Il personale è politico?

Quando l’opera d’arte si sovrappone alla posizione pubblica del suo autore. Nodi e ambiguità di un sistema che chiede di prendere posizione. Il punto di vista di Shirin Neshat

Sì o no, dentro o fuori. Che siano visive, letterarie o cinematografiche, incaricare la tensione inventiva delle arti di una scelta politica rischia di portare con sé lo spettro del loro esaurimento. È questo, d’altra parte, il rovescio di una cesura – o una condizione – che ha costretto l’intera schiera creativa a confrontarsi con un mondo più complesso: ne ha certo fermentato il posizionamento, più multiplo e più al limite, e perciò più incerto, lasciandosi però alle spalle quello sgomento che, per dirla con Foster Wallace, si proverebbe nel non veder tornare i genitori dopo una notte di bagordi. E se la chiarezza di quei bei tempi andati, quelli in cui il mondo era uno, ha dovuto cedere il posto a una rete maldestra dalle maglie quantisticamente dilatabili, va da sé che costruire storie significa oggi navigare una complessità, sceglierne casomai qualche propaggine e tentare di tirarne fuori qualcosa. Chiamare a una scelta netta una matassa così produttivamente incerta comporta, quindi, rischi grossi; lasciamo allora perdere l’arte e riportiamo la politica alle persone: le istituzioni, sì, ma anche gli artisti, prime vittime di un sistema che confonde l’opera con il suo autore. Del peso di questa cognizione, come pure del ruolo dell’artista nella società, abbiamo parlato con Shirin Neshat, regista e artista visiva iraniana dalla ricerca di amplissimo respiro che, proprio in quanto tale, ha usato la propria voce di fronte ai drammi del presente. Avvenuta nei primi giorni di una nuova ondata di proteste nel paese di origine dell’artista, un momento in cui – ci ha confessato – l’irruenza della rivolta non lascia spazio all’euforia di fronte all’incertezza del futuro, la conversazione con Neshat ci ha ricordato che i dilemmi etici e politici sono un fatto delle persone: l’arte c’entra, sì, ma alla fine dei conti non deve niente a nessuno.

Dagli anni Settanta le arti si sono incaricate di esplorare quelle contronarrazioni oscurate dalla Storia. Per lei com’è andata?

Molti dei miei lavori sembrano etnicamente molto specifici: Iran, donne iraniane, Islam. Ma in realtà i temi, le storie, i conflitti dei personaggi trascendono le differenze culturali. Per esempio, ho da poco lavorato su Orfeo al Teatro Regio di Parma, e trattare un’opera lirica europea classica mi ha consentito di fare ciò che ho sempre cercato: andare davvero in profondità nelle questioni esistenziali e umanitarie che riguardano ciascuno di noi, come il fatto che abbiamo così tanto ego che a volte non siamo capaci di vedere l’altro, e che l’amore finisce per confondersi con il dolore, l’odio, il risentimento. I temi presenti nella storia di Orfeo potrebbero svolgersi ovunque, perché parlano di umanità. Questa è una ragione per cui sono molto felice quando mi vengono affidati progetti che non hanno direttamente a che fare con l’Iran o con il Medio Oriente, perché posso affrontarli con lo stesso approccio. La mia è una condizione un po’ complessa, perché sono anche un’iraniana che non vive in Iran da molto tempo: il mio carattere è fortemente radicato in culture non occidentali, ma al tempo stesso sono anche molto occidentale, ed è forse per questo che so come raccontare storie che rifiutano di essere ridotte all’esotismo. Insomma, credo che la migliore arte sia quella che in superficie sembra parlare di un luogo storico, politico o culturale specifico, ma che alla fine ti porta altrove. Completamente altrove.

In quest’ottica, nella sua ricerca rintraccia un’ingerenza politica?

