Presente, passato e presenturo

Con CINEMA JAO 2420 il suono sospende il tempo lineare, diventando dispositivo di rallentamento e aprendo nuove modalità di percezione condivisa

Mentre il tempo viene frammentato in scadenze, dati e produttività, la ricerca di VIPRA SATIVA, nome d’arte di Federico Proietti, si muove in direzione opposta, rifiutando la separazione tra arti visive, suono e performance. Accompagnato fin dall’inizio da scultura e disegno, la svolta decisiva nella sua produzione arriva con la serie Scanner Paintings, in cui, attraverso l’uso di uno scanner, l’immagine finale diventa una registrazione temporale dell’interazione tra luce, materia e tempo. Parallelamente prende forma la ricerca sul suono, inteso come un campo di forze che agiscono sulla percezione fisica. Nel 2012, con NO FLOOR, realizzato insieme ad Amalia Ulman, l’azione performativa inizia a prendere forma come spazio di relazione e consolida la pratica attuale di VIPRA SATIVA, che integra i diversi linguaggi in un organismo dinamico di attivazione percettiva.

Dall’attenzione al tempo nasce l’idea di Presenturo, una pratica che invita a sottrarsi alla costante accelerazione per riabitare il presente come uno spazio condiviso; in questo contesto l’arte assume il ruolo di forza capace di generare attrito: «Non ha il compito di immaginare nuovi futuri – precisa l’artista – né di restaurare il passato, ma di interrompere questa continuità forzata del tempo lineare». In questa ricerca si condensa CINEMA JAO 2420, prodotto con il suo hub di ricerca sonora Hyperlento Solutions per la mostra UNAROMA al MACRO: «Il progetto – racconta l’artista – lavora sul confine tra ascolto e presenza: il suono agisce, lo spazio risponde, l’azione performativa mantiene il sistema in tensione».

Immaginato come la colonna sonora di un film di Elio Petri e realizzato nei Forum Studios di Ennio Morricone, si presenta come un ambiente temporale da attraversare piuttosto che un album da ascoltare. L’opera è estremamente influenzata da queste due figure, che ne hanno plasmato l’immaginario e la struttura: «L’incontro ideale tra Petri e Morricone – spiega VIPRA SATIVA – mi ha permesso di pensare l’album come un cinema senza immagini, in cui il conflitto non è rappresentato ma attivato, e in cui l’ascolto diventa un atto critico, quasi una forma di allenamento della percezione». Ma l’attività dell’artista non nasce nel museo. Nel corso della sua carriera si è esibito anche in club come il Berghain, dove la ricezione del suo lavoro cambia completamente: «In un contesto museale come quello del MACRO, il tempo è dilatato e sospeso. Il pubblico entra con una disposizione all’ascolto e all’osservazione che permette al suono di agire in profondità. Nel club, invece, il corpo è già attivato. Il pubblico notturno è allenato all’intensità, alla pressione fisica del suono, alla perdita di controllo». CINEMA JAO 2420 riassume la poetica di VIPRA SATIVA come eco di media frammentati e sussurro di qualcosa di nuovo, che emerge all’interno di un sistema saturo di segnali, automatismi e gerarchie invisibili. Più che raccontare un mondo, il progetto ne intercetta le tensioni, configurandosi come una soglia temporale in cui il tempo smette di essere misura e torna a essere esperienza.

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