Viva la musica da esplorare e fantasticare

Marclay e Barbieri aprono RomaEuropa Festival con due esperienze sonore che sfuggono alle forme convenzionali della musica. Un invito ad ascoltare il suono come materia viva

Che cosa hanno in comune Christian Marclay e Caterina Barbieri? Uno americano, ormai oltre i 70 anni, grande inventore di storie attraverso collage di immagini, di frammenti di immagini, come un dilatato gioco visivo di cadavre esquis, che l’ha portato al superbo collage di sequenze cinematografiche The clock, celebrato alla Biennale di Venezia del 2011 con il Leone d’Oro. L’altra, Caterina Barbieri, giovane e talentuosissima musicista, compositrice, dotata di una voce distopicamente flautata. Apprezzata e conosciuta a livello internazionale anche per via della direzione della Biennale Musica di Venezia.

In comune i due, che la sera del 9 settembre si sono esibiti all’Auditorium Conciliazione di Roma per la seconda serata inaugurale di RomaEuropa Festival, hanno l’uso non tradizionale degli strumenti e l’idea, ancora meno tradizionale, del suono. Sì, anche Marclay è musicista e compositore.

Ma certo non sono gli unici, né i primi, a coltivare la decostruzione della musica.

Ma se si entra nel loro suono, sembra di entrare in un corpo vivo da esplorare, e che riserva sorprese.

Nel primo concerto di Marclay il mare sembra protagonista – o almeno così io l’ho vissuto – con l’andirivieni delle sue onde, i flussi, gli sciabordii. Tutto espresso attraverso un uso anomalo degli strumenti che raccontano momenti di speranza e picchi di infelicità, suoni e rumori, che accompagnano le migrazioni via mare.

Il secondo concerto di Barbieri e ONCEIM si presenta in una configurazione già anomala, con l’orchestra divisa in gruppi: da una parte gli archi, poi i fiati, e poi altri archi (i violini), e poi la batteria. E il suono che va in verticale. Sale, sale fino a raggiungere una vetta. Crescendo in potenza. E poi dilatandosi, come un enorme sudario elettronico, o come una lava che fuoriesce dalla bocca di un vulcano. Sommergendo tutto. E poi ritirandosi, anche qui mimando il movimento del mare.

C’è drammaticità in quel suono, tanto che a volte sembra simulare un bombardamento, evocazione quasi obbligata nell’attuale momento storico. C’è potenza e c’è mistero. E poi irrompono delle voci, anche loro con un movimento espansivo e cariche di emotività. Cerchi concentrici che si aggrovigliano a suoni. E poi una voce, un canto quasi religioso, quello di Caterina Barbieri. La quale è protagonista dell’ultimo concerto. Più scenografico, a partire da come si presenta lei, un po’ Bjiork e un po’ sofisticata rockstar, e più misterioso per via del fumo che avvolge il palco. E il suono prende il ritmo di un lento zigzagare. Va avanti e indietro e poi viene squarciato dalla melodiosissima voce di Barbieri, sorta di canto gregoriano allucinato, complici anche le luci stroboscopiche e i flash che fendono il buio.

Un’esperienza forte. Che segna brillantemente l’inizio della 41esima edizione di RomaEuropa festival. 

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