L’Aquila 2026. Dal terremoto a capitale italiana della cultura, un modello che può fare scuola

Ai Weiwei, JR e Fabio Mauri, ma anche Raffaello, Pontormo e Antonello da Messina: così il capoluogo abruzzese ha trasformato la ricostruzione post-sisma in un paradigma di rinascita comunitaria

Sono passati diciassette anni, e qualche mese, dal tremendo sisma che ha scosso L’Aquila, ma dall’aprile del 2009 il capoluogo abruzzese non si è mai perso d’animo. La comunità cittadina, di fatti, non ha mai ceduto alla vulgata comoda del centro terremotato, riprendendo in mano, sin da subito, le redini del suo destino. 

Che non si parli sempre e solo di resistenza, quindi, né di semplice conservazione: le vicende recenti dell’Aquila hanno offerto non solo un modello di ricostruzione architettonica e urbanistica, ma anche un paradigma di cooperazione collettiva in cui l’arte, e la cultura in generale, hanno giocato un ruolo chiave per la rinascita complessiva del comune.

A tal proposito, l’elezione, per il 2026, Capitale Italiana della Cultura, altro non è che un tassello a completamento, la giusta ricompensa per un percorso avviato già da tempo, mantenuto con inesauribile tenacia e volontà di riscatto e animato da una concezione di cultura declinata “a più tempi”, che ha saputo allineare il rispetto e la celebrazione del passato con lo sguardo di prospettiva.

Una direzionalità doppia, dunque, certificata dalla compresenza, nella programmazione generale, sia di mostre ed eventi rivolti alla storia che di progetti totalmente devoti alla ricerca artistica contemporanea. 

Quanto al panorama odierno, la rosa di autori coinvolti dalla principale istituzione cittadina, il MAXXI L’Aquila, è di primissimo livello. Dal 29 aprile al 6 settembre, infatti, le sale di Palazzo Ardinghelli hanno ospitato Aftershock, mostra personale dell’artista cinese Ai Weiwei curata da Tim Marlow. Quale è lo shock a cui l’artista è chiamato a rispondere? Ancora una volta un terremoto, e nello specifico la tragedia che ha colpito la regione del Sichuan nel 2008, costata la vita a più di cinquemila bambini. I loro nomi riempiono per intero la parete della prima sala nel percorso di mostra, occupata in ampiezza dall’intervento scultoreo Straight (2008-2012). Prelevati dai cumuli di macerie e raddrizzati a mano dall’artista, i tondini di ferro vengono qui dislocati lungo tre ambienti consecutivi, talvolta simulando una linea di faglia, e mobilitano un’affinità elettiva che, a migliaia e migliaia di kilometri di distanza, unisce popolazioni diverse – come quella ucraina, celebrata nei Combat Vases, elmetti donati dalla Germania dopo l’invasione russa, e nel camouflage net che copre il palazzo – in nome della creatività umana come antidoto al lutto. 

Al di là del baricentro ideale, tuttavia, la mostra di Ai Weiwei ripercorre, in un corpus di circa settanta opere, una biografia artistica segnata dall’impiego di media differenti – dalla fotografia al video, passando per la scultura e per l’installazione – e dal confronto costante con la storia e con la storia dell’arte. Nel corso della sua carriera, infatti, Weiwei non ha mai mostrato alcun timore nel misurarsi con l’impegno politico – figlio di un poeta dissidente confinato nel deserto all’epoca della Rivoluzione Culturale, egli stesso è stato detenuto per 81 giorni nel 2011 – né con i grandi nomi della tradizione occidentale conosciuti sui libri: al contrario, la reverenza ha sempre lasciato il passo a una certa sfacciataggine, che ha condotto l’artista a realizzare una serie di d’apres – Munch, Van Gogh, Ruscha, tra i tanti – con dei mattoncini giocattolo o addirittura a inserire loghi di brand commerciali, come la Coca-Cola, sulla superficie di urne della dinastia Han.   

Dal prossimo 26 settembre, invece, fino al 24 gennaio 2027, sarà poi il turno di Fabio Mauri. A cent’anni dalla nascita, e a pochi mesi dalla pubblicazione del catalogo ragionato – curato da Carolyn Christov-Bakargiev e pubblicato da Skira – Marta Papini e Maurizio Cattelan, stavolta in veste di curatore, affrontano, con Gli anni dell’Aquila, il ventennio che ha legato Mauri alla città e all’Accademia di Belle Arti, dove ha ricoperto, dal 1979 al 1999, la cattedra di Estetica della Sperimentazione. 