Parlerei piuttosto di tensione politica, come conseguenza del modo in cui lavoro. Per esempio, quando ho trattato l’Aida, l’opera si è caricata politicamente, ma non perché io volessi renderla politica. Tra i miei temi ci sono la religione, il dominio, la bellezza, la poesia: potrei dire che tutto quello che faccio riguarda le donne, che tutto quello che faccio è poetico, e la politica è solo una delle tendenze del mio lavoro.

In occasione delle grandi manifestazioni l’arte diventa un vessillo in nome del quale battersi per un mondo più giusto. Ma cosa può fare in questa direzione il sistema che la rappresenta e che in fin dei conti è anch’esso un campo politico?

Bisogna essere onesti: il mondo dell’arte contemporanea è dominato dal mercato. Perciò è sempre molto rinfrescante quando ci si imbatte in un curatore o in un’istituzione che prova ad andare un po’ controcorrente. Penso, per esempio, alla Biennale di Venezia di quest’anno, in cui sarà molto interessante vedere cosa aveva immaginato Koyo Kouoh: si spera sempre che eventi come la Biennale possano rappresentare un’alternativa al mainstream del sistema dell’arte, quello composto dai musei e dalle gallerie di primissimo livello. C’è poi un altro tema: da quando, nel corso degli ultimi due anni, è esplosa la questione pro-palestinese, si è visto chiaramente quanto il sistema sia polarizzato, e quanto rapidamente gli artisti siano stati censurati. Ho visto molta ipocrisia sulla libertà di espressione in Occidente, ragione per cui il sistema dell’arte sembra in realtà poco interessato ai contenuti.

Lei stessa alla Biennale di Venezia 2024 ha firmato contro la partecipazione dell’Iran alla rassegna. Perché?

Ho sostenuto quella posizione perché il governo iraniano censura i propri artisti, ne approva solo alcuni e poi li espone come rappresentativi. È un potere autoritario e fascista: l’arte che viene presentata riflette inevitabilmente la sua ideologia, ciò che il potere decide di sostenere e ciò che rifiuta. Per questo non potevo appoggiare una rappresentazione ufficiale: molti artisti iraniani vengono esclusi o penalizzati a causa del loro lavoro, mentre lo Stato occupa un padiglione e mostra un’arte “iraniana” che in realtà è filtrata e controllata. È una forma di discriminazione che considero inaccettabile. Un regime dittatoriale sta uccidendo il proprio popolo: di fronte a questo, è necessario essere per principio contrari alla sua partecipazione. Non si trattava degli artisti selezionati, ma di una presa di posizione contro il governo.

Le arti si muovono nella complessità, e non possono essere identificate con le loro istituzioni. Eppure, sembra che oggi al sistema dell’arte venga richiesto un grado di responsabilità particolare, soprattutto sul piano sociale e politico.

Negli ultimi due anni questo è stato molto evidente: molti artisti si sono trovati a chiedersi fino a che punto volessero esporsi nei dibattiti politici, in un clima di forte polarizzazione. Sei con Israele? Sei con Gaza? Cosa succede se resti in silenzio? E cosa succede se parli? Serve ricordare che esistono due livelli distinti: da un lato il lavoro che realizzi, ciò che metti nelle opere; dall’altro la posizione pubblica che assumi. Molti artisti si sono sentiti confusi e spaventati, perché anche quando sentivano il bisogno di esprimersi ne temevano le conseguenze: che il loro lavoro non venisse più acquistato, che venissero esclusi dalle gallerie. C’è stata una grande paura che ha generato confusione su come prendere posizione di fronte a qualcosa di terribile come un genocidio. Abbiamo visto cosa è successo, per esempio, nel caso di Nan Goldin, che è stata molto coraggiosa con il suo lavoro su Gaza. Da artista penso che mi piacerebbe non dover parlare di politica e limitarmi a fare il mio lavoro, ma a volte è necessario prendere posizione rispetto a ciò che si pensa. Come si può restare in silenzio sui drammi del presente se si ha una voce? È molto complicato, ma secondo me gli artisti – soprattutto quelli con visibilità – anche se non producono un’arte esplicitamente politica hanno una responsabilità politica, perché fanno parte della società. 

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