Dopo aver annullato l’esito del concorso internazionale a seguito delle proteste esplose sui social media, il governo ecuadoriano ha scelto un nuovo vincitore: sarà il team guidato dallo studio giapponese Sanaa a realizzare il Museo Nacional del Ecuador (Muna). Una decisione che arriva al termine di una vicenda segnata da dimissioni, accuse di scarsa trasparenza e profonde divisioni all’interno del settore.
Il nuovo edificio nasce con l’obiettivo di risolvere una criticità che ha accompagnato il museo fin dal 1969, anno della sua inaugurazione: l’assenza di una sede permanente. Ad oggi l’istituzione occupa alcuni spazi della Casa de la Cultura Ecuatoriana, una condizione che consente di esporre soltanto una minima parte degli oltre 1,2 milioni di reperti custoditi nelle sue collezioni. Un patrimonio che attraversa circa 12mila anni di storia, dall’archeologia precolombiana fino all’arte coloniale, moderna e contemporanea. La nuova struttura, estesa su circa 36mila metri quadrati, richiederà un investimento stimato intorno ai 100 milioni di dollari.

A imporsi è stato Living Strata, progetto sviluppato da un gruppo composto da Sanaa, Caá Porá Arquitectura, Estudio A0, Jerome Haferd Studio e Taller Capital Landscape. La proposta immagina il museo come una successione di livelli sovrapposti in cui storia, natura e cultura si intrecciano. Giardini e terrazze diventano il naturale prolungamento del vicino Parco La Carolina, mentre le geometrie circolari dell’edificio richiamano gli antichi spazi collettivi di incontro delle comunità indigene. Il progetto però non era il primo classificato. Il 6 luglio, infatti, la giuria internazionale aveva decretato vincitore Ecos del Sol, progetto firmato dallo studio spagnolo Estudio Campo Baeza insieme allo studio ecuadoriano Maoda, scelto tra diciassette finalisti. La proposta prevedeva un’imponente architettura in cemento scandita da cortili e grandi vuoti capaci di portare la luce naturale all’interno degli spazi espositivi. Ad annunciare ufficialmente il risultato era stata anche la vicepresidente dell’Ecuador, María José Pinto.

Tuttavia, l’esito del concorso ha scatenato un’immediata ondata di critiche sui social media, che si sono presto trasformate in un caso politico. Romina Muñoz, allora viceministra della Cultura e componente della giuria, aveva difeso pubblicamente la scelta, sostenendo che il processo si fosse svolto nel pieno rispetto delle regole. Pochi giorni dopo, il 9 luglio, la ministra della Cultura Gilda Alcívar le ha chiesto di lasciare l’incarico. Intervistata da The Art Newspaper, Muñoz ha spiegato di non aver ricevuto motivazioni precise per le dimissioni, se non il fatto che il concorso fosse ormai concluso e che il suo ruolo non fosse più necessario. A suo giudizio, la decisione sarebbe stata piuttosto il riflesso di precedenti divergenze con il governo sulla gestione delle politiche culturali.
Il giorno successivo è arrivata la svolta. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Roberto Luque, attraverso un messaggio pubblicato su X, ha annunciato l’annullamento dell’esito del concorso, spiegando che il governo aveva deciso di dare ascolto alle critiche espresse dall’opinione pubblica. Lo stesso Luque – anche lui parte della giuria – ha quindi invitato tutti i diciassette finalisti a presentare nuovamente le proprie proposte, introducendo anche un voto pubblico per contribuire alla selezione del nuovo progetto vincitore. La decisione è stata ovviamente contestata dagli studi Estudio Campo Baeza e Maoda, che hanno ricordato come il regolamento definisse la decisione della giuria definitiva e non soggetta ad appello. I progettisti hanno inoltre sottolineato di essere stati disponibili a modificare il progetto, ma che non gli è stato permesso di farlo.

Anche parte della comunità professionale ha preso posizione. Lo studio di Quito Endara Arquitectos, insieme ad altre realtà, ha scelto di non partecipare alla nuova valutazione, sostenendo che il concorso si fosse già concluso regolarmente e denunciando la campagna di attacchi online rivolta ai vincitori originari. Nel clima di crescente tensione si è dimesso anche il direttore del Muna, l’archeologo Carlos Montalvo, membro senza diritto di voto della giuria iniziale. In una nota pubblicata su Instagram il 15 luglio, Montalvo ha precisato di aver preso la decisione autonomamente e senza alcuna pressione esterna.
Alla seconda selezione hanno preso parte dieci team. Una nuova giuria ha individuato tre finalisti, successivamente sottoposti a un voto online a cui hanno partecipato circa 50mila persone e che ha inciso del 15% sul risultato finale. Il 19 luglio si è così consumato il ribaltamento dell’esito iniziale: Luque ha annunciato come vincitore Living Strata, la proposta che poche settimane prima aveva occupato il terzo gradino della classifica. Il nuovo risultato ha attirato le critiche di vari professionisti del settore, tra cui l’architetto spagnolo Alejandro Zaera-Polo, membro della giuria iniziale che intervistato da The Art Newspaper, ha sostenuto che la proposta precedente garantisse più vantaggi tra cui una maggiore flessibilità degli spazi espositivi, una migliore protezione delle opere dall’umidità e tempi di realizzazione più rapidi con costi inferiori.

L’architetto ha inoltre espresso forti dubbi sulla fattibilità del progetto vincitore, ritenendo che presenti gravi criticità strutturali, oltre a problemi legati all’esposizione delle opere alla luce diretta e all’organizzazione dei depositi, collocati sotto il livello della falda acquifera e poco integrati con il percorso museale. Dal canto suo, Luque ha difeso la riapertura della procedura nel corso di un’intervista televisiva, sostenendo che il verdetto della giuria non fosse giuridicamente vincolante e che il governo avesse semplicemente deciso di riesaminare il contratto dopo aver raccolto le osservazioni dell’opinione pubblica.
Una posizione che continua però a essere contestata dai vincitori originari. Secondo Estudio Campo Baeza e Maoda, il regolamento pubblicato all’avvio del concorso prevedeva esclusivamente due fasi e l’individuazione di un solo vincitore. L’introduzione di una nuova procedura, sostengono gli studi, avrebbe quindi alterato le regole stabilite fin dall’inizio, compromettendo la trasparenza e l’integrità dell’intero concorso.



