Affondo verticale negli abissi: una caduta nel tempo e nello spazio alterato delle profondità oceaniche

Dalle mitologie antiche alle esplorazioni contemporanee, gli abissi attraversano storia, arte e immaginario come uno spazio in cui realtà e finzione, scoperta e mistero continuano a sovrapporsi

Nel Giappone feudale, al tempo dei samurai, prima che Tokugawa piegasse i suoi sudditi a una rinnovata obbedienza al suo Shogun, e rimettesse ordine nel caos delle continue battaglie tra i vari daimyo per il controllo di sempre più grandi zone territoriali, fermo, come un’ancora, in quel territorio benedetto e minacciato dal mare, era il culto per Ryūjin, letteralmente il Re Drago. Il dio del mare, delle maree e delle tempeste, viveva nel suo palazzo sottomarino scolpito nel corallo rosso e bianco, scrigno di gioielli magici di marea con il potere di controllare eventi esogeni, attorniato da tartarughe marine, meduse e serpenti: suoi fedeli servitori. I pescatori più arditi riportavano, della divina dimora, una volta riemersi dalle profondità dell’Oceano Pacifico, di un’immensa costruzione su quattro lati, ogni lato dedicato a una stagione e approdati visibilmente invecchiati confessavano come un solo giorno nelle stanza sottomarine fosse l’equivalente di un secolo sulla terraferma. Ryūgū-jō, così si chiamava il palazzo di Ryūjin, ed è da lì che il Re Drago lanciò la sua impresa più venerata: sigillo eterno della fedeltà ai giapponesi.

Regnava nella vicina Cina l’immenso impero mongolo retto dalla dinastia Khan; nomadi prima di tutto e conquistatori con gli occhi allenati all’orizzonte infinito delle sconfinate e monotone steppe centro asiatiche, battute a cavallo e controllate dalle yurte: le loro note tende circolari trasportabili, ricoperte di incredibili tappeti e ostinatamente esposte a Est come a puntare quell’ammasso di isole chiamato Giappone. E con l’idea di un impero infinito come le steppe che lo hanno cresciuto è stato proprio Kublai Khan a tentare la conquista via mare dell’arcipelago più a Oriente. Cosa deve aver pensato un mongolo di quell’impero così diverso dal suo, quel regno costruito sul mare, non lo sappiamo.

La storia racconta solo la disfatta della flottiglia mongola, per i Giapponesi la vittoria è merito di Ryūjin: è stato lui a lanciare dalle profondità oceaniche del suo palazzo un uragano a filo d’acqua e sbaragliare le navi mongole, evitando la conquista e regalando al Giappone secoli di indipendenza, ricevendo in cambio eterna fedeltà al suo nome. È chiaro come il mondo sottomarino sia stato, non diversamente dal cielo, un luogo utopico, spazio e dimora di antiche e venerate divinità da una parte all’altra del mondo. E come il cielo, infatti sconosciuto per secoli, inesplorato, eppure continuamente rigato sulla superficie; ed è forse nel contrasto fra questa quotidianità e l’ignoranza degli abissi che hanno trovato spazio libero le leggende.

E poi nel 1943, nel pieno della Seconda guerra mondiale, Jacques Costeau inventa Aqua-lung e quei fondali abbiamo cominciato a esplorarli veramente. Almeno in teoria, in pratica Costeau aggiunge alle leggende il mito e con la sua invenzione dei primi respiratori a ossigeno sottomarini fa compiere un altro passo verso la mutazione cyborg della specie umana. Ed è Agnes Questionmark (Agnes?), a superare anche il concetto di transumano arrivando a teorizzare quello di transpecie. Così il punto non è più modificare il corpo ma quello di oltrepassare la stessa idea di specie umana, confondendosi con le alghe e i pesci. Con le sue performance marine Agnes Questionmark (Agnes?) sfrutta proprio i respiratori per abitare il mondo acquatico, diventare una nuova creatura in un nuovo mondo o nell’antico fluido della mitologia.

