A Roma la metamorfosi secondo Isaac Julien

Alla Galleria Borghese, I'artista rilegge il mito di Ovidio attraverso un’installazione immersiva di immagini e riflessi, dove corpi, natura e architettura diventano materia di una metamorfosi senza fine

È stata presentata oggi, 15 settembre e sarà visibile fino al 25 ottobre 2026 l’installazione filmica dell’artista e regista britannico Isaac JulienAll That Changes You. Metamorphosis (2025), a cura di Lorenzo Giusti. La videoinstallazione si inserisce nel contesto della mostra Metamorfosi. Ovidio e le arti, il grande progetto espositivo nato dalla collaborazione tra il Rijksmuseum di Amsterdam e la Galleria Borghese, a cura di Francesca Cappelletti e Frits Scholten, in corso alla Galleria Borghese fino all’11 ottobre 2026. L’opera è stata ripensata appositamente dall’artista per gli spazi dell’Uccelliera della Galleria e originariamente concepita come installazione a dieci schermi. Per la Galleria Borghese Julien ne propone una versione a canale unico, nella quale il film viene restituito attraverso un articolato gioco di specchi. Le immagini non rimangono confinate alla superficie dello schermo, ma si propagano nello spazio, moltiplicandosi e sovrapponendosi. Ogni riflesso introduce una variazione, alterando la percezione dell’immagine originaria e coinvolgendo lo spettatore in una visione mobile e instabile.

Lorenzo Giusti, direttore GAMeC Bergamo, curatore della mostra dichiara: «Il direttore di Palazzo Te (Stefano Baia Curioni) in occasione del cinquecentenario del palazzo ha deciso di portare Palazzo Te sul piano della produzione, di ritornare a produrre arte e di farlo attraverso un coinvolgimento di Isaac Julien. Un elemento secondo me veramente risonante è il fatto che a Palazzo Te il lavoro è stato pensato per le rinnovate e restaurate fruttiere del giardino di questa residenza dei Gonzaga, spazio destinato ospitare piante e quindi altre specie del mondo vivente e qui alla Galleria Borghese si inaugurano di nuovo le restaurate uccelliere di questo giardino altrettanto meraviglioso e altrettanto suburbano, quindi una residenza Gonzaga, una residenza Borghese all’interno di spazi che dovevano ospitare piante e animali che sono ora parte della della narrazione, del racconto di questo film di Isaac. A Palazzo Te si trattava di grandi installazioni a dieci canali, un lavoro immersivo si direbbe oggi a tutti gli effetti. Qui si muove in una dimensione più circoscritta che ci permette però di ritrovare all’interno del racconto tutti quei riferimenti letterari e filosofici su cui il lavoro è calato».

Nell’Uccelliera della Galleria Borghese, All That Changes You. Metamorphosis di Isaac Julien assume una nuova forma e si confronta con uno spazio profondamente legato alla storia della Villa e al rapporto tra arte, natura e rappresentazione. Costruita nel XVII secolo per accogliere gli uccelli esotici della Villa, l’Uccelliera nasce infatti come architettura immersa nel paesaggio, concepita per stabilire una continuità tra l’ambiente costruito e quello naturale. È all’interno di questa relazione che l’intervento di Julien acquista un significato particolare, trasformando il padiglione in un luogo di esperienza e di visione. Lo specchio diventa così parte del linguaggio dell’opera. Non è soltanto un elemento scenografico, ma un dispositivo attraverso il quale la metamorfosi si trasferisce dal racconto all’esperienza fisica. Guardare significa confrontarsi con un’immagine che non può essere fissata una volta per tutte: ciò che appare si duplica, si allontana, ritorna e cambia a seconda della posizione di chi osserva. La trasformazione non appartiene dunque esclusivamente ai personaggi e alla narrazione, ma investe lo stesso atto del vedere. È in questa dimensione che il lavoro si lega ai temi di Metamorfosi. Ovidio e le arti. Julien recupera il motivo ovidiano della trasformazione per portarlo in un territorio contemporaneo, nel quale il mutamento non rappresenta un evento eccezionale, ma una condizione permanente. Corpi, paesaggi, architetture, specie viventi e sistemi culturali sono parte di un processo ininterrotto di trasformazione e reciproca influenza. La metamorfosi diventa quindi una chiave per leggere non soltanto il mito, ma il presente e le sue continue ridefinizioni.

