Gibellina al centro del Mediterraneo

Intervista ad Andrea Cusumano, direttore artistico della prima capitale italiana dell'arte contemporanea

Come tutte le prime volte, anche l’esperienza di Gibellina come Capitale dell’Arte Contemporanea comporta un carico di aspettative e responsabilità che trascende un’usuale, seppur sempre pregnante, assegnazione del titolo. Com’è, insomma, essere la prima? Ce lo ha spiegato Andrea Cusumano, direttore artistico di quel programma attraverso cui anche un piccolo centro siciliano può trasformarsi in un vero e proprio polo culturale: a condurre i giochi, un’idea di arte della presenza e un Mediterraneo inteso come spazio sincretico a fare da bandiera.

Gibellina è la prima Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea. Che cosa comporta, in termini di responsabilità culturale e istituzionale, inaugurare questo titolo proprio a Gibellina, e quale idea di “capitale” avete voluto costruire?

Naturalmente questo titolo comporta un onere aggiuntivo, perché implica l’assunzione di una responsabilità fin dall’inizio di un percorso che riguarda un settore ancora percepito come di nicchia e spesso sottovalutato in Italia. Eppure l’arte contemporanea possiede un forte potenziale di attivazione, una capacità di comunicazione e di coinvolgimento del territorio: gli artisti contemporanei, nella maggior parte dei casi, sono mediatori. Per noi l’arte contemporanea non deve essere intesa esclusivamente come arte del presente, ma anche e soprattutto come arte della presenza. Gibellina ha una storia che vogliamo continuare a onorare: quella di un rapporto diretto con gli artisti che, chiamati da Ludovico Corrao dopo il terremoto del 1968, contribuirono a ricostruire non solo gli spazi, ma il senso stesso di comunità e una prospettiva civica che sembrava definitivamente perduta. Questa esperienza è diventata per noi un simbolo: la capacità di rialzarsi dalle macerie attraverso il rapporto con gli artisti può rappresentare un messaggio importante per l’Italia intera.

Tra le iniziative di più ampio respiro c’è la mostra Dal mare. Dialoghi con la città frontale, costruita in rapporto con l’ar-
chitettura radicale di Pietro Consagra. In che modo il Teatro incompiuto diventa un dispositivo attivo?

Nella mostra l’architettura monumentale del Teatro non è soltanto uno spazio, ma diventa un interlocutore in una sorta di conversazione a tre. Il progetto mette infatti in dialogo tre lavori: quello di Consagra, quello di Masbedo e quello di Adrian Paci. Questi ultimi sono entrambi rivolti al Mediterraneo, inteso come superficie di attraversamento e di accoglienza, ma anche come luogo di morte. L’esposizione costituisce un’occasione rara, perché fino a oggi non era stato possibile accedere pienamente al teatro di Consagra, che ha richiesto interventi di messa in sicurezza e una serie di operazioni preliminari. Abbiamo poi ragionato anche sul futuro del teatro: grazie ai finanziamenti del PNRR e al progetto donato da Mario Cucinella, avvieremo un intervento che porteremo avanti in dialogo con l’Archivio Consagra, con l’obiettivo di un completamento almeno parziale della struttura. In questa direzione stiamo portando avanti anche altre iniziative, tra cui la riqualificazione dell’ex convento di Gesù e Maria, dove abbiamo inaugurato una delle tre mostre del programma Generazione Sicilia, dedicato agli artisti siciliani contemporanei.

Il Mediterraneo attraversa in modo strutturale l’intero programma di Gibellina 2026. Che cosa rappresenta oggi per la città e perché costituisce un tema così centrale?

Il tema del Mediterraneo costituisce una matrice profonda e condivisa. In questo senso Gibellina è stata pioniera: fin dall’inizio ha lavorato sul Mediterraneo, basti pensare al Museo delle Trame del Mediterraneo, uno dei musei della Fondazione Orestiadi. Qui il Mediterraneo è raccontato attraverso motivi decorativi e pratiche che lo hanno attraversato nei secoli – dalla ceramica alla tessitura, dal ricamo alla decorazione – passando dalla sponda sud-orientale a quella nord-occidentale. È la testimonianza di un mare che ha fatto circolare forme, linguaggi e saperi, trasformandoli in un vero e proprio alfabeto comune. Questo è il punto centrale, perché il Mediterraneo possiede una dimensione sincretica che non va intesa solo in senso religioso o culturale, ma come matrice stessa dell’identità europea. In questa prospettiva, Gibellina si offre come uno spazio di attraversamento in cui le contaminazioni tra culture e civiltà possono avere luogo e diventare fruttuose.

Stiamo assistendo a una sorta di “cultura delle capitali”. Secondo lei, che valore aggiunto ricava un territorio dall’assegnazione di questo titolo?

Credo che l’aspetto più importante non sia il singolo evento in sé, ma la progettualità che riesce a legarsi alle specificità del territorio in cui si opera. Le iniziative pubbliche, naturalmente, sono fondamentali se riescono a comunicare una visione e a diventare strumenti di crescita del territorio. Quando ho lavorato su Palermo Capitale della Cultura, per esempio, l’obiettivo era aumentare la visibilità della città e cambiare una narrazione ancora fortemente stereotipata, legata quasi esclusivamente al tema della mafia: Palermo era già conosciuta per le sue bellezze, ma era importante ricostruire un racconto del presente. Nel caso di Gibellina il discorso è diverso. Non ha la capacità ricettiva di una grande capitale come Palermo, ed è per questo che stiamo lavorando in una dimensione territoriale più ampia, coinvolgendo la Valle del Belice e l’area del Libero Consorzio di Trapani.
Ciò che in questo quadro ritengo possibile è la costruzione di una rete di relazioni solide, capaci di mettere in dialogo creatività, ar-
tigianato e arte contemporanea, ma anche ricerca e formazione. Il mio obiettivo è creare progetti che possano proseguire oltre il 2026 e che consentano a un centro come Gibellina di ospitare in modo continuativo attività di formazione e di produzione culturale.

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