Rachel Youn. La cura, il controllo, il desiderio

Rachel Youn trasforma macchinari per la cura del corpo in sculture cinetiche che interrogano il rapporto tra desiderio, controllo e ripetizione, mettendo in crisi il confine tra benessere, disciplina ed esperienza sensoriale

Artista sudcoreana con base negli Stati Uniti, Rachel Youn sviluppa una pratica scultorea e installativa che indaga il rapporto tra corpo, tecnologia e ritualità contemporanea. Attraverso dispositivi meccanici recuperati e assemblaggi cinetici, il suo lavoro esplora le tensioni tra cura e controllo, benessere e disciplina, interrogando i modi in cui oggetti progettati per assistere l’essere umano finiscono per rifletterne desideri, fragilità e contraddizioni. Nel lavoro di Rachel Youn l’erotico non appare mai come
immagine esplicita. Non riguarda il corpo mostrato, ma piuttosto la sua eco: una presenza suggerita, evocata attraverso oggetti che sembrano conservare la memoria di un contatto umano. Le sue installazioni si muovono infatti in una zona ambigua, dove attrazione e disagio convivono senza risolversi, generando una tensione percettiva sottile ma persistente.

Durante la conversazione, l’artista descrive questa soglia emotiva: «Ci sono momenti in cui sembra di stare sul confine con il piacere e poi arriva il dolore o, frose, una tortura e quindi una specie di erotismo». L’erotico, nelle sue opere, nasce proprio da
questa oscillazione instabile. In cui la provocazione e la seduzione lasciano spazio a un gesto meccanico e ambivalente, dotato di una qualità quasi sensibile. Molti dei lavori di Youn derivano da macchinari funzionali, macchine progettate per assistere o sostenere il corpo umano. «Erano macchine che servivano a dare conforto a un corpo, per esempio, la prima l’ho acquistata su Facebook Marketplace, spinta da curiosità e senza sapere bene dove mi avrebbe portato», spiega.

Steli di piante sintetiche vengono mossi incessantemente dai motori, dando vita a corpi ibridi e improbabili, che oscillano tra vitalità simulata e consumo progressivo, tra estasi e supplizio. L’artista, davanti a tali oggetti meccanici, li estrapola dal loro contesto originario: questi oggetti perdono la loro funzione pratica conservando però il loro movimento ed il loro gesto;
continuano a muoversi, a vibrare, a esercitare pressioni e oscillazioni che rimandano a gesti di cura, allenamento o controllo. In questo processo di riattivazione, ciò che era pensato per l’efficienza diventa esperienza estetica e affettiva.

Ciò che rimane è il lavoro del corpo senza il corpo stesso. «Il lavoro è presente anche senza un corpo reale rappresentato», afferma Youn. Come se l’azione potesse sopravvivere al soggetto, trasformandosi in un movimento autonomo che produce nello spettatore una reazione ambivalente; da un lato familiare e dall’altro inquietante. Al centro della sua pratica emerge così una riflessione sulla ripetizione. Le macchine reiterano gesti minimi senza cercare un climax narrativo o una conclusione definitiva.

Tornano sempre allo stesso movimento, insistendo su una temporalità circolare che ricorda le routine quotidiane: esercizi, abitudini, pratiche di cura, azioni ripetute nella speranza di raggiungere equilibrio o miglioramento. L’artista dichiara: «La società dell’iper-capitalismo ci prova a convincere che con macchinari, strumenti innovativi e tecnologie possiamo prendere delle scorciatoie nella vita. Non è così: per avere risultati devi fare il lavoro, ripeterlo giorno dopo giorno, ancora e ancora». La ripetizione diventa allora un modo di costruire significato attraverso la durata, indipendentemente dal risultato, trasformandosi in una pratica quasi rituale che mette in discussione l’idea contemporanea di efficienza e produttività immediata. Anche il rapporto con l’opera rimane fragile e aperto. «Ho le mie ansie riguardo alle macchine e ai motori, e quando qualcun altro possiede il mio lavoro è come se trasferissi anche a loro quella stessa ansia», racconta. L’oggetto meccanico continua a implicare rischio, manutenzione e una costante cura.

Questa vulnerabilità si estende anche al pubblico, che entra in relazione con l’opera non solo fisicamente ma attraverso la sua circolazione mediatica. La diffusione sui social amplifica l’attrazione esercitata dal movimento ipnotico delle macchine, ma introduce allo stesso tempo una distanza. Infatti, l’opera viene consumata come esperienza visiva immediata, mentre continua a portare con sé la fragilità e l’ansia che l’hanno generata. In questo slittamento tra presenza fisica e circolazione digitale si definisce un rapporto complesso con il pubblico, diviso tra partecipazione emotiva e fruizione rapida dell’immagine. L’estetica di Rachel Youn si costruisce così sull’equilibrio tra opposti. Le sue opere non cercano di risolvere il conflitto tra piacere e disagio, ma lo mantengono attivo, trasformandolo in esperienza sensoriale. L’erotico nasce quando qualcosa appare simultaneamente accogliente e disturbante, vicino e indecifrabile. Youn riconosce apertamente il ruolo delle contraddizioni come motore della propria ricerca: «Mi piacciono le contraddizioni nel mio lavoro. Mi piacciono le sensazioni che non dovrebbero stare insieme, ma che in qualche modo finiscono per convivere». Le sue installazioni abitano proprio questo spazio di coesistenza in cui il piacere e la tortura prendono la stessa forma.

Questa riflessione trova un nuovo sviluppo nella mostra Unruly Vessel, che conclude la residenza di ricerca e produzione dell’artista alla Scuola Piccola Zattere a Venezia. Durante la permanenza lagunare, Youn ha ampliato la propria indagine mettendo in relazione rituali religiosi, dispositivi di disciplina corporea e sistemi storici di coercizione e sfruttamento. Cerimonie cristiane come la Domenica delle Palme o il battesimo dialogano con pratiche di mortificazione, giochi di ruolo e apparati istituzionali – penali e sanitari – che, nel corso della storia, hanno imposto ai corpi movimenti ripetitivi, spesso privi di scopo o forzatamente produttivi.

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