Pier Paolo Pasolini sosteneva che “un autore quando è disinteressato e appassionato è sempre una contestazione vivente […] un artista appena apre bocca è sempre impegnato perché il suo aprire bocca è scandaloso sempre”. Ma Pasolini è stato anche uno dei più grandi critici della società dei consumi e della cultura soggiogata da quell’entità mostruosa, plastica e infinita che è il capitalismo, nella definizione di Mark Fisher. Il sistema dell’arte, tutti i suoi attori, non si salvano da una morsa che minaccia sempre di azzerarne la carica politica, di un politico inteso nel senso più nobile del termine. Di queste tensioni si occupa da anni Vincenzo Trione, storico dell’arte e docente universitario con cui abbiamo parlato del rapporto tra arte e sistemi di potere.

Quanto oggi gli artisti hanno la libertà di essere politici, e quanto possono essere efficaci le loro operazioni anche oltre il perimetro dorato dell’arte?
Oggi gli artisti devono misurarsi con un sistema di comunicazione assai pervasivo, capace di far affiorare molte delle emergenze della società contemporanea. L’arte, a parer mio, ha di fronte a sé due strade: o seguire e inseguire i modi e le forme del giornalismo con il rischio, grande, di smarrire il proprio senso, dissolversi nella nube mediatica e assumere un atteggiamento servile nei confronti dell’attualità, o provare a dire ciò che il presente tace, lasciar emergere dall’infosfera contemporanea icone, immagini, drammaturgie sulle quali il nostro sguardo si posa fin troppo rapidamente. L’arte deve avere il compito di estrarle e dare loro una dignità poetica.
Il dispositivo dell’avanguardia che lei utilizza per caricare la figura dell’artista contemporaneo della responsabilità di “rifare il mondo”, oggi, a differenza dell’inizio del secolo scorso, incontra un sistema le cui dinamiche e meccaniche molto spesso non consentono alle artiste e agli artisti di esprimersi liberamente senza l’angoscia della professione e di un legittimo sostentamento.
Rispetto a buona parte del Novecento oggi il sistema è talmente potente e diffuso che riesce a mercificare ogni forma di contestazione. Il mercato assimila tutto quello che è fuori da sé. Il caso dell’arte politica ne è estrema sintesi: molti artisti hanno capito che è lo stesso sistema ad aver bisogno di opere che mettano in scena il lato negativo del nostro tempo, quasi a volersi pulire la coscienza. documenta a Kassel e svariate biennali, ma anche le grandi fiere internazionali, insistono ossessivamente, da almeno
quindici anni, nella presentazione di opere politiche che sono l’altro lato della celebrity culture che trionfa in quelle stesse manifestazioni. L’obiettivo in fondo è estetizzare tut to ciò che è impegno.

L’impegno però molte volte si tramuta in rinunce, dimissioni, esclusioni e cancellazioni. Dov’è la misura secondo lei?
Detesto tutte le forme di cancel culture e di “wokismo” che imperversano in questo momento in Occidente, negli USA molto più marcatamente. Di fronte a questi scenari sono assolutamente critico e severo: tutto quello che ha a che fare con le esclusioni per me è inaccettabile, mi sembrano dei modi di reagire alle dittature con altre forme di dittatu ra. Sono dell’idea che la democrazia debba sempre prevedere l’incontro con l’altro, a tutti i livelli, nell’arte quanto nella ricerca, nello sport e nella musica, ad esempio Sono contrario a ogni forma di esclusione, a meno che, come è capitato per alcuni direttori d’orchestra, non ci siano delle dichiarazioni a sostegno di criminali e guerrafondai. Sono convinto che i luoghi del dibattito aperto, come la Biennale per esempio, non debbano alzare un muro ed escludere. Sono profondamente europeista e diversamente da altre zone del mondo io credo che le nostre istituzioni siano tendenzialmente accoglienti. La politica entra, certamente, ma in un perimetro che non è ideologico.

