Per Andrea Polichetti, il viaggio da Roma alla Cina non segue la tradizionale, e un po’ mitica, via della seta: coerentemente con il suo percorso, infatti, l’artista classe ’89 porta in terra d’Oriente, da più di un anno, le forme e i materiali d’elezione della sua ricerca, dalle sculture in neon e ferro battuto ai profili vegetali in cianotipia.
Il cammino per la Cina, che più che a Pechino ha condotto l’artista ad altre megalopoli nella Mainland – Shanghai, Nanchino e Shenzhen – e a territori “contesi” e formalmente indipendenti dallo Stato Centrale come Hong Kong è stato possibile grazie a Carlo Maria Rossi: il designer e imprenditore romano, attivo a Shanghai dal 2012, è il fondatore di NONAME STUDIO, hub creativo indipendente nato nel 2020 a Zhujiajiao (la “Venezia della Cina”). I primi contatti tra Rossi e Polichetti risalgono al maggio 2024, quando proprio Rossi – con Luca Ceresoli e Angelica Gatto – cura Intreccio a Cosmo, nel cuore di Trastevere: il progetto, organizzato da NONAME STUDIO e sostenuto dal Macau Special Administrative Region Government Cultural Development Fund, riuniva sette artisti – tra cui lo stesso Polichetti – provando a spianare un terreno di conversazione tra Italia e Macao. «Dopo l’esposizione – racconta Rossi – ho visitato il suo studio e ho iniziato ad approfondire la sua ricerca. Mi ha colpito il modo in cui affronta il concetto di tempo attraverso la materia: il ferro, il vetro, il neon e i processi di ossidazione non sono semplicemente materiali, ma diventano strumenti attraverso cui l’opera continua a trasformarsi anche dopo essere stata realizzata».

Dai vicoli di Roma, il sodalizio tra i due ha coperto distanze planetarie, formalizzandosi, in un secondo momento, tramite un accordo di residenza presso Rebornova Art City, spazio ricavato in un ex complesso industriale nel distretto di Songjiang a Shanghai e supportato proprio da NONAME. Qui Polichetti, nell’ambito del programma di residenze internazionali ArtPlus100, ha potuto relazionarsi con maestranze locali, familiarizzare con nuovi materiali e prendere dimestichezza con tecniche di produzione diverse, per metodo e per scala, funzionali alla creazione di lavori che, ancora per Rossi, «difficilmente sarebbero potuti nascere altrove».
A coronamento del periodo di residenza, la mostra Not Yet Eternal 尚未永恒, tenutasi nel maggio 2025: prima personale di Polichetti in Cina, la rassegna – “biglietto da visita” dell’artista e sostenuta dall’Istituto di cultura italiana di Shanghai come parte del programma del 55esimo anniversario di relazioni diplomatiche tra Italia e Cina – ha raccolto, negli spazi del Pudong Museum District di Shanghai, una serie di sculture, delle variazioni sul tema della colonna, vero e proprio leitmotiv nell’indagine di Polichetti. Liberata dal peso delle volumetrie interne, ed esonerata da incombenze statico-strutturali, la colonna viene isolata come segno grafico e assecondata nell’andamento ondeggiante delle scanalature: «Da romano – così l’artista a Francesco Angelucci sulle pagine di “Inside Art” – non sono mai riuscito a rimanere indifferente alle vestigia che popolano la nostra città, motivo per il quale è stato molto naturale disegnare colonne romane dal vero, processo nel quale affondano le radici segniche delle mie architetture».
La leggerezza nel tratto, che accompagna l’impiego di materiali estranei alla tradizione classica – il neon per i quadrati di base, il ferro per gli alzati – provoca uno shock solo apparente, in quanto il cortocircuito, solo presunto, si regge su un’idea di tempo scandita per fasi ben definite rinnegata dell’artista, sintonizzato piuttosto su frequenze di continuità e di progressione ininterrotta. Nell’assenza di strutture divisorie e gradi di separazione, quindi, anche il concetto di rovina si affranca per sempre dal passato: per Polichetti, infatti, le colonne possono cedere, perdendo, nel crollo statico, ogni requisito di monumentalità e ogni accezione apologetica o meramente celebrativa. Piuttosto, le colonne sono un diversivo, un espediente narrativo del tutto anti-nostalgico e proiettato in un futuro – più prossimo che remoto – che manterrà, nella degradazione della materia, le premesse di decadimento fatte nel presente.