A condurre questo viaggio sono le attrici Sheila Atim e Gwendoline Christie, che incarnano due presenze enigmatiche, sospese tra figure mitologiche e apparizioni provenienti da un futuro possibile. Il loro attraversamento di luoghi e tempi differenti costruisce una narrazione volutamente non lineare, nella quale passato e futuro, realtà e immaginazione, natura e artificio entrano continuamente in relazione. Le due protagoniste diventano così figure di passaggio, capaci di accompagnare lo spettatore oltre una concezione stabile dell’identità e del tempo.

Il percorso cinematografico si sviluppa attraverso una geografia eterogenea. Palazzo Te costituisce il punto di partenza, ma il racconto si sposta verso altri luoghi fortemente caratterizzati, dalla Cosmic House di Charles Jencks a Londra alle grandi foreste del Redwood National and State Park in California, fino a differenti architetture contemporanee. Questi ambienti non funzionano come semplici sfondi: partecipano alla costruzione del racconto e diventano soggetti attraverso cui interrogare il rapporto tra l’essere umano e il mondo che lo circonda. La natura, in particolare, non viene presentata come uno spazio esterno o separato dall’esperienza umana. Al contrario, il film suggerisce una visione nella quale le diverse forme del vivente condividono un sistema di relazioni complesso e interdipendente. In questa prospettiva si inseriscono i riferimenti a Donna Haraway, Naomi Mitchison e Octavia E. Butler, autrici che hanno contribuito, attraverso prospettive differenti, a immaginare forme alternative di relazione tra specie, ambiente, tecnologia e società. Il risultato è un’opera che mette in discussione la centralità dell’umano e invita a considerare il cambiamento come una condizione condivisa. La trasformazione riguarda il corpo, ma anche il paesaggio; riguarda la memoria e la storia, ma anche le tecnologie e le forme attraverso cui interpretiamo il mondo. L’immaginario di Julien si muove proprio in questo spazio di transizione, dove ciò che conosciamo è continuamente sottoposto a una possibilità di ridefinizione.

«Io e Mark Nash avevamo il compito di cercare di collegare filosoficamente la storia della metamorfosi e di tradurre quei temi nel XXI secolo per capire cosa significhi oggi la metamorfosi per noi stessi, poiché siamo tutti coinvolti nel cambiamento. Tutto ciò che tocchi, lo cambi, e tutto ciò che cambi, ti cambia: questo è uno dei temi principali dell’opera. Si tratta di un tema che ha avuto inizio molto presto nella storia dell’arte, a partire da Ovidio, e che, seguendo questi spunti, porta a una sorta di comprensione di ciò che l’arte è realmente, ponendo in un certo senso alcune domande che ritengo siano ancora oggi davvero molto importanti» afferma Isaac Julien.

All That Changes You. Metamorphosis non propone quindi una semplice rilettura contemporanea di Ovidio. Piuttosto, utilizza la metamorfosi come strumento per interrogare il modo in cui abitiamo il mondo e per immaginare ciò che potrebbe ancora diventare. Dal mito al paesaggio, dal corpo all’architettura, dall’umano alle altre specie, ogni elemento dell’opera partecipa a una stessa dinamica: nulla rimane definitivamente identico a se stesso. È proprio in questa apertura al divenire che il lavoro di Julien incontra il senso più profondo della metamorfosi ovidiana, trasformandola da racconto di mutazioni in una vera e propria esperienza dello sguardo: un invito a riconoscere il cambiamento non come una rottura, ma come la condizione attraverso cui il mondo continua a generarsi. «Come al solito, ogni luogo suscita un cambiamento ed è al cambiamento, alla trasformazione e alla metamorfosi che è questa giornata e questa possibilità, questa esposizione è dedicata. Abbiamo continuità quindi con la mostra sulle metamorfosi di Ovidio, una mostra che abbiamo prorogato fino all’11 ottobre, è la prima volta che si proroga una mostra a Galleria Borghese ma sentivamo di doverlo fare, una mostra che ha avuto tantissima attenzione, tantissimo successo e che si inserisce perfettamente nella storia, ma anche nell’estetica della Galleria Borghese», dichiara Francesca Cappelletti, Direttrice del museo romano.

