In un’epoca segnata da tensioni politiche e sociali, il lavoro culturale rischia di ridursi a posizioni nette e semplificate. Tlon, casa editrice e progetto culturale ideato da Maura Gancitano e Andrea Colamedici, sottolinea l’importanza di coltivare la complessità e il confronto critico attraverso un impegno costruito nel tempo e nelle scelte editoriali. Risponde alle domande Nicola Bonimelli co-fondatore della casa editrice.



Tlon riflette da anni sul rapporto tra pensiero critico e contemporaneità. Come si inserisce oggi il dibattito su arte e politica in una più ampia riflessione sul ruolo della cultura?
Partiamo dall’osservazione delle trasformazioni sociali. Intercettiamo i nodi del dibattito pubblico affrontandoli con rigore teorico, anche attraverso i libri. Pensiamo la filosofia non solo come una disciplina, ma come un luogo e un linguaggio dove dialogano istanze culturali, politiche e sociali. In questo modo, coniugando il rigore filosofico e teorico con un confronto aperto tra saperi, vogliamo rendere accessibili strumenti concettuali utili a coltivare lo spirito critico. Politicamente è importante come si propongono le riflessioni: con solidità argomentativa senza semplificazioni o linguaggi esclusivi, invitando a costruire strumenti critici. Questo vale anche per temi urgenti come il rapporto tra cultura e intelligenza artificiale o nuove tecnologie.
Si parla di “ritorno del politico” nella cultura. È un cambiamento reale o soltanto apparente?
“Politico” ha molti significati che spesso si confondono: posizione sull’attualità, scelta valoriale, collocazione nel sistema culturale, condivisione dello spazio pubblico. Viviamo in un’epoca di forti tensioni globali e la richiesta di posizioni esplicite è più visibile. Ma questa è soprattutto un’esigenza mediatica che purtroppo modella la struttura del dibattito e del confronto culturali. I media prediligono dichiarazioni rapide, mentre il lavoro culturale richiede tempi lunghi e pluralità. L’impegno culturale si esprime nelle pratiche e nei temi affrontati nel tempo, non in singole dichiarazioni. Momenti d’eccezione ci sono, ma il ruolo della cultura resta quello di spazio di complessità e riflessione, non di risposta immediata.
Boicottaggi ed esclusioni portano a invocare la “neutralità” delle istituzioni culturali. Cosa significa oggi neutralità? È ancora praticabile o è essa stessa una presa di posizione?
La neutralità dipende dal contesto e dai presupposti. Viviamo in un ecosistema comunicativo che spinge a schierarsi, perciò la neutralità è vista come anomalia. Invece, può significare sospendere il giudizio per la complessità dei temi o mancanza di conoscenza. Non prendere posizione può essere onestà intellettuale. Il problema nasce quando riguarda i principi fondativi, come quelli costituzionali: qui restare neutrali significa schierarsi implicitamente. Chi lavora nella cultura deve distinguere tra il dibattito – pluralità, conflitti, sospensione del giudizio – e ciò che riguarda i principi strutturali su cui quel dibattito può esistere. La responsabilità culturale sta in questa distinzione.
Il rischio è che la richiesta di responsabilità diventi pressione morale o simbolica. Come evitarlo senza ridurre la complessità del lavoro culturale?
Il rischio è reale. Il lavoro culturale, perciò, deve opporsi alla semplificazione. Oggi l’informazione corre, l’attenzione cala, e lo spazio tra pensare e reagire si assottiglia. La richiesta di posizioni nette può schiacciare la complessità. Il libro resiste a questa frenesia, richiede tempo e concentrazione, e permette di affrontare questioni con argomentazioni stratificate. Il ruolo della cultura è mantenere viva la complessità, aprire questioni e articolare problemi senza ridurli a simboli o morali semplici. L’impegno culturale non è l’obbligo di schierarsi subito, ma la capacità di tenere aperti i temi in modo articolato e profondo.
Nel mondo editoriale e cinematografico, il conflitto è spesso simbolico e discorsivo, più che istituzionale. Cambia qualcosa sul piano etico e culturale?
Questo conflitto lo rintraccerei, prima ancora che nel mondo editoriale e cinematografico, nel mondo della politica. Oggi la politica comunica prevalentemente sui social, fondamentali per consenso interno e pubblico. Ma sui social la complessità politica si frantuma: è una comunicazione per lo più irriflessiva e performativa, diversa addirittura dai vecchi giornali di partito, dove l’essere schierati non prosciugava del tutto lo spazio per approfondire e il confronto. In altre parole, l’uso che la politica fa dei social è la radicalizzazione della tensione e l’annichilimento del confronto. Se la politica non si confronta davvero con il giornalismo, con le domande scomode, con gli interlocutori altri da sé, è propaganda permanente che instupidisce il dibattito pubblico e conduce a un deterioramento della democrazia. Se la sua domanda vuole intendere anche questo “è un problema per la cultura la richiesta di posizioni nette e immediate”, la risposta è sì. Le case editrici possono rispondere con l’approfondimento che permettono i libri, ma questo oggi è un problema: lettori e lettrici calano insieme al desiderio (o il tempo) di approfondimento. E se cala questo desiderio, lo spazio pubblico rischia di essere abitato da posizioni superficiali, spesso false, a volte pericolose.
Nel vostro lavoro emerge una riflessione sul ruolo della filosofia fuori dall’accademia. In un momento in cui istituzioni culturali sono sotto pressione per posizioni politiche, come interpretate la tensione tra autonomia filosofica e impegno civico?
Se la domanda fa riferimento a quanto è recentemente successo tra case editrici e AIE, l’associazione italiana editori, si è trattato della richiesta di confronto tra l’associazione e le realtà che questa associazione rappresenta (nello specifico la piccola e media editoria). Non vedo questo come pressione, ma come confronto e dibattito a cui però non siamo più abituati. Si è parlato di censura, ma personalmente non ne ho vista, né ho visto tentativi di censurare. Piuttosto è stata un’occasione per riaffermare i valori fondamentali come la Costituzione e l’antifascismo, che restano un pilastro. Che un’associazione risponda alle domande delle proprie componenti è naturale. Se dichiara un orientamento chiaro come l’impegno antifascista, non è neutralità ma posizione
condivisa. Chi parla di censura spesso fraintende la realtà delle istanze sollevate e del tentativo di dibattito.
In un mondo polarizzato da tensioni geopolitiche e divisioni sociali, che postura dovrebbe assumere un progetto culturale critico senza diventare dogmatico?
Se una posizione è critica ma dogmatica, ha perso la sua natura critica. Il rischio dogmatico non si supera includendo tutte le idee, ma coltivando confronto e studio. Per noi il catalogo è un mosaico o un serpente editoriale, dove ogni libro amplia la nostra visione in divenire. Pubblicare testi che ampliano questa visione è il criterio, anche se si scelgono filoni specifici. Non è dogmatico pubblicare in una sola direzione ideologica; il dogmatismo emerge quando si esprime violenza o disprezzo per altre idee. Distinguere critica, satira e diffamazione è fondamentale: i libri critici o satirici fanno parte del dibattito, quelli diffamatori diffondono falsità o violenze e sono un problema giuridico o esempi di indifferenza costituzionale.