Se Not Yet Eternal era, per Rossi, «una mostra dal carattere più contemplativo, pensata per introdurre il suo linguaggio artistico», la seconda personale, Decay and Reconstruction: the power of water, allestita nel tunnel del Beiqiu Museum of Contemporary Art di Nanchino, è contraddistinta da un rapporto più profondo. Co-prodotta da Collecta, con il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di Shanghai in collaborazione con NONAME e inaugurata lo scorso 13 aprile, la mostra è «un progetto site-specific – è ancora Rossi a prendere parola – dove architettura, storia, ambiente e opere costruivano un’unica narrazione».
L’ingresso di Polichetti in uno spazio istituzionale, tuttavia, si sviluppa come logica conseguenza di un ulteriore periodo di residenza, a sua volta frutto dell’ampliamento della rete di contatti dell’artista.
Il secondo soggiorno cinese di Polichetti, nel gennaio 2026, infatti, è reso possibile dai rapporti intrattenuti con realtà come Collecta e ACSE Foundation. Collecta è un’agenzia artistica che si occupa della costruzione di collezioni coerenti, dell’organizzazione di prestiti e della gestione delle vendite. Nella loro sede di Shanghai, i membri dell’agenzia – Kaiho Jiahao Yu, Xichen Que, Anna Chakhal-Salakhova – hanno avviato un’agenda di progettazione artistica, inaugurando proprio con Polichetti un programma di residenze nato in collaborazione con ACSE, fondazione internazionale no profit – fondata da Wu Junxi ad Hong Kong – che si muove al punto d’intersezione tra arte, tecnologia, design ed educazione.
«La pratica artistica di Andrea – per Collecta – è in profonda sintonia con le questioni che hanno plasmato Collecta sin dall’inizio. Il suo lavoro affonda le radici nei processi materiali e nelle forze naturali, nonché nei modi in cui i paesaggi vengono continuamente modificati dall’acqua, dall’erosione, dall’intervento umano e dal tempo. Il paesaggio, nella sua opera, non è mai un’immagine statica, ma qualcosa in costante mutamento».

Tra il gennaio e il marzo 2026, quindi, Polichetti è a Shenzhen, nel distretto creativo di Valleyhood: qui Collecta e ACSE giocano il ruolo dei facilitatori, mettendo a disposizione dell’artista uno spazio di produzione e occupandosi direttamente degli aspetti pratici: «Dal punto di vista finanziario – rilanciano da ACSE – La Fondazione ha fornito un sostegno economico completo e stabile per l’intero periodo di residenza di Andrea Polichetti, coprendo i costi relativi alla ricerca in loco, alla creazione artistica, allo sviluppo dei materiali e alla gestione del progetto».
La scelta di Polichetti, anche per ACSE, deve la sua ragion d’essere alla convinzione che la direzione da lui impressa al suo lavoro possa, in qualche modo, arricchire ed ampliare l’interpretazione della cultura locale: «Andrea – scrivono – possiede eccezionali capacità creative interdisciplinari e una sincera curiosità verso la cultura urbana popolare cinese e la vitalità locale contemporanea. A differenza della creazione localizzata convenzionale, la sua ricerca si concentra sull’osservazione, l’analisi e la ricostruzione dei tratti culturali urbani di Shenzhen da un punto di vista internazionale e innovativo».
