamo raccontarli attraverso lo sguardo contemporaneo. Dobbiamo presentarli in una forma che il pubblico di oggi possa comprendere e assimilare facilmente.
Se un visitatore entra nel mio museo ed esce senza aver imparato nulla, allora significa che ho fallito. Io mi considero prima di tutto un educatore, ma devo essere intelligente nel modo in cui “confeziono” questa esperienza. Questa, in fondo, è la mia missione.



