Sono severe, piegate in maniera impeccabile, fissate da bulloni, costruite e pensate e pensate e costruite in maniera quasi ossessiva. Ma non per raggiungere una perfezione formale. Sono cinque, sorgono su una piccola collina attualmente arsa dal sole, ma che nell’inverno si colorerà di quel verde siciliano, anche lui impeccabile. E sorgono tra la Chiesa Madre di Quaroni, che anni fa, nel 1994, con il suo crollo pur parziale, sembrò performare il crollo di Gibellina nobilissima città dell’arte, e il Teatro, gigantesco scheletro svuotato di sogni voluto da Consagra che, a Gibellina, ha lasciato molti segni in quella sfrenata utopia che mosse l’allora sindaco e gran visionario Ludovico Corrao a immaginare un’altra città, un oltre il terremoto, un Grande Cretto sudario che ricopriva le macerie del piccolo paese della Valle del Belice distrutto dal terremoto del 14 gennaio 1968: Gibellina, appunto.

“Folds”, così si chiamano le cinque cose in acciaio (io preferirei chiamarle creature, ma mi attengo al dettato dell’artista) che Pietro Fortuna ha fatto germogliare su quella collinetta, tagliando quell’incerto filo dell’orizzonte che unisce, come detto, la Chiesa di Quaroni al Teatro di Consagra.
Pietro Fortuna non è un artista facile (so che non prenderà bene l’attribuzione di questo aggettivo), ma cerco di esplicitarlo. Non è un artista facile, nel senso che ha un pensiero complesso che incrocia virtuosamente l’arte con la filosofia, trovando il nesso comune nella domanda che caratterizza entrambe: l’interrogazione sul come, piuttosto che sul perché.
Ma senz’altro Pietro Fortuna ha un’idea molto precisa dell’arte, di ciò che questa è e di ciò che questa rischia di diventare, se non già divenuta: l’essere per se stessa, emancipata da qualsiasi funzione rappresentativa – una cosa in sé, forse – e, di contro, l’essere oggi profondamente inquinata dall’informazione che sembra sempre precederla.
I suoi “Folds”, sostantivo che in inglese ha una doppia valenza semantica: significa sia piega che contenitore, e in entrambe le parole risuona una sorta di asciuttezza formale, sono delle cose che non intendono rappresentare alcunché, ma semmai piegarsi a un’altra funzione: correggere il nostro sguardo, restituendolo non tanto alla priorità del paesaggio, sui cui tuttavia insistono, ma al riconoscimento che proprio quel nostro sguardo è imperfetto, perché viziato da una presunta centralità dell’umano quando invece è in gioco la possibilità di farsi pura essenza, aderendo a ciò che vede: “Quando guardo la croce il mio occhio diviene legno”, afferma Meister Eckhart. E da questo abbandono del primato umano, si può risalire all’origine del confronto – sempre aperto e mai risolto – tra natura e arte.

La natura si dà la sua forma, non c’è intervento umano che possa eccedere, imporsi su questa legge naturale. Anche per questo l’artista non deve attribuire all’arte, che “è una specie di rincorsa tra il fare e il pensare”, sostiene Fortuna, funzioni non proprie o trasformarla in immagine. Se si lascia la cosa al suo destino di “simulacro, cioè presenza svuotata di senso, l’osservatore può riconsiderare tanto il suo apparire, che cosa c’è?, quanto il nostro percepire, cosa vedo? Può, quindi, liberarsi da quella “brama di afferrare e catalogare con cui frammentiamo la realtà, ponendoci come soggetti separati dai nostri oggetti”, conclude Fortuna. Per questo Folds non hanno bisogno di concedere più di tanto allo sguardo, rimanendo invece severe ma pur sempre vuote. Non hanno bisogno di porsi davanti a noi in modalità narrativa o seduttiva. Se hanno una funzione è quella di svuotare ciò che si attribuisce solitamente all’arte: funzioni, capacità di riscatto, di bonifica o altro, restituendola al suo puro essere.
E questo, con quell’ambizione che spesso caratterizza l’arte, è quanto queste cinque cose realizzate da Fortuna– a cura di Andrea Cusumano, accolte a Gibellina nel suo anno di capitale dell’arte contemporanea dove vi rimarranno permanentemente, si propongono di fare.