Come a Shanghai, anche a Shenzhen il percorso di residenza culmina con un’altra personale, Ku Rong 枯荣. Curata da Orochi Hon, tra il marzo e il maggio 2026, la mostra ha raccolto, al Jie Space di Shenzhen, sia opere tridimensionali che lavori a parete, come la serie di cianotipie, già nell’arsenale di Polichetti da qualche anno. Stampati su MDF, i profili di vegetazione di Polichetti ampliano a dismisura le coordinate di scala del suo lavoro, arretrando ben al di là delle vestigia romane e posizionandosi in modo da coprire una temporalità pressoché illimitata: non più il «tempo della Storia – scrive Lorenzo Madaro – ma anche quello della metamorfosi delle forme». Un tempo biologico, dunque, o forse addirittura geologico, in cui è la natura stessa a dettare il ritmo e la logica delle trasformazioni.
È a questo punto, grazie all’intercessione di Collecta – «altrettanto importante è instaurare relazioni a lungo termine con le istituzioni», scrivono – e alla collaborazione con NONAME STUDIO e con l’Istituto Italiano di Cultura di Shanghai, che arriva la personale di Nanchino. La mostra, a cura di Francesco Liu e arricchita dal contributo critico di Riccardo Chesti – direttore della sede di Massimo De Carlo Hong Kong – certifica l’istituzionalizzazione del lavoro di Polichetti in Cina, offrendo all’artista uno scenario sorprendentemente coerente con le sue direttrici di poetica: «il museo non sorge su un piano ordinario – spiega il curatore – bensì si innesta su una scogliera e una cascata in stato di abbandono, dove i residui di un’industria ormai silenziosa convivono con la forza scrosciante della natura. L’architettura stessa si fa poesia visiva intorno al tema del “decadimento e ricostruzione”, riecheggiando in perfetta sintonia i motivi che da sempre percorrono la ricerca dell’artista».

All’interno del museo, Polichetti posiziona un corpus eterogeneo di opere: oltre alle colonne in ferro battuto e neon, sono presenti due interventi scultorei al neon e quattro grandi dipinti a olio su vetro, appartenenti alla serie Power of water e realizzati con pennelli da calligrafia. Se i materiali “classici” della ricerca di Polichetti, come il ferro, sono geneticamente legati a una corrosione più lenta, il vetro, posto a distanza dalla parete, entra qui a contatto con l’acqua e con il vapore, permettendo l’affiorare di piccoli aloni che offrono una testimonianza più “immediata” del flusso e della mutazione. Nel testo critico della mostra, Liu chiama in causa proprio la centralità della “patina del tempo” nella visione orientale – anzi, segnatamente cinese – del mondo; intervistato, ribadisce inoltre come la concretizzazione fisico-chimica di precetti teorici astratti e secolari, rintracciabile nell’opera di Polichetti, abbia in qualche modo favorito l’avvicinamento del pubblico locale, che «senza necessità di mediazioni culturali, può riscoprire una profonda risonanza con le proprie tradizioni spirituali – l’impermanenza, l’alternarsi di fioritura e declino, l’armonia tra uomo e natura – dando vita a un dialogo poetico che varca i confini tra Oriente e Occidente».
Il contatto dell’artista con la Cina, che copre anche i contesti di impresa privata – nell’aprile del 2026, la piccola “enclave” romana formata da Polichetti, Alessandro Giannì e Marco Eusepi è stata protagonista di From Rome, collettiva esposta nel ristorante Moyo di Francesco Lee ad Hong Kong (Riccardo Chesti ha curato l’organizzazione, con il supporto del Consolato Italiano ad Hong Kong) – si è stabilizzato al punto da toccare il circuito commerciale e fieristico.
È ancora grazie a Collecta, nello scorso maggio, che a Pechino, nell’ambito della Beijing Dangdai Art Fair, l’agenzia ha presentato, nel suo booth, Land Trace, un solo show di Polichetti che cementa un sodalizio attuale nel solco di uno sguardo di prospettiva: «questi progetti – commentano da Collecta – hanno dimostrato che il lavoro di Andrea può instaurare un dialogo significativo con il contesto cinese. Le conversazioni emerse hanno suggerito il potenziale per una relazione continuativa piuttosto che per una presentazione una tantum».


