I mondi dell’arte nella torsione autoritaria

Per una nuova autonomia, contro tendenze reazionarie e filantropia tossica

David Velasco è l’ex direttore di “Artforum”. A fine ottobre 2023 venne li cenziato dall’editore a seguito della scelta di pubblicare una lettera aperta di denuncia nei confronti del genocidio perpetrato a Gaza. In un recente articolo sul magazine “Equator”, Velasco stesso ricostruisce la vicenda, mettendone in luce la discontinuità con il passato. Sottolinea, infatti, come il mondo delle istituzioni artistiche, solitamente schierato su posizioni progressiste, abbia invece risposto al 7 ottobre e al successivo bombardamento di Gaza, assestandosi su una linea sostanzialmente sionista e coloniale, riecheggiando le posizioni di Israele, degli Stati Uniti e di molti governi europei, Germania e Italia in testa. Tale posizionamento si è sostanziato attraverso una documentata serie di censure e cancellazioni di voci palestinesi o pro-Palestina, nutrendo strumentalmente la confusione tra antisionismo e antisemitismo. Dopo anni di decolonization, queerness, activism, posthuman e così via, la drammatica ondata di disciplinamento al cuore del liberalissimo sistema artistico globale deve interrogarci rispetto alla reale funzione di quest’ultimo. Che cosa fa il campo artistico? Esprime una funzione critica oppure funge da meccanismo di disinnesco di pensieri e immaginari sovversivi, a uso e consumo della valorizzazione capitalistica? Un abbozzo di risposta richiederebbe uno spazio che non mi è concesso, vale però la pena sottolineare che la torsione reazionaria della politica internazionale e il ritorno a una situazione di blocchi imperialisti dopo i decenni dell’impero (intendo quello analizzato da Hardt e Negri a cavallo del millennio) comportano anche una trasformazione del circuito globale dell’arte, o meglio, ne disvelano e ne infittiscono l’intreccio con gli apparati di potere. Tale consapevolezza dovrebbe spingerci a una revisione critica non solo del presente, ma anche dell’ottimismo degli anni Novanta e Zero, quando la gemmazione internazionale di biennali faceva apparire la globalizzazione come un imponente e benevolo processo di dialogo culturale e creolizzazione.

Fortunatamente, va detto, esiste anche una grande porzione di mondo dell’arte (ma sono sempre più mondi altri e diversi rispetto a quello istituzionale) che si è da subito mobilitata in sostegno a Gaza. In Italia, gli oceanici scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre scorsi sono stati partecipati in massa dai lavoratori dell’arte. Dal canto suo, la rete ANGA (Art Not Genocide Alliance) ha, con successo, organizzato il boicottaggio del padiglione Israele alla Biennale del 2024 e sta lavorando per allargare il boicottaggio all’intera Biennale nel caso che lo Stato ebraico, come pare ormai assodato, si riaffacci in Laguna quest’anno. Il caso di Venezia è sintomatico, vale la pena partire da qui. Nel libro The Justice Of Visual Art, Eliza Garsney si concentra sul boicottaggio del Sud Africa durante l’apartheid e ricostruisce come La Biennale di Venezia, prima di sancire una lunga esclusione dello stato sudafricano nel 1973 abbia, durante gli anni Sessanta, spesso optato per una deterrenza non dichiarata, adducendo la carenza di spazi come ragione per l’esclusione dello stato africano. Notoriamente, la Mostra internazionale d’arte del 1974 (quando l’istituzione era presieduta da Carlo Ripa di Meana) non si tenne nelle forme consuete, ma divenne un lungo programma urbano a sostegno del Cile, vittima del colpo di stato orchestrato da Pinochet con l’appoggio USA. Ora, sebbene l’attacco di Donald Trump al Venezuela abbia il sapore dell’imperialismo d’antan, la reazione della Biennale (in particolare in merito alla Palestina) non ricorda in nulla il passato. Oggi i tempi sono cambiati, infatti, al netto dei movimenti e dei pronunciamenti dell’ONU, la Biennale ha dimostrato ben poca autonomia nei confronti del governo Meloni.

