Al via la XVI edizione di Cortona On The Move, sotto la nuova guida di Renata Ferri. Nato come festival che trova nella fotografia documentaria la sua lettura privilegiata, quest’anno molte sono le sottotracce che animano questa macro area della fotografia, andando oltre il documento tradizionale. Infatti, il tema Beautiful Country si rende motivo di riflessione sul nostro paese, sul modo di guardarlo, oltre che di rilevarlo fotograficamente. Le trentatre mostre raccolgono un’eterogeneità di sguardi e visioni, di prospettive, a volte chirurgiche e tradizionali, come quella di Candida Höfer; a volte intrise di una profonda e rivelatrice ironia che si mescola con una certa perfomatività, come quella di Fotoromanzo Italiano; a volte di surrealismo e metafisica, come il lavoro di Antonio Biasucci e di Moira Ricci; a volte la resa fiction segue leggende e riti popolari, come si coglie in alcuni lavori esposti nel progetto collettivo ospitato alla Fortezza del Girifalco, Peninsula, o anche in Paesaggio inverso di Silvia Camporesi; a volte mettono in evidenza come il contemporaneo dialoghi con le rovine del nostro paese, con le tracce della sua storia, come ha fatto Joel Sternfeld, agli inizi degli anni ’90, con la sua indagine sul paesaggio romano, Campagna Romana. Non è l’organicità che congiunge l’offerta delle mostre di questa edizione di Cortona On The Move, ma la sua diversificazione. Tante Italie, a seconda dell’interpretazione autoriale, oltre che alle specifiche identità territoriali. È infatti la lettura interpretativa che ha la meglio sulla geografia della nostra penisola e dei suoi spazi. È un’Italia evocativa quella che ne esce da questa edizione del festival, anche se spesso sono condizioni contingenti che danno il là a questo tipo di lettura.


In questo mare magnum di “italianità”, fa eccezione il percorso che Ferri ha pensato per la Fortezza del Girifalco, nello specifico quello che coinvolge i dieci autori di Peninsula (Arianna Arcara, Fabio Barile, Marina Caneve, Federico Clavarino, Matteo De Mayda, Giorgio Di Noto, Alessandro Imbriaco, Rachele Maistrello, Giulia Parlato, Giovanna Silva), committenza diretta del festival e prodotta in partnership con Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia e Fondazione CR Firenze. Il lavoro corale mette insieme un dialogo di dieci voci che riflettono sul confronto tra territori fisici e simbolici del paesaggio contemporaneo. Ed è qui che si percepisce il senso progettuale e organico più evidente all’interno della manifestazione, forse anche sottolineato dall’essere ricerche nate ex novo dalla commissione. Il progetto richiama inevitabilmente la matrice concettuale del Viaggio in Italia promosso da Luigi Ghirri, in cui l’Italia non si manifestava tanto attraverso una sua documentazione figurativa, ma attraverso un’idea di paesaggio interpretato, che, come spiega Ghirri stesso nel documentario di Gianni Celati Strada Provinciale delle Anime, corrisponde all’incontro tra natura e cultura, a un’idea di attimo in cui sono racchiusi diversi tipi di percezioni.


C’è la Sardegna di Arianna Ancara, che si scontra con il concetto di memoria e di appartenenza, cercando una narrazione propria che non sia influenzata dal preesistente; Giulia Parlato in Sicilia, alla ricerca di grotte, caverne, vecchie miniere in cui la natura del luogo riporta lo spettatore alle parti più recondite del proprio inconscio; la campagna fotografica di Giorgio Di Noto tra Campania, Basilicata, Puglia e Calabria, attraverso cui l’autore indaga come il patrimonio archeologico del luogo arricchisca, da un parte, un concetto di immaginario paesaggistico e dall’altra le forme tangibile del territorio; Alessandro Imbriaco con uno sguardo sul Vallo di Diano, in provincia di Salerno, che il fotografo rende con un movimento di sguardo e prospettiva, partendo dalla visione panoramica della valle fino ad arrivare agli still life della vegetazione che in quella veduta così spettacolare è nascosta perché fagocitata; Fabio Barile che indaga, con una metodologia contaminata nell’arte e nella visione, l’apparato vulcanico dei Colli Albani, vicino a Roma, servendosi di modellini, pittura, collage e fotografia documentaria per creare un’armonia che si abbevera da un particolare tipo di “geologia che assume forma di culto”; Rachele Maistrello che, come ci ha ampiamente abituati, lavora con una visione stratificata tra l’arte contemporanea, la memoria degli archivi, la performatività scultorea, servendosi del suo vissuto nella spiaggia di Marina Romea per valicare la soglia della fotografia come documento e testimonianza; Federico Clavarino che, girando per l’Italia, eleva la sua ricognizione visivo a poesia, attraverso una ritmicità frammentata, apparentemente, che messa insieme trova una sua organicità musicale e libera; Giovanna Silva, anche lei vagabonda per la penisola, è affascinata dall’incontro del contemporaneo, dalle tracce attraverso cui il mondo di oggi si manifesta, con le forme antiche attraverso cui il passato continua a dire la sua, trovando una fusione plastica quasi scultorea nell’immagine finale; Marina Caneve che scandaglia la rete sismologica contemporanea soffermandosi nello specifico sul territorio friulano, abbracciando il tema secondo uno sguardo che va dalla documentazione scientifica ai saperi ancestrali, dalla dimensione interpretativa all’osservazione dei fatti e dei luoghi; Matteo de Mayda che punta l’attenzione sulla complessità del sistema lagunare di Venezia, fuori da ogni stereotipo da cartolina, ma rendendo evidente un concetto di “paesaggio abitato”, “realmente reale”.


