Il mercante d’arte che vendette lo stesso quadro più volte

In Quel che luccica, Orlando Whitfield racconta la storia di un’amicizia e di una truffa, mostrando cosa può accadere dietro le porte chiuse del mercato internazionale dell’arte contemporanea

Questa è la storia vera della «più grande truffa di sempre nel mercato dell’arte», raccontata dal suo maggiore testimone. Orlando Whitfield e Inigo Philbrick si conoscono a vent’anni alla Goldsmiths University di Londra. Entrambi cresciuti intorno all’arte, iniziano presto a comprare e vendere opere, scoprendo quanti soldi possano circolare tra gallerie, mercanti e collezionisti. Dopo alcuni anni di collaborazione, le loro strade si dividono: Whitfield apre una propria galleria, mentre Philbrick avvia una formidabile ascesa nel mercato internazionale dell’arte contemporanea, arrivando a vendere opere per milioni di dollari. I due, però, non perdono i contatti e Whitfield finisce per diventare il narratore della vicenda che avrebbe portato Philbrick al centro di quella che è stata descritta come «la più grande truffa dell’arte contemporanea». In Quel che luccica, il nuovo libro pubblicato da Altrecose, Whitfield ripercorre la loro amicizia e i rispettivi percorsi professionali per cercare di capire cosa non avesse visto e quali aspetti della vita e degli affari dell’amico gli fossero stati nascosti. Ne emerge una storia dai risvolti quasi cinematografici, con l’ingresso in scena dell’FBI, una fuga su un’isola melanesiana e una vicenda che sembra concludersi nel 2024, anche se forse non è ancora arrivata alla sua vera fine.

Il libro è al tempo stesso il racconto di un’amicizia, la cronaca di una storia da film e un’indagine sui meccanismi, spesso poco visibili, del mercato dell’arte contemporanea. Dietro i quadri venduti all’asta per decine di milioni di dollari c’è infatti un mondo fatto di relazioni personali, trattative private, speculazioni e complesse dinamiche finanziarie. Whitfield racconta chi compra e chi vende, cosa accade prima e dopo un’asta e come enormi quantità di denaro possano dipendere da rapporti di fiducia, ambizioni e manipolazioni. È proprio all’interno di questo sistema che diventano possibili anche gli imbrogli di Philbrick. La vicenda personale si trasforma così in una riflessione più ampia sull’amicizia e sulla fiducia, ma anche sulla natura di un mercato di cui normalmente vediamo soltanto la superficie. Quel che luccica porta alla luce ciò che si nasconde dietro le notizie sulle aste da record e sulle opere custodite nei caveau, restituendo un racconto avvincente di personaggi quasi letterari e di un ambiente tanto affascinante quanto opaco. Whitfield decide di cominciare il racconto da quando la sua vita aveva cominciato a sgretolarsi:

«Un giorno, alla fine di febbraio del 2018, mi svegliai nel reparto psichiatrico di un ospedale della zona ovest di Londra. Fuori il mondo era ricoperto da uno spesso strato di neve. Avevo dormito malissimo, per tutta la notte a intervalli di un quarto d’ora un’infermiera o un inserviente mi avevano svegliato aprendo la porta per darmi una controllata. Mi tenevano in osservazione temendo che potessi suicidarmi. Da un anno la mia vita aveva cominciato a sgretolarsi. Bevevo troppo e mischiavo lo Xanax e il tramadolo con l’alcol. Mio padre stava morendo e non ci rivolgevamo la parola, e la mia fidanzata mi aveva lasciato per telefono il giorno di San Valentino. Al di là delle sventure private, anche la mia vita professionale era in crisi. Facevo il mercante d’arte da undici anni, durante i quali mi era sembrato di aver consumato molteplici esistenze. Le trasferte costanti e inevitabili – andavo spesso a New York e a Los Angeles, e tra un viaggio intercontinentale e l’altro giravo l’Europa per seguire le fiere – mi avevano logorato il fisico, ma ad avvelenarmi l’anima erano state le bugie, la competizione feroce, l’ostentazione e l’avidità che dominano questo settore. L’ipocrisia era diventata il mio stile di vita, e le incessanti richieste dei clienti e degli artisti mi avevano impedito di occuparmi di me stesso. I miei amici e la mia famiglia si erano accorti prima di me di ciò che io non riuscivo a capire: non ero semplicemente stressato, avevo un esaurimento nervoso.»

