Il 9 e il 10 aprile Christie’s farà due aste dedicate all’arte italiana. A Thinking Italian, questo l’affettuoso nome dato da un po’ di anni alle serate che celebrano la nostra arte, saranno presentati, tra altri, Manzoni, Fontana, Boetti, De Chirico e Scarpitta. Come dire? Il meglio del nostro Novecento. Che, però, non andrà all’incanto a Milano (la sede romana della potente casa d’asta di proprietà di François Pinault ha chiuso da tempo), ma a Parigi. Raddoppiando così l’appuntamento con il martello targato Christie’s nella capitale francese, visto che già in occasione di Art Basel plus si svolge un’asta dedicata all’arte italiana del Novecento. Senza pensare alle Italian Sale che da anni regnano sulla scena londinese in occasione della fiera Frieze.

Lo spostamento da Milano a Parigi dell’asta dedicata all’arte italiana è solo l’ultima conseguenza, l’ultimo guasto, l’ultimo colpo inflitto al nostro già cagionevole mercato dell’arte a seguito della ottusa, scellerata e folle mancata riduzione dell’IVA, che ci avrebbe equiparato ai vicini Paesi europei che, approfittando di una norma UE che consentiva l’abbassamento dell’IVA per le transazioni artistiche, con il loro 5,5% (Francia), 6% (Belgio), 7& (Germania), rispetto al nostro spropositato 22% (!!) risultano essere, di default, anche se non lo volessero, competitor sempre più agguerriti e sempre più attrezzati.
Le nefaste conseguenze della mancata riduzione dell’IVA in materia di mercato dell’arte non si limitano, quindi, all’indebolimento delle nostre gallerie, che non a caso hanno cercato di farsi sentire scrivendo al Presidente del Consiglio e ai Ministri della Cultura, dell’Economia e delle Imprese una vibrata protesta, ma coinvolgono tutto il nostro sistema dell’arte, azzoppando, con colpevole miopia, quel suo fondamentale tassello che è, appunto, il mercato.
In Italia, facendo quasi il verso alla retorica del Belpaese, sono andati e continueranno ad andare in mostra le opere che andranno invece in asta a Parigi. Sul solco di un rinnovato modello di Gran tour, i preziosi lotti apparecchiati da Christie’s si sono, infatti, già visti a Roma e a Torino e si vedranno ancora a Palazzo Clerici, sede Christie’s di Milano, il 25 e il 26 marzo. Ma gli affari veri si faranno altrove.

Contravvenendo a quella strana, e un po’ pelosa ritrosia che spesso gli artisti mostrano verso il mercato, da Cattelan a Pistoletto, passando per Icaro, Paolini, Griffa, Tirelli e altri, si sono fatti sentire anche gli artisti, appoggiando la protesta dei galleristi.
Quindi, la protesta e la paura di ritrovarsi in un “deserto culturale”, come hanno affermato gli artisti, è unanime. Come altrettanto unanime, da destra a sinistra, di qualunque governo di qualunque colore, è il disinteresse verso il mercato dell’arte, come giustamente ha sottolineato Alberto Fiz. Come se questo fosse un mondo poco pulito, da tenere d’occhio, popolato da riccastri sfaccendati e un po’ imbroglioni.

E se è vero che nel mercato dell’arte circola ancora del nero, molto si deve alla tassazione insensata e proibitiva che grava su di esso che, non solo spinge i collezionisti a comprare all’estero e, se comprano in Italia, a pagare in cash, ma spinge anche i nostri galleristi a evadere.
Un meccanismo folle, un corto circuito che non fa bene a nessuno, insomma. E dire che di promesse, anche recentemente, anche un anno fa sono state fatte. Sembrava che fosse finalmente il primo governo dichiaratamente di destra a mettere mano in questa situazione insostenibile, che peraltro impiega molta forza lavoro e genera un indotto non indifferente, considerando anche le tante fiere che si svolgono in Italia. E invece niente. Solo promesse.
Fino a quando? Fino, forse, a un prossimo governo di sinistra? Mah.


