Antiques Par Force, galleria antiquaria romana nata con l’obiettivo di coniugare la ricerca storico-artistica con uno sguardo attento alla sensibilità contemporanea, inaugura una nuova sede nel cuore di Roma, in Via di Parione 9, che si aggiunge allo spazio originario di Via dell’Arco de’ Cenci 7. Il nuovo spazio apre le sue porte con Mythological Beauty, una mostra concepita come un percorso attraverso secoli di storia dell’arte e differenti linguaggi espressivi. Pittura, disegno e scultura si incontrano in un progetto che indaga la persistenza del mito nell’immaginario artistico occidentale e la sua capacità di trasformarsi, di epoca in epoca, senza mai perdere la propria forza evocativa.
Fondata da Nicolò James Montanari, classe 1988, Antiques Par Force nasce dall’esperienza maturata in oltre un decennio nel mondo dell’antiquariato, attraverso collaborazioni con importanti gallerie e primarie case d’asta nazionali e internazionali. Il progetto della galleria si sviluppa intorno a una ricerca che guarda alle arti decorative e alle opere d’arte con particolare attenzione alla qualità, alla provenienza e alla storia degli oggetti, ma anche alla loro possibilità di dialogare con gli spazi e con il gusto del presente. A consolidare e ampliare questa visione è stato l’ingresso in società di Nicolò Alessandrini, classe 1998, che ha sviluppato negli anni una specifica esperienza nel campo della pittura antica. La sua partecipazione ha contribuito ad allargare progressivamente il raggio d’azione della galleria, estendendo la ricerca anche alle opere della prima metà del Novecento e al design storico.
È proprio questa apertura al dialogo tra tempi, linguaggi e sensibilità diverse a caratterizzare la nuova sede di Via di Parione. Lo spazio nasce infatti non soltanto come luogo espositivo, ma come ulteriore espressione di una precisa idea di collezionismo: un luogo nel quale opere appartenenti a momenti differenti della storia dell’arte possano essere osservate non soltanto nel loro contesto storico, ma anche per la loro capacità di parlare al presente. Mythological Beauty riunisce un nucleo di opere che attraversa epoche, contesti artistici e linguaggi espressivi differenti. Al centro dell’esposizione è il mito, inteso come elemento capace di mettere in relazione opere lontane nel tempo e di creare un dialogo tra sensibilità e visioni artistiche diverse. Il mito rappresenta uno degli elementi più persistenti nella storia dell’arte occidentale. Le “favole antiche”, con il loro repertorio di divinità, eroi, amori, metamorfosi, passioni e tragedie, hanno costituito per secoli un inesauribile patrimonio iconografico, offrendo agli artisti un linguaggio attraverso il quale interrogare la natura umana.
Nelle opere riunite in mostra, il riferimento alla mitologia non si esaurisce dunque nella semplice rappresentazione di un soggetto antico. Il mito diventa piuttosto uno strumento per raccontare emozioni e conflitti universali: il desiderio e la perdita, la seduzione e la violenza, la gloria e la caduta, il rapporto tra uomo e destino, tra natura e divino. «Il mito resiste in tutto e per tutto nell’arte e in ogni altra cosa del nostro pensiero e nell’umano e nell’intimo dell’umanità. Quindi non può non esserci oggi, perché la perdita del mito sarebbe la perdita del senso e dell’orientamento che una persona può avere nei confronti del mondo.» dichiara Nicolò Alessandrini. È in questa prospettiva che Mythological Beauty mette in relazione opere lontane nel tempo, mostrando come l’antico non sia mai un repertorio definitivamente concluso, ma una materia viva, capace di essere continuamente reinterpretata.

Tra i protagonisti dell’esposizione figura Cecco Bravo (1601-1661), con l’Angelica liberata da Ruggero, opera che restituisce la particolare sensibilità dell’artista fiorentino, caratterizzata da una pittura inquieta, raffinata e fortemente immaginativa. Il tema cavalleresco e mitologico diventa qui occasione per una rappresentazione sospesa, nella quale la narrazione sembra trasformarsi in visione. Accanto alla pittura di Cecco Bravo si trova la Giunone e Argo di Antonio Gherardi (1638-1702), artista attivo tra Roma e l’Italia centrale, nel cui linguaggio il repertorio mitologico si intreccia con la teatralità e la ricchezza inventiva della cultura barocca. La storia di Giunone e Argo, con la sua complessa rete di inganno, gelosia e trasformazione, diventa una nuova occasione per mettere in scena passioni e tensioni profondamente umane. Il percorso si estende quindi alla scultura del Barocco fiorentino, con la figura di Orfeo, protagonista di uno dei miti più celebri e struggenti dell’antichità. Orfeo, poeta e musicista capace di commuovere persino gli abitanti degli inferi, incarna il potere dell’arte e, allo stesso tempo, il limite imposto all’uomo dal destino. La sua vicenda, fondata sul rapporto tra amore, perdita e impossibilità, continua a rappresentare uno dei grandi archetipi della cultura occidentale. A chiudere idealmente l’arco temporale della mostra interviene il mondo di Mario Sironi (1885-1961), popolato di figure arcaiche, idoli, totem e forme primordiali. Nel passaggio alla modernità, il mito non scompare: cambia forma. Le divinità e gli eroi della tradizione vengono sostituiti da immagini essenziali, monumentali e atemporali, nelle quali la memoria dell’antico si trasforma in una nuova grammatica visiva. È proprio questo passaggio a rendere particolarmente significativo il confronto tra le opere. Dal Seicento alla prima metà del Novecento, il mito appare come una presenza sotterranea e costante, capace di riaffiorare in forme sempre diverse.
Mythological Beauty non propone quindi una semplice successione cronologica di opere accomunate da soggetti mitologici. Il progetto della mostra è piuttosto quello di costruire un dialogo tra immagini, nel quale la distanza temporale diventa uno strumento per mettere in evidenza continuità e trasformazioni. Antiques Par Force sceglie dunque di inaugurare il nuovo spazio romano partendo da un tema universale e inesauribile. Il mito diventa il punto di partenza per un viaggio nella storia della bellezza, ma anche una lente attraverso cui guardare alla natura dell’arte stessa: alla sua capacità di custodire il passato, trasformarlo e restituirlo ogni volta sotto una nuova forma.