«Ma la mia storia comincia più di dieci anni prima, molto prima che aprissi la mia galleria, prima che mentire diventasse naturale come respirare, prima che l’arte si riducesse per me a una serie di cifre da incolonnare in una tabella, prima ancora che mi sfiorasse l’idea di lavorare in questo campo. La mia storia parte dall’amicizia con un ragazzo chiamato Inigo Philbrick. Se ti imbarchi in un’avventura del genere a vent’anni, l’età che avevamo io e Inigo quando inesperti e ancora acerbi ci mettemmo in società per commerciare in oggetti d’arte, non puoi mai sapere come andrà a finire, e nemmeno intuire che immensa opportunità possa rivelarsi. Fu l’inizio di un’amicizia che, in maniera più intensa e duratura di tutte le altre, plasmò il mio modo di percepire il mondo e di comportarmi e diede una direzione ben precisa alla mia vita da adulto. A vent’anni non pensi al risultato finale né ai possibili incidenti di percorso, ma è ovvio che neanche in un universo fondato sulle illusioni si può ignorare a lungo la realtà.»

«Ciò che ha fatto Inigo ci dice qualcosa di una cultura e di un mondo rimasti orfani di significato. Pur essendo sempre stato un mercante d’arte tra i più modesti, ho trascorso buona parte della mia esistenza in questo ambiente o ai suoi margini e vi garantisco che nessuna rappresentazione – cinematografica o letteraria – è mai riuscita a rendere giustizia ai raccapriccianti livelli di demenza e degenerazione tardocapitalista toccati dal mercato internazionale dell’arte contemporanea. La realtà è pura follia. È un contesto indicibilmente torbido e più assurdo di quanto si possa immaginare; i suoi frequentatori sanno essere vili, dolci, astuti, manipolatori, geniali, del tutto privi di etica e terribilmente affascinanti. Il mondo dell’arte incarna tutti gli aspetti peggiori del denaro, degli esseri umani e della loro avarizia, e tutti gli aspetti migliori del nostro amore per la bellezza e della nostra brama di verità. È questo connubio bizzarro – un cocktail inebriante e quasi tossico – a rendere il settore tanto intrigante e irresistibile, e fu questa stessa combinazione di elementi così diversi a far sì che io e Inigo ne venissimo sedotti, risucchiati e infine, quando avevamo poco più di trent’anni, risputati con le ossa rotte.»

Nel 2016 Inigo Philbrick era uno dei giovani mercanti d’arte più promettenti della sua generazione. Fu allora che entrò in possesso di un grande ritratto di Pablo Picasso realizzato dall’artista altoatesino Rudolf Stingel. Era un’opera imponente, alta quasi due metri e mezzo, dipinta a partire da una fotografia inedita di Picasso messa a disposizione dalla famiglia dell’artista. Philbrick, però, non ne era il proprietario esclusivo. Aveva il controllo fisico del quadro e, nel mercato dell’arte contemporanea, avere tra le mani un’opera può significare molto più che semplicemente custodirla. Philbrick cedette a un socio, Sasha Pesko, il 50 per cento della proprietà per 3,35 milioni di dollari. Ma, senza informarlo, poco dopo vendette ulteriori quote dello stesso dipinto a un fondo d’investimento, incassando 7,1 milioni di dollari. Diciotto mesi più tardi ripeté l’operazione con una collezionista, dalla quale ottenne altri sei milioni. Nessuno dei tre acquirenti era realmente consapevole dell’esistenza degli altri. Alla fine, facendo i conti, Philbrick aveva venduto il 220 per cento di un’opera che, fisicamente, era sempre una sola. Era inevitabile che prima o poi il meccanismo si inceppasse. E infatti accadde quando due dei compratori chiesero di poter trasferire il quadro nei rispettivi magazzini. Philbrick escogitò allora una soluzione tanto semplice quanto assurda: fece preparare una tela vuota delle stesse identiche dimensioni dell’originale, la mise dentro una cassa e la spedì a uno dei magazzini. Contava sul fatto che nessuno avrebbe aperto la cassa. Whitfield racconta come Philbrick riuscì a vendere lo stesso quadro, o meglio le sue quote, a più persone senza che nessuno di loro sapesse dell’esistenza degli altri acquirenti:

«Questo dipinto di Rudolf Stingel che ritrae Picasso in realtà si chiama (o non si chiama) Untitled. Con i suoi quasi due metri e mezzo di altezza per due di larghezza, il dipinto è a dir poco imponente, anche senza prendere in considerazione il buon vecchio sguardo arcigno e imperioso di Pablo alla “cos’è ’sta roba sotto la suola della mia scarpa”. Con il doppiopetto sgualcito e la sigaretta ardente come gli occhi, pare più un capitano d’industria che un artista. Come dipinto, sembra segnare una sorta di apogeo. Stingel cominciò a dipingere opere fotorealistiche nel 2005 ritraendo una sua gallerista, Paula Cooper. Per il ritratto di Picasso, Stingel partì da una fotografia inedita fornita dalla famiglia dell’artista: dettaglio non banale, perché, anche se il dipinto in sé sembra identico a una fotografia, ci si rende comunque conto che non è l’originale, ma solo l’interpretazione di Stingel, che al momento di dipingere Untitled aveva la stessa età di Picasso all’epoca in cui venne scattata la foto. È il ritratto di un ritratto, un memento mori del genio artistico, un promemoria, forse, di come il talento sfuma ma l’arte durerà più di tutti noi.