Chi è Isaac Julien

Sir Isaac Julien RA (nato nel 1960) è un artista e filmmaker britannico di fama internazionale, la cui ricerca spazia tra cinema, arti visive e installazione. Dal 2018 è Distinguished Professor of the Arts presso la University of California Santa Cruz, dove dirige il Moving Image Lab insieme al Professor of the Arts Mark Nash. Da oltre quarant’anni Julien realizza film e installazioni cinematografiche che esplorano temi quali identità, memoria, storia, migrazione e rappresentazione. Tra le sue opere più significative figurano All That Changes You. Metamorphosis (2025), Once Again… (Statues Never Die) (2022), Lina Bo Bardi – A Marvellous En- tanglement (2019), Lessons of the Hour – Frederick Douglass (2019), Stones Against Diamonds (2015), PLAYTIME (2014), Ten Thousand Waves (2010), Western Union: Small Boats (2007), Fantôme Afrique (2005), True North (2004), Baltimore (2003), Paradise Omeros (2002), Vagabondia (2000) e Long Road to Mazatlan (1999). Le sue opere sono state presentate in importanti istituzioni e musei internazionali. Tra le mostre personali più recenti: Isaac Julien: All That Changes You. Metamor- phosis, The Cosmic House, Londra (2026), e Palazzo Te, Mantova (2025); Isaac Julien: I Dream a World, de Young Museum, San Francisco (2025); Isaac Julien: A Marvellous Entanglement, São Paulo Museum of Art, San Paolo (2025); Isaac Julien: Once Again… (Statues Never Die), Aarhus (2025), Museum of Contemporary Art, Sydney (2024), e Whitney Biennale, Whitney Museum of American Art, New York (2024); Isaac Julien: Lessons of the Hour, Museum of Modern Art, New York (2024); Isaac Julien: What Freedom Is To Me, Tate Britain, Londra, con tappe al K21, Dusseldorf, Germania, e al Bonnefanten Museum, Maastricht, Paesi Bassi (2023); Isaac Julien: PLAYTIME, Palais Populaire, Berlino (2023); e Isaac Julien: Lina Bo Bar- di – A Marvellous Entanglement, Philadelphia Museum of Art, Philadelphia, e Yale School of Architecture, Connecticut (2023). La sua opera è presente nelle collezioni di numerose tra le principali istituzioni museali internazionali, tra cui ARos, Aarhus; Brooklyn Museum, New York; Cen- tre Pompidou, Parigi; De Pont Museum Collection, Tilburg; de Young Museum, San Francisco; Fundación Jumex Arte Contemporáneo, Città del Messico; Gug- genheim Museum, New York;Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithso- nian, Washington; Irish Museum of Modern Art, Dublino; LUMA Foundation, Arles; M+ Museum, Hong Kong; Moderna Museet, Stoccolma; Museum of Modern Art, New York; Pérez Art Museum, Miami; San Francisco Museum of Modern Art, San Francisco, CA; Smithsonian American Art Museum, Washington, D.C.; Stedelijk Mu- seum Amsterdam; Tate, UK; Whitney Museum of Art, New York; e Zeitz Museum of Contemporary Art Africa, Città del Capo. Nel corso della sua carriera Julien ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Charles Wollaston Award della Royal Academy of Arts nel 2017 e il Kaiserring Goslar Award nel 2022. Nello stesso anno è stato nominato cavaliere dalla Regina Elisabetta II nell’ambito dei Birthday Honours.