La nuova stretta commerciale degli Stati Uniti ha introdotto una lunga lista di eccezioni. Tra queste c’è l’arte: opere, oggetti d’antiquariato, monete e beni da collezione resteranno fuori dal nuovo regime tariffario dell’amministrazione Trump. Una scelta che, mentre colpisce altri settori dell’economia globale con dazi compresi tra il 10 e il 50%, riconosce implicitamente la particolare natura del mercato culturale: un sistema basato sulla circolazione internazionale di oggetti il cui valore non coincide soltanto con la loro origine materiale.
La decisione è stata accolta positivamente dagli operatori del settore, che nelle settimane precedenti avevano espresso preoccupazione per l’impatto che nuovi costi di importazione avrebbero potuto avere su gallerie, collezionisti e fiere internazionali. La Confédération Internationale des Négociants en Œuvres d’Art (Cinoa), insieme ad altre associazioni di categoria, ha sottolineato come l’esenzione rappresenti un risultato delle osservazioni presentate durante la fase di consultazione con le istituzioni americane.

Il nuovo quadro tariffario coinvolge circa ottanta paesi, con aliquote variabili e un’attenzione particolare verso quei partner commerciali accusati dall’amministrazione statunitense di pratiche considerate “ingiuste” o “discriminatorie”. Tra i paesi sottoposti a revisione figurano alcuni dei principali attori dell’economia globale, dalla Cina all’Unione Europea, dal Giappone alla Svizzera.
L’eccezione dell’arte, tuttavia, non è completamente uniforme. Il caso più problematico riguarda il Canada, colpito da nuovi dazi fino al 50% sulle importazioni e senza un’esclusione specifica per il settore culturale. Una misura che potrebbe avere conseguenze dirette sul mercato canadese, già messo sotto pressione dalle precedenti tensioni commerciali tra Ottawa e Washington. Negli ultimi mesi alcuni operatori avevano infatti ridotto la partecipazione a fiere statunitensi o modificato le proprie strategie espositive per evitare l’aumento dei costi.
La vicenda mette in luce una contraddizione interessante: se da un lato l’arte viene riconosciuta come un settore sufficientemente particolare da essere sottratto alla logica dei dazi, dall’altro resta profondamente dipendente dagli equilibri geopolitici che regolano gli scambi internazionali. Il mercato dell’arte contemporanea, costruito sulla mobilità di opere, artisti, collezionisti e istituzioni, vive infatti di una circolazione globale che può essere facilmente alterata da nuove barriere economiche.


Resta inoltre aperto il nodo giuridico. Il nuovo sistema tariffario potrebbe arrivare davanti alla Corte Suprema americana, dopo che precedenti misure adottate dall’amministrazione Trump erano state contestate per il loro fondamento costituzionale. La nuova strategia si basa sul Trade Act del 1974, uno strumento legislativo che potrebbe offrire maggiori margini di legittimità, ma l’incertezza resta.
Per ora l’arte rimane un’eccezione dentro una nuova stagione di protezionismo commerciale, ma proprio questa eccezione racconta quanto il mercato culturale sia ormai parte integrante delle dinamiche economiche globali: non un mondo separato dalla politica, ma uno dei luoghi in cui le sue conseguenze diventano più visibili.


