«La mostra al piano di sopra non sembra essere la Quadriennale del 1935. La mostra al piano terra non sembra essere la Quadriennale del 2025». Questa è la battuta che circolava il giorno dell’inaugurazione della 18esima Quadriennale di Roma, e che ha continuato a circolare anche dopo. Perché? L’esposizione che ricostruisce la Quadriennale del ’35 è piuttosto “defascistizzata”: dov’è la celebrazione di Mussolini e del ventennio che ormai era abbondantemente a metà?



La Quadriennale di oggi, del 2025, sembra invece galleggiare un po’ nel vuoto, leggermente fuori fuoco, per dirla con linguaggio fotografico, come se, nonostante guerre, emergenze di vario tipo, da quella climatica a quella politica, avesse un senso baloccarsi tra pitture, più o meno riuscite, mega installazioni non propriamente riuscite e candide dichiarazioni di preferenze di artisti, slegati fra di loro ma tenuti insieme solo dalla scelta squisitamente soggettiva del curatore. Discorso un po’ diverso per la sezione (ops! Stavo per scrivere lo stand, lapsus significativo che cercherò di spiegare tra poco) di Alessandra Troncone, la più giovane dei cinque curatori incaricati dal compianto Luca Beatrice per fare il punto sull’arte italiana.
Ma è questa la fotografia di gruppo, attesa quattro anni, dell’arte italiana? Perché, è bene ricordarlo, la Quadriennale è la sola manifestazione esclusivamente dedicata alla nostra arte, tra altre nate in Italia – l’esempio più eclatante è la Biennale di Venezia, format di successo che tutto il mondo ci ha copiato – dove però gli artisti italiani sono sempre meno, fino a ridursi quasi ad ombre.
Già, gli artisti. Ecco un primo punto dolente di questa Quadriennale. Gli artisti appaiono in secondo piano rispetto alla visibilità mediatica, acquisita da anni e rilanciata anche in questa occasione, dei curatori. Qui, insomma, non sembra essere in questione il loro lavoro, la loro ricerca. Per dirla in modo ancora più spiccio, specie gli addetti ai lavori (colpa loro? Certo, anche nostra) non vanno alla Quadriennale per vedere i lavori esposti. Ci vanno, piuttosto, per vedere le scelte fatte dai curatori per dare corpo ai loro concept.



Questo vizio, che va avanti da diversi anni, è particolarmente evidente, e penalizzante, in questa Quadriennale. Con il risultato che la qualità, la pregnanza del lavoro svolto dagli artisti risulta quasi ininfluente. E qui, per me, si apre un capitolo ancora più mesto, perché la responsabilità non è solo dei curatori o di chi fa il tifo per loro. Personalmente penso che se è vero che l’arte contemporanea stia attraversando un momento critico, ciò si deve, purtroppo, alla non sempre attiva capacità degli artisti di leggere, interpretare criticamente le conflittualità del presente. Se, in breve, la voce critica non si leva anzitutto dagli artisti, tutto il sistema ne risente come per un effetto domino, essendo loro la centralità dello stesso sistema. E la crescente prevalenza dei curatori non è che un segnale di questa realtà. È un discorso lungo e piuttosto doloroso che merita ben altro spazio di queste poche righe, tagliate anche un po’ con l’accetta.
Ma torniamo al Palazzo delle Esposizioni. Come hanno lavorato i curatori in uno spazio non facile, quasi perfetto per un altro tipo di evento, quale è il Palazzo di via Nazionale? È sembrato – non solo a me – che gli spazi dati a ciascun curatore fossero più simili a quelli di una fiera piuttosto che sezioni curate. Certo, l’architettura aulica e la pianta a stella del Palazzo delle Esposizioni non aiuta e tantomeno facilita il compito l’allestimento proposto dallo studio BRH+, apparso spesso confuso. Per orientarsi nelle cinque sezioni affidate da Beatrice a Luca Massimo Barbero, Francesco Bonami, Emanuela Mazzonis di Pralafera, Francesco Stocchi e Alessandra Troncone bisogna avere molta determinazione perché è facile perdersi tra i vari stop & go degli spazi (difetto particolarmente evidente nella sezione di Bonami), tornare indietro, riprendere il filo curatoriale e così via vagando.

Ma anch’io, non smentendo la tendenza generale, non sto parlando degli artisti. Dico subito le mie preferenze. Ho apprezzato i due lavori di Sassolino e anche il tentativo di Stocchi di far dialogare tra loro, in un allestimento più condiviso, gli artisti scelti da lui, sebbene abbia trovato abbastanza sacrificata Adelaide Cioni. Continuano a convincermi Vedovamazzei, ma ci sono diversi lavori dagli anni ’90 in poi, e allora… allora non aggiungo altro. Ho apprezzato il tentativo di Alessandra Troncone di stare incollata al presente, proponendo tematiche attuali e artisti più giovani, come Federica di Pietrantonio, che si occupa lucidamente di intelligenza artificiale, e Antonio della Guardia, che ha tentato di problematizzare il dispositivo performance, ma nel cui spazio si trovano anche soluzioni molto scenografiche, come quella di Agnes Questionmark, che sono piaciute molto ai miei studenti, ma di cui mi convince meno proprio la spettacolarizzazione, sebbene stemperata da una certa ironia pop.

Non mi ha convinto la pittura proposta da Barbero, non tanto perché, singolarmente gli artisti non siano più o meno bravi, ma perché insistere oggi sulla pittura, così spinta da mercato e richiesta dai collezionisti per mettersi al riparo da eventuali crisi, non penso sia un tema su cui riflettere in una grande mostra istituzionale, nonostante apprezzi l’onestà di Barbero quando afferma di proporre ciò che conosce meglio. Ho trovato Giulia Cenci molto penalizzata, ma, direi di più, snaturata in quello spazio d’apertura esagerato e molto simile a uno stand fieristico.
Potrei andare avanti, ma penso di aver detto fin troppo. E, ripensando alle tante e accese discussioni cui ho partecipato, alle tante critiche che ho ascoltato e a quelle che ho ritrovato edulcorate, direi che questa Quadriennale un obiettivo l’ha raggiunto: ci fa discutere. Non è poco.