Nessuna nuova forma di censura, quindi?
Tante nuove forme di censura. Ma è un qualcosa da cui noi europei siamo assolutamente lontani. Le scelte dei musei non vengono fatte in base a un certo tipo di orientamento ideologico. Questo va detto chiaramente.
Tuttavia la compromissione con l’industria bellica di certi sponsor che sostengono musei e mostre mi sembra un aspetto ineludibile che ha anche portato alcune artiste e alcuni artisti a ritirare le proprie opere da kermesse già programmate.
Vero, ma poi c’è bisogno di consequenzialità nelle scelte: ci sono tante aziende che contemporaneamente sostengono musei, editoria e cause scellerate come la guerra (l’industria bellica). È pur vero però che ad esempio in Italia le istituzioni pubbliche non potrebbero sopravvivere senza il sostegno privato, perciò credo che questo sia un tema da trattare con molta cautela. Certo, se si manifesta un’ingerenza palese da parte di sponsor e istituzioni allora sta agli artisti far prevalere il proprio senso di responsabilità morale e fare un passo indietro. Se invece hai l’assoluta libertà di esprimere il tuo pensiero, perché andar via?

Di mancanza di responsabilità culturale soffre palesemente anche la figura del curatore, lo sosteneva Lawrence Alloway già nel 1975 dalle colonne di “Artfo rum”. La centralità, che è soprattutto scenografica, raggiunta negli ultimi decenni tuttavia non ha risolto la questione: essere ingranaggio di un meccanismo divenuto essenzialmente economico è il motivo per cui rischia sempre di abdicare al dovere intellettuale e alla responsabilità culturale?
Ho una posizione molto dura e severa nei confronti della figura del curatore. Pur curando mostre, non mi sono mai considerato un curatore. Mi sento di aver ripreso una consuetudine tipicamente novecentesca che ha visto figure anche molto lontane tra di loro, da Ragghianti ad Argan, da Arcangeli a Venturi, a Calvesi e a Menna, fondare il proprio mestiere sul nesso tra storia dell’arte e critica d’arte. Il curatore mi sembra totalmente l’opposto: è un servo di scena, per usare un’espressione di Bonito Oliva; è colui che nella maggior parte dei casi è sprovvisto di conoscenze storico-artistiche, del tutto privo di capacità teoriche ma anche letterarie legate alla resa di un pensiero attraverso la parola. Una figura debole al servizio del sistema: non è un critico d’arte, ma neanche un allestitore, ma neanche un architetto; ma neanche un comunicatore; è tutte queste cose senza esserne una, nello specifico. Ha rinunciato totalmente a ogni forma di ten sione teorica. Un caso esemplare: la Biennale di Venezia di Cecilia Alemani, caso unico in cui la direttrice della sezione arti visive trasforma il suo testo introduttivo alla mostra in un’intervista che le è stata fatta. È la dismissione di ogni forma di critica. Una figura ormai talmente centrale da essere completamente manovrabile: non riesce a essere portatore né di una personalità forte, né di un pensiero forte. Informato su tutto, ma to talmente sprovvisto di capacità di approfondimento e riflessione sull’enorme quantità di dati che accumula.

“Dolore, traumi e politica hanno messo a tacere la critica d’arte?”, si è chiesto Eddy Frankel su “Artreview” in un articolo dello scorso luglio. Qual è lo stato del la critica d’arte oggi?
L’anomalia nella quale ci stiamo imbattendo è che nel campo dell’arte non esistono critici, nessuno si definisce critico d’arte: sono tutti curatori. Cosa che per esempio non accade nel campo del cinema, del teatro o della musica. Sono d’accordo con un pen siero che Eco ha espresso agli inizi degli anni Novanta: a furia di guardare ad altre discipline – semiotica, psicanalisi, strutturalismo, marxismo – la critica ha smarrito la propria essenza e la propria specificità. Alla luce di questo io credo che la vera operazione da fare, seriamente, è riaffermare la centralità dell’opera d’arte. È il metodo su cui si basano anche i miei libri. Cerco anche di insegnarlo: aderire all’opera, perché tutto è lì. È una sfida difficile, il vero grande convitato di pietra della critica e della curatela è l’opera d’arte.