Peninsula si rende quindi grande contenitori di letture diversificate sull’Italia, su un concetto di “bellezza” che perde la sua valenza di stereotipo da Bel Paese e facendo della differenza di sguardo, anche sulle criticità del nostro territorio, il cardine dell’opera stessa; a Palazzo Baldelli, invece, il dialogo tra i progetti selezionati non appare ugualmente organico, ma probabilmente non era nemmeno questo l’intento di Renata Ferri, essendo una collettiva di lavori indipendenti uno dall’altro.
Proprio questa autonomia progettuale risalta, invece, il concetto che la nuova direttrice artistica di Cortona On The Move ha voluto sottolineare in più occasioni, “l’idea della fotografia come opera, come ricerca e costruzione dell’immagine”. Ed è partendo da queste premesse quindi che anche a palazzo Baldelli si manifesta un tavolo comune di dialogo tra i progetti esposti, accomunati non solo dal tema centrale del festival, da questo voler approfondire una bellezza che non è più quella da cartolina, ma anche dalla loro identità autoriale, dal loro pensiero interpretativo. Tra le tante mostre risalta il bellissimo dialogo tra le due opere di Sohei Nishino, Il Po e Diorama Map Venice, prodotte con la precisione di un artigiano che lavora ogni tassello del suo puzzle fotografico con in testa non solo la geografia del nostro paese, ma soprattutto l’esperienza che il suo attraversarlo ha provocato nel suo sguardo. Failed Postcards from Napoli di Kourtney Roy centra perfettamente il punto di questa edizione, forse anche per questo motivo si è scelta una delle sue immagini come cover dell’intera manifestazione, inglobando nella retorica visiva sul nostro paese quegli elementi disturbanti che lo rendono materiale su cui ricostruire. Secondo questo processo di destrutturazione ironica e performativa, Roy si inserisce, con i suoi misteriosi personaggi, all’interno delle classiche vedute napoletane, lasciando il suo spettatore con un sorriso indagatore e mille domande in testa.


Ci sono, poi, Luca Santese e Marco P. Valli con la loro Realpolitik, un progetto che in maniera acuta e puntuale, con un’espressività della luce e dell’inquadratura alla Murnau, coglie le ombre e il grottesco della nostra politica; oltre a Jason Fulford che con giocosità allestisce le sue immagini disponendole in una mega cartella della tombola, sottolineando la condizione “aperta” dell’opera e della sua narrazione. Anche se le mostre a Palazzo Baldelli sussistono come progetti a sé stanti e non risaltati dalle loro connessioni, esistono un paio di casi in cui questo principio viene annullato, come per il dialogo evidente tra il lavoro di Gabriele Basilico e quello di Angelo Leonardo: entrambi i fotografi hanno, infatti, approfondito il concetto e il racconto della periferia milanese, Basilico negli anni ’70, Leonardo ai giorni nostri. Dall’accostamento delle due mostre ne emerge un pensiero più esteso sulle evoluzioni sociali e urbanistiche, sul modo di renderle fotograficamente, su come le trasformazioni seguano i propri linguaggi e i propri codici.




Una piccola chicca di fascinazioni sull’Italia è la doppia mostra ospitata a Palazzo Anderini-Gili, dove si può notare lo sguardo amorevole di Aaron Schuman con Sonata e Andrea Modica con Italian Story sul nostro paese. L’Italia che emerge dai loro lavori non è un’Italia fisica, è un viaggio mentale di affetti, intuizioni, visioni, metafore, atmosfere, che Schuman persegue per quattro anni e Modica, invece, per quattro decadi. Ferri ha riunito tutti a Cortona per esporre una ricostruzione sul modo di guardare il paesaggio italiano ed è difficile farlo quando ancora ci si trova dentro al processo di trasformazione, ma nel calderone, sia quello più organico che quello più legato al nome dell’autore, sono diversi gli spunti che possono essere presi come puntelli su cui costruire. C’è da domandarsi se questo per Renata Ferri possa essere letto come un primo capitolo di una riflessione che guarda al futuro.


