C’è stato un momento, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, in cui le piazze italiane sembravano divise da una guerra culturale tanto assurda quanto serissima. Da una parte gli Emo: eyeliner sbavato, felpe nere, MySpace e malinconia performativa; dall’altra i Truzzi: tute acetate, gel nei capelli, techno commerciale e un’occupazione dello spazio rumorosa, aggressiva, fastidiosa. Una contrapposizione estetica prima ancora che sociale che, per un’intera generazione, ha funzionato come una vera grammatica identitaria: definiva il modo di vestirsi, stare nello spazio pubblico, ascoltare musica e persino abitare il proprio corpo.

Con Emo vs Truzzi: The Sketch of a Movie (2021), progetto ancora in corso, Camille Aleña prende quell’immaginario collettivo e lo trasforma in qualcosa di più ambiguo e stratificato di un semplice revival Y2K, evitando accuratamente la trappola nostalgica. Nessuna ricostruzione filologica, nessun reenactment caricaturale: gli Emo e i Truzzi non compaiono mai davvero. Esistono come fantasmi culturali, evocati attraverso racconti, tensioni, immagini mentali e residui emotivi. «Volevo lavorare sulla memoria di una tragedia e sull’idea che il solo racconto potesse essere sufficiente a generare immagini», spiega l’artista.
A raccontare la vicenda, dieci anni dopo, è Raffaella, figura sospesa tra testimonianza e invenzione. «Lei è una testimone, una madre affettuosa. Desidera profondamente far parte della storia stessa, così si inserisce al suo interno, fictionalizzando alcuni dettagli che solo lei continua a custodire». Nel suo racconto la storia si altera continuamente: alcuni dettagli si fissano, altri si deformano, avvicinando il lavoro a una logica quasi post-documentaria. Quando Aleña incontra Raffaella nel 2020, durante una residenza all’Istituto Svizzero di Roma, la donna la accompagna attraverso la città fino a Piazza del Popolo, dove le racconta questa sorta di leggenda urbana enfatizzandone il carattere tragico e spettacolare. «Ho avuto la sensazione che stessimo entrambe immaginando la storia in modo visivo», racconta l’artista. «Ho capito subito che avrei voluto farne un film».

Anche lo spazio gioca un ruolo decisivo. Piazza del Popolo diventa una macchina prospettica perfetta, quasi una scenografia già predisposta al conflitto. Da una parte il Caffè Rosati, dall’altra il Canova: due poli opposti dentro una geometria urbana che sembra organizzare naturalmente la separazione tra i gruppi. Le chiese gemelle, la simmetria rinascimentale, la vicinanza simbolica a Campo Marzio (il campo del dio Marte) trasformano la piazza in un sistema di opposizioni già inscritto nello spazio stesso. È come se la battaglia fosse già prevista dalla forma del luogo. Il lavoro si inserisce così in una tradizione cinematografica e artistica che guarda all’identità giovanile come a qualcosa di instabile, mediato e performativo. Non esiste mai un’aderenza totale tra individuo e sottocultura: esistono piuttosto pose, codici, imitazioni. Desideri di appartenenza. Gli Emo e i Truzzi di Aleña diventano due modi complementari di occupare lo spazio sociale: i primi associati a una visibilità intermittente, trattenuta, introversa; i secondi a una presenza più fisica, sonora e dominante.

Il film è il secondo capitolo di una trilogia iniziata con Sad Eyes e proseguita poi con Boardgame (2024), dove Piazza del Popolo si trasforma in un gioco da tavolo abitato da personaggi in ceramica manipolati come pedine. «Lavoro su questo conflitto e sulla sua storia da più di cinque anni», racconta l’artista. «Attraverso questi tre film sento di aver ruotato attorno allo stesso soggetto: non solo a come nasce un conflitto, ma anche alle sue radici più profonde dentro due culture diverse politicamente, socialmente ed esteticamente». Adesso l’artista sta lavorando a un lungometraggio corale dedicato a quattro personaggi – due Emo, Giacomo e Cecilia, e due Truzzi, Rosario e Beatrice – continuando a scavare dentro questa specie di mitologia sociale.
Come se questa guerra estetica adolescenziale fosse in realtà un modo per raccontare conflitti molto più antichi: classe, desiderio, appartenenza e una tragica paura di essere esclusi.


BIOGRAFIA
Camille Aleña è un’artista e filmmaker francese la cui pratica si muove tra cinema, installazione e scrittura, esplorando i meccanismi attraverso cui memoria, finzione e immaginario collettivo plasmano le identità contemporanee. Dopo gli studi alla ECAL di Losanna e alla Hochschule für Gestaltung und Kunst di Basilea, si è trasferita a Londra dove ha conseguito un Master al Royal College of Art. Tra il 2013 e il 2015 ha inoltre collaborato con lo studio di architettura Herzog & de Meuron a Basilea, esperienza che ha influenzato profondamente la sua attenzione per la costruzione dello spazio, la dimensione scenografica e il rapporto tra architettura e narrazione. Attraverso film, ambienti installativi e dispositivi narrativi ibridi, l’artista indaga spesso le sottoculture, le comunità marginali e le forme di rappresentazione giovanile, lavorando su territori sospesi tra documento e finzione. I suoi lavori trasformano episodi apparentemente minori o memorie informali in racconti collettivi stratificati, dove il confine tra testimonianza reale e costruzione immaginaria rimane volutamente instabile.



