Addio a Simone Forti, la pioniera che ha trasformato il corpo in linguaggio dell’arte contemporanea

Nata a Firenze e protagonista della scena artistica americana, con le sue Dance Constructions ha rivoluzionato il rapporto tra danza, performance e arti visive

È morta a Los Angeles all’età di 91 anni Simone Forti, artista, coreografa e performer considerata una delle figure più influenti della scena postmoderna internazionale. Nata a Firenze nel 1935 da una famiglia ebraica, lasciò l’Italia nel 1938 per sfuggire alle leggi razziali fasciste, trasferendosi con la famiglia negli Stati Uniti, dove avrebbe sviluppato una ricerca destinata a cambiare radicalmente il modo di concepire il corpo nell’arte contemporanea. La sua scomparsa segna la fine di una stagione fondamentale della performance del secondo Novecento. Forti è stata infatti tra le prime a dissolvere i confini tra danza, arti visive, improvvisazione e pratica performativa, costruendo un linguaggio in cui il movimento quotidiano diventava materia artistica. Il suo lavoro ha influenzato profondamente non solo la danza contemporanea, ma anche la performance art e la ricerca interdisciplinare sviluppatasi dagli anni Sessanta in poi.

Dopo la formazione con Anna Halprin e il passaggio al Merce Cunningham Studio di New York, Forti entrò in contatto con la vivace scena sperimentale del Judson Dance Theater, condividendo il percorso con artisti come Trisha Brown, Steve Paxton e Yvonne Rainer. Nel 1960-61 realizzò le celebri Dance Constructions, una serie di azioni performative che sostituivano la coreografia tradizionale con gesti essenziali, equilibrio, gravità e relazione tra i corpi, trasformando il movimento in esperienza percettiva e concettuale. Le sue opere hanno continuato a interrogare il rapporto tra corpo, spazio e coscienza attraverso improvvisazione, disegno, scrittura e sperimentazione sonora.

Nel 2023 la Biennale Danza di Venezia le aveva conferito il Leone d’oro alla carriera, riconoscendone il ruolo decisivo nella storia della performance contemporanea. Collegata dagli Stati Uniti, Forti aveva ricordato come la sua ricerca fosse nata dall’esperienza diretta del corpo: «Quello che è servito è stata l’esperienza del corpo, quello che si prova quando si cammina, quando si fanno movimenti normali, quando si sta appesi a una corda». Parole che riassumono una poetica rimasta coerente per oltre sessant’anni di attività. Le sue opere sono oggi conservate nelle collezioni di alcuni dei principali musei del mondo, dal Museum of Modern Art di New York al Whitney Museum, dallo Stedelijk Museum di Amsterdam al Moderna Museet di Stoccolma. Ma la sua eredità più duratura resta l’aver mostrato che il corpo non è soltanto uno strumento della danza: è un luogo di pensiero, di relazione e di conoscenza, capace di ridefinire i confini stessi dell’arte contemporanea.