Infatti, fu Gennaro Sangiuliano, Ministro della Cultura nel 2024, a rispondere alla campagna di boicottaggio invece di Biennale, confermando che Israele sarebbe sempre stato benvenuto a Venezia. Se possibile, quest’anno la situazione appare ancora peggiore. Infatti, è certo che Israele non avrà a disposizione il proprio padiglione ai Giardini (ufficialmente in restauro). La Biennale, anche senza esporsi eccessivamente, avrebbe almeno potuto suggerire a Tel Aviv di trovarsi uno spazio in città, sul libero mercato, come fanno tanti. IInvece, pare che l’istituzione veneziana offrirà ad Israele uno spazio all’Arsenale. Bene, nel linguaggio istituzionale dell’ente, il rapporto che si configura tra questo ed uno stato presente all’Arsenale, è un rapporto di “ospitalità”. Dunque, non solo la Biennale rifiuta di condannare uno stato genocida, addirittura si prende la briga di ospitarlo. Ed è anche su questa base che ANGA sta, quest’anno, spostando l’attenzione dal solo padiglione di Israele all’istituzione veneziana nella sua interezza. Eppure il problema non è limitato alla Biennale, è strutturale e globale. L’intreccio tra istituzioni artistiche, capitalismo razziale e colonialismo è ormai talmente stretto che il collettivo statunitense Decolonize This Place (organizzatore di campagne contro grandi musei statunitensi come il MoMA o il Whitney Museum) invoca l’abolizione di queste realtà. Certo, l’Europa e gli Stati Uniti non hanno sistemi sovrapponibili. Negli USA dominano i musei privati i cui board of trustees sono popolati da miliardari (o dalle loro consorti) i quali utilizzano l’arte non solo come efficace sistema di detassazione, ma anche come strumento di art washing dei propri business, sovente legati alla guerra, al controllo dell’immigrazione, al complesso industriale-carcerario, all’estrattivismo e alla gentrificazione. Dilaga, insomma, quella che viene definita filantropia tossica. Una tossicità diversa, seppure connessa, è stata obbiettivo, intorno al 2015, della campagna Gulf Labor che denunciava come la costru zione del nuovo museo Guggenheim ad Abu Dhabi comportasse l’impiego di manodopera migrante in condizioni di ricatto e semi-schiavitù. Ecco, al netto dell’opinione di ognuno, il fatto che si evochi oggi non tanto la democratizzazione del museo, quanto la sua abolizione, deve farci riflettere.

Ovviamente il termine abolizione è storicamente determinato, è legato al movimento che nel diciannovesimo secolo si è battuto per la fine della schiavitù negli Stati Uniti. La formula è poi stata adottata dai movimenti afroamericani del Novecento ed è stato utilizzato per chiedere la fine di quelle istituzioni (prigione in testa) che garantiscono la perpetuazione del suprematismo bianco anche dopo la fine della segregazione. Ne hanno scritto intellettuali radicali come W.E.B. Dubois e Angela Davis. Oggi vale la pena rileggerli, per non arrendersi, inerti, all’imbarbarimento del sistema dell’arte. Esistono già spazi, circuiti, modi (finanche mondi) artistici diversi da quello neoliberale, io li chiamo alter-istituzioni. Certo, la situazione non è favorevole e il campo democratico, antifascista e anticoloniale deve riorganizzarsi completamente. Guardando solamente all’arte, si tratta, prima di tutto, di non cedere alla nostalgia, di capire che il mondo dell’arte neoliberale, quello delle parole d’ordine radicali e delle forme di vita capitalistiche non è la risposta, anzi è lo stesso mondo che dopo essersi dichiarato decoloniale per un decennio, è diventato sionista in un giorno. La sfida dell’abolizione, dunque, è doppia: da una parte si tratta di sabotare e disertare, dall’altra di immaginare, costruire e organizzare le condizioni di una nuova autonomia artistica.