Nel gennaio del 2016 Inigo vendette il cinquanta per cento del dipinto a Sasha Pesko per 3,35 milioni di dollari e poco dopo lo vendette anche alla FAP, che accettò un prezzo di 7,1 milioni di dollari con l’obiettivo stabilito di rivenderlo a nove milioni. La FAP pagò a Inigo 2,485 milioni di dollari, il trentacinque per cento del prezzo d’acquisto, e accettò di corrispondere il restante sessantacinque per cento una volta che il dipinto fosse stato rivenduto. Inigo informò la FAP che era coinvolto anche un altro investitore che possedeva metà delle quote e fornì loro una nota manoscritta, che a suo dire proveniva da quest’altro investitore ed esprimeva il consenso per il coinvolgimento della FAP. Il nome venne oscurato, quindi la FAP non aveva idea di chi fosse, mentre Pesko ignorava totalmente che nel dipinto ci fosse un altro investitore.

Saltiamo in avanti di diciotto mesi e Inigo vende di nuovo il dipinto: questa volta a Lisa Reuben tramite la Guzzini Properties Ltd, l’azienda controllata dal padre di lei («Il problema di Lisa», mi ha raccontato Inigo, «è che le piaceva sedersi al tavolo a discutere, ma in realtà a sedersi al tavolo era suo padre»). Dunque lei lo compra, insieme ad altre due opere d’arte tra cui l’ennesimo dipinto di Christopher Wool, per sei milioni di dollari. In realtà l’affare con Reuben era di fatto un prestito e i dipinti fungevano da garanzie: Inigo aveva un anno per rivendere i dipinti o versare a Reuben una somma di 599 mila dollari. Passato l’anno in questione, Inigo rinnovò il prestito pagando a Reuben i 599 mila dollari, ma sapeva di non poter andare avanti così. L’unico modo per ripagare i sei milioni di dollari era vendere le opere, il che ovviamente era un problema perché Reuben era una delle tre persone che credevano di possedere lo Stingel, nonché una delle due (l’altra era Pesko, che possedeva anche una parte di uno degli altri dipinti, l’altro Wool, che rientrava nei beni di garanzia del prestito di Reuben) convinte di avere il controllo fisico dell’opera nel loro magazzino. A questo punto, come avrebbero poi attestato le carte processuali, «Pesko, FAP e Guzzini pagarono o accettarono di pagare all’imputato complessivamente più di quindici milioni per il Picasso di Stingel ed erano reciprocamente ignari delle rispettive rivendicazioni economiche». Questo è il resoconto più semplice possibile di quanto stava accadendo: nessun imbroglio è concepito per essere capito e questo imbroglio stava avvenendo in un mercato ossessionato dalla segretezza. Non sorprende che quasi tutte le persone coinvolte ci si smarrirono.

Finora questa storia ha riguardato solo grandi somme e plutocrati, ma per liberarsi dal caos che aveva generato, Inigo dovette diventare creativo. C’era già, mi disse, «una certa sfiducia» nel rapporto tra lui e Pesko, e quindi si decise che i lavori posseduti in comproprietà, tra cui il Wool, sarebbero stati messi in un deposito comune in Svizzera. Ma anche Reuben era convinta di possedere il Wool e quindi, in maniera del tutto ragionevole, voleva tenerlo nel suo deposito, sempre in Svizzera. Come fare in modo, quindi, che lo stesso dipinto sia al contempo in due magazzini diversi? Semplice: metti una tela vuota delle dimensioni giuste in una cassa e la spedisci al magazzino in cui il nuovo proprietario attende di ricevere la consegna. Perché queste persone alla fine mica stanno comprando arte: stanno facendo soldi, e le casse non le aprono. Come fece Inigo a rimpiazzare la tela vuota con il vero dipinto non arrivò mai a raccontarmelo e all’epoca specificò che si trattava solo di «un affluente» della narrazione principale. C’erano innumerevoli storie mancate come questa, così tanti aneddoti assurdi rimasti fuori dalle nostre conversazioni che vorrei che le nostre telefonate fossero durate anni.»

Orlando Whitfield è uno scrittore ed ex mercante d’arte britannico. Dopo la laurea alla Goldsmiths University, ha lavorato per quindici anni nel mercato dell’arte. I suoi articoli sono apparsi, tra gli altri, sul New York Times, sulla Paris Review e su Granta. Quel che luccica è il suo primo libro, tradotto in italiano da Luca Bernardi. Il volume è pubblicato da Altrecose, il progetto editoriale del Post realizzato con Iperborea, disponibile in libreria dal 16 settembre.

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