Al di fuori della cornice istituzionale, e allargando il campo d’azione alle vie del centro, la programmazione estiva ha altresì visto l’arrivo di JR, il quale, dall’11 al 15 luglio, ha tappezzato la pavimentazione di Piazza Duomo con più di 2000 ritratti fotografici scattati in trentanove sessioni “a cielo aperto”: non staged ma in strada, nelle università e nelle palestre dei liceiPromossa dal Comune grazie al programma ReStart,l’operazione dell’artista francese costituisce l’ultimo episodio del progetto Inside Out – The People’s Art Project: avviato già nel 2011 e replicato più di tremila volte in più di 150 nazioni, il progetto ha coinvolto, in questa occasione, i cittadini dell’Aquila e di quattordici comuni limitrofi – come Calascio, Barisciano, Campotosto e Fontecchio – appartenenti al cosiddetto “Cratere sismico”.  

La riqualificazione del tessuto urbano, tuttavia, prescinde dalle azioni effimere, e si esprime anche mediante interventi su preesistenze architettoniche. È il caso del Teatro San Filippo, nel Quarto di San Pietro: nato come chiesa d’ordine degli oratoriani, ed eretto tra il 1637 e il 1661, l’edificio è stato sconsacrato con lo scioglimento della congrega (1682) e disposto all’uso teatrale dagli anni Ottanta del Novecento. A seguito di un lungo e complesso intervento di restauro, ultimato nello scorso aprile, è stato approntato un sistema di consolidamento strutturale interno alle murature, ripristinata buona parte della decorazione a stucco compromessa dal terremoto e allestita una macchina scenica che permette la visione del transetto e della zona absidale.

Arretrando di circa un secolo, il Forte Spagnolo dell’Aquila – costruito tra il 1532 e il 1567 su volontà di Carlo V e oggi sede del MuNDA (Museo Nazionale d’Abruzzo) – ospita due capolavori indiscussi del Cinquecento italiano. La Visitazione all’Aquila. Raffaello e Pontormo, curata da Tom Henry Federica Zalabra e aperta dal 27 giugno al 27 settembre, raduna in un ambiente unico la grande pala dell’Urbinate, commissionata dal nobile aquilano Giovanni Battista Branconio per la cappella di famiglia in San Silvestro, e la Visitazione di Carmignano del Pontormo. 

Due variazioni su un tema comune, avvicinate grazie a un accordo di prestito con il Prado di Madrid e con la Diocesi di Pistoia, che, pur nella prossimità d’esecuzione, rimangono ben distanti nella resa formale: «Non vi è motivo di sospettare – commenta Tom Henry – che Pontormo conoscesse la Visitazione di Raffaello quando si accingeva a progettare la propria. Rappresentano due filoni divergenti dell’impegno artistico compreso tra 1517 e 1530». 

La mostra è inoltre arricchita da un focus sul committente – gli spettatori possono sfogliare e leggere i testamenti digitalizzati di Giovan Battista e Marino Branconio – e sul perduto palazzo di famiglia a Roma: disegnato da Raffaello e abbattuto nel 1667, nell’ambito dei lavori propedeutici alla realizzazione del colonnato di San Pietro, l’edificio rivive tramite un videomapping che sonda ben dodici ipotesi ricostruttive formulate dal professor Francesco Paolo Di Teodoro, ordinario di Storia dell’Architettura al Politecnico di Torino. 

Permanente, invece, sarà il soggiorno al MuNDA dell’Ecce Homo di Antonello da Messina: eseguito dall’artista negli anni ’60 del ‘400, e prima versione nota di una serie che conta almeno sei esemplari, il quadretto è stato infatti acquistato dal Ministero della Cultura per una cifra vicina ai quindici milioni di dollari. Destinato a devozione privata, dipinto a tempera grassa sul recto e sul verso – dove è raffigurato un San Girolamo penitente dal volto ormai irriconoscibile  su una tavoletta di piccole dimensioni (20.3×14.9 cm), il quadro ha di recente catturato l’attenzione dei media per via del discutibile – e discusso – prestito accordato a Comunione e Liberazione, in occasione del Meeting per l’amicizia fra i popoli tenutosi tra il 21 e il 26 agosto alla Fiera di Rimini.

Tornato però intatto nella sua nuova casa, l’Ecce homo si fa carico di un desiderio di continuità e stabilità, incarnando e testimoniando propositi nobili, dalla gittata ben più lunga di un anno, come ribadito anche dal sindaco Pierluigi Biondi: «molte attività supereranno la scadenza del 31 dicembre 2026 – commenta – proprio perché l’ambizione è quella di mantenere in maniera permanente questo riconoscimento che abbiamo ottenuto».