L’architettura modernista di Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, è stata ufficialmente iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. La decisione è arrivata durante la 48ª sessione del World Heritage Committee, riunitosi a Busan, in Corea del Sud, e riguarda dieci edifici e complessi architettonici realizzati tra gli anni Sessanta e i primi anni Novanta del secolo scorso, un arco temporale che coincide con il grande processo di ricostruzione e trasformazione urbana avviato dopo il terremoto che colpì la città il 26 aprile 1966.

Un laboratorio architettonico nato da una catastrofe
Il sisma del 1966 segnò uno spartiacque per Tashkent, imponendo un ripensamento radicale dell’assetto urbano: nacquero così nuove grandi arterie stradali, piazze inedite e ampi spazi verdi, mentre la ricostruzione divenne terreno di sperimentazione per tecniche costruttive antisismiche, sistemi prefabbricati, uso del cemento armato e strategie di progettazione ambientale. In questo contesto, il linguaggio del modernismo internazionale si intrecciò con le tradizioni artistiche e artigianali dell’Asia centrale, dando vita a un’architettura ibrida, capace di rispondere a esigenze strutturali severe senza rinunciare a un’identità culturale precisa, basti pensare alle facciate pieghettate e ai rivestimenti a mosaico geometrico e floreale della Sala centrale delle esposizioni dell’Accademia delle arti, realizzata tra il 1972 e il 1974.
Tra gli edifici entrati nella lista figurano anche il Big Solar Furnace, imponente centro di ricerca costruito tra il 1981 e il 1987 per studiare il comportamento dei materiali sottoposti ad alte temperature, uno degli ultimi grandi progetti scientifici dell’Unione Sovietica, rimasto operativo per meno di un quinquennio prima dell’indipendenza del Paese, proclamata il 1° settembre 1991, e lo storico Chorsu Market, da sempre parte dell’identità urbana della capitale. Il riconoscimento UNESCO li definisce testimonianze di una fase distinta del modernismo architettonico, caratterizzata da costruzioni industrializzate, soluzioni ingegneristiche antisismiche e dall’adattamento di sistemi standardizzati a materiali, tradizioni e vincoli ambientali locali.

La regia italiana dietro la candidatura
Determinante, per arrivare a questo traguardo, è stato il progetto di ricerca Tashkent Modernism XX/XXI, commissionato nel 2021 dall’Uzbekistan Art and Culture Development Foundation (ACDF) e sviluppato con la partecipazione di studiosi e architetti internazionali, tra cui lo studio milanese GRACE e il Politecnico di Milano, che ha poi coordinato la candidatura vera e propria, presentata nel gennaio 2025. Il contributo italiano si è concentrato in particolare sulle competenze specialistiche in materia di architettura moderna e restauro, e ha portato all’analisi approfondita di 24 edifici, alla redazione delle relative schede tecniche e alla realizzazione di un’applicazione dedicata, Tashkent Modernism, pensata per far conoscere questo patrimonio a un pubblico più ampio. Il risultato si inserisce in un più ampio gruppo di 25 nuovi ingressi nella Lista del Patrimonio Mondiale annunciati nei giorni scorsi, che comprende anche i teatri condominiali italiani e le opere dell’architetto finlandese Alvar Aalto.

Un traguardo storico per l’Asia centrale
Per l’Uzbekistan si tratta di un risultato senza precedenti: è la prima candidatura nazionale, negli ultimi 25 anni, a ottenere un riconoscimento di questo livello, e porta a otto il numero complessivo di siti uzbeki presenti nel Patrimonio Mondiale, tra beni naturalistici e culturali. Fino a oggi, nessun Paese dell’Asia centrale era mai riuscito a far riconoscere dall’UNESCO il proprio patrimonio architettonico del Novecento: i dieci edifici selezionati, pur diversi tra loro per funzione e dimensioni, condividono non solo la collocazione nell’area urbana di Tashkent, ma anche l’appartenenza a questa stessa stagione di sperimentazione tardo-sovietica.
Il presidente della Repubblica dell’Uzbekistan, Shavkat Mirziyoyev, ha più volte ribadito il valore strategico della cultura e del patrimonio storico-artistico come strumenti di rafforzamento dell’identità nazionale e di dialogo con il resto del mondo. Il riconoscimento UNESCO conferma dunque non solo l’importanza della cooperazione internazionale nel campo della tutela architettonica, ma anche il ruolo che l’Italia ha saputo ritagliarsi in questo processo, mettendo a disposizione competenze specialistiche al servizio di un patrimonio fino a poco tempo fa ai margini dell’attenzione internazionale.