Del resto Ryūjin e il suo Ryūgū-jō sono solo un esempio; i draghi cinesi, dall’acqua salata diventati fiumi sinuosi per non lasciare a secco l’intera Asia; Chalchiuhtlicue con la sua gonna di giada nel Messico precolombiano, dea delle acque orizzontali e imperatrice del Quarto sole, la quarta era del cosmo, che lei stessa dopo 312 anni di comando ha distrutto ordinando un diluvio universale che fece collassare i cieli sulle terre sommerse; oppure Visnù, uno dei culti principali dell’Induismo, rappresentata con quattro braccia portatrici dei suoi quattro attributi di cui uno, un tritone lucido, considerato un’arma in grado di uccidere i demoni se suonata, spesso distesa su Sesa, un enorme serpente a cinque o sette teste, galleggiante nell’Oceano di latte cosmico, mentre si riposa tra un ciclo di distruzione e un altro; sono altri esempi. La mitologia sembra portare con sé un’ambiguità di fondo: l’acqua che dà vita è la stessa che quella vita la toglie.

Duecentocinquantamila dollari è costato il pagamento per la morte di Hamish Harding, il miliardario inglese collassato a 3.800 metri di profondità nell’Atlantico a bordo del Titan. Scopo del viaggio: l’esplorazione del relitto del Titanic. Era il 18 giugno 2023, la spedizione, gestita dalla OceanGate Expeditions, è costata la vita ad altre quattro persone nel Titan con Harding letteralmente implose con tutto il piccolo sommergibile. È stato impossibile dopo il cedimento strutturale reggere l’immensa pressione esterna, quasi 400 volte superiore a quella terrestre, e i corpi si sono arresi in pochi millisecondi.

Distante dall’essere un bellissimo sfondo per bellissime foto della barriera corallina, l’oceano è evidentemente un soggetto agente irriducibile alla categoria di oggetto ma personaggio anche lui in grado di cambiare il corso delle narrazioni. E da quelle stesse profondità sembrano riemerse le sculture di Damien Hirst esposte nel 2017 a Punta della Dogana e palazzo Grassi. La mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable è la fondazione di un mito: il ritrovamento della nave Unbelievable nei fondali delle coste Sud africane appartenuta nel I secolo d.C. a Cif Amotan II, uno schiavo liberto arricchitosi e diventato collezionista, e riportata alla luce con tutti i suoi tesori.

Nelle stanze veneziane si susseguono così, video del ritrovamento, sculture ricoperte di muschio e coralli, gioielli d’oro: tutto finto, tutto inventato, tutto ricreato ad arte generando confusione fra realtà e finzione esattamente come ogni mito dovrebbe fare. Questo oceano che inghiotte e risputa, nasconde e poi rivela è l’oggetto dell’installazione multimediale Il Gorgo (nessun mare è troppo profondo) firmata da Studio Azzurro. Sulle pareti verticale enormi mulinelli catturano, liberano e lasciano cadere nel vuoto nero degli abissi una figura vestita di bianco, forse un tuffatore, catturato nel gioco del mare.

Scilla e Cariddi nell’Odissea facevano la stessa cosa distruggendo navi ed equipaggi avventuratesi nello stretto di Messina; Ulisse invece passa, con l’orecchio allenato alle sirene e agli oracoli, da bravo navigatore, il re di Itaca sa che il mare suona. Le profondità degli oceani, anzi, cantano; la molecola di ossigeno contenuta nell’acqua permette infatti la propagazione del suono e con un ottimo udito si possono percepire onde a distanza di chilometri.

Lo sa bene Roger Payne che nel 1970 pubblica Songs of the Humback Whale: un 33 giri nei cui solchi vinilici sono catturati i canti delle balene. Canti è proprio il termine esatto, successivamente studiati da Katharine Payne, infatti si scopre come le megattere ripetano sempre la stessa canzone, durante la fase di accoppiamento, e che una struttura ripetitiva, come in rima, le aiuti a ricordare la composizione che da secoli vibra sotto gli oceani. Un canto che forse sarà arrivato a bussare fino alle porte di Ryūgū-jō, dal lato del corallo rosso: quello della primavera. 

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