Qualcosa sembra sempre sfuggire. Come dopo tanto tempo un fortemente voluto ritrovarsi, tornare a casa contenti ma con il sospetto di non aver chiesto né detto le cose importanti. Il lavoro di Marcello Maloberti vive in questa sensazione: senza colpevoli definiti, lascia felici e perplessi, aperti a un nuovo incontro, quello buono, chissà, per le cose che contano davvero.
È forse perché Maloberti sembra fermarsi un attimo prima della confidenza a guardare il vuoto che potrebbe creare, torna allora sui suoi passi, confonde le tracce e resta, sotto i gesti e le parole, forte la vertigine dell’altezza. E probabilmente le ragioni di titoli così violenti ma cornici di poesie e baciamano possono essere un primo passo per entrare nell’indefinito malobertiano.
«I titoli dei miei lavori nascono sempre come frammenti di titoli di libri mai scritti. Ogni lavoro porta con sé voci, voci di persone vicine a me. I titoli fanno riferimento a nomi, presenze. Come se portassero sempre un volto. IL MIO NOME HA LA VOCE DI MIA MADRE. E questa voce entra inevitabilmente anche nel modo in cui chiamo le cose. I titoli sono evocazioni più che definizioni, pensieri, poesie, frammenti che continuano a rivelarsi proprio mentre si nascondono. Sono frammenti A VOCE SCRITTA, che si sporcano con il quotidiano e portano con sé una violenza sottile. NON È IMPORTANTE LA PREGHIERA IMPORTANTE È PREGARE. Mi interessa che generino contrasto, che siano pungenti. È in quel punto di attrito che il titolo diventa il primo corpo dell’opera, il primo contatto, il luogo in cui la realtà entra nel lavoro senza essere ripulita. Forse è lì che risuona anche Pavese: non una violenza spettacolare, ma una necessità. Nominare significa sempre esporsi, lasciare un segno, accettare che qualcosa venga toccato».

Una parte dei tuoi lavori sembra sfuggire a un unico senso di interpretazione. Potrebbe essere legato a una serie di contrasti che metti in atto?
«I miei lavori nascono sempre dal quotidiano. IO SONO PIER PAOLO PASOLINI. Porto con me questo desiderio, questo modo di stare nel mondo. Nel mio sguardo mi sento un flâneur, per usare le parole di Walter Benjamin: qualcuno che osserva, attraversa e raccoglie. Camminando resto in ascolto e porto con me gli incontri.
Ogni lavoro che penso non è mai svolto in solitudine. Ogni parola che dico, ogni gesto che compio, contiene l’altro. IL PUBBLICO È IL MIO CORPO.
Forse è per questo che i lavori sfuggono a un unico senso di interpretazione. Dire che l’arte è una fuga dalla realtà e poi mettere i guardrail in mostra non è una contraddizione da risolvere, ma una condizione da abitare.
Come scrive Benjamin, è nello shock che l’esperienza si riattiva, ed è spesso in quello spazio di attrito che lavoro. Il titolo METAL PANIC nasce perché il metallo è ovunque: è peso, struttura. “Panic” perché mi interessa stare sulla vertigine. IL MIO LAVORO NASCE DA UNO SPAVENTO. Preferisco che i lavori restino attraversabili: è lì, in quella instabilità, che per me l’arte continua ad avere respiro».
Nei cartelli stradali questa ambiguità è ancora più evidente.
«Sì, nei cartelli stradali questa ambiguità è centrale, ma per me non riguarda solo il linguaggio: riguarda il corpo.
Il cartello nasce per orientare, per indicare una direzione. Quando lo tolgo dal suo luogo perde autorità e diventa fragile. Apre una porta che non c’era.
Penso all’opera Kasalpusterlengo (2006), dove mi ritrovo appeso al cartello della mia città d’origine. In quel caso il cartello indica un luogo, ma sostiene anche un corpo, diventando soglia. È Casalpusterlengo che mi sostiene.
Penso anche al lavoro su Maria Lai, allo spostamento del cartello di Ulassai. Portare Ulassai altrove significa portare con sé una comunità intera, dichiarare un legame; è un atto d’amore. CUORE MIO. Anche lì il cartello smette di essere segnale e diventa voce che chiama il cielo».

Il suono nei tuoi lavori sembra fondamentale.
«Per me il suono non è un aspetto del lavoro, è il lavoro. Tutto quello che faccio nasce e torna lì. Dalle MARTELLATE alle performance di METAL PANIC, ogni gesto è sempre accompagnato da un suono.
Io lavoro con la voce prima ancora che con le forme. Scrivere, per me, è già un atto sonoro. BISOGNA SOLO RICOPIARE IL CANTO.
I libri sbattuti a terra al Pecci e la canna di fucile suonata da un musicista sono tutti modi per far emergere una tensione sonora che attraversa i corpi prima ancora delle opere.
Milva per me è centrale. TU LO SAI IL PUBBLICO È IL TUO CORPO. La sua voce prima di essere canto è PROFONDO COLORE.
CHE OGNI VOLTA CHE SI CANTA SI VOLA MA SI MUORE ANCHE UN PO’.
Questa vertigine è la stessa che cerco nei miei lavori: stare in alto e cadere, far risuonare qualcosa che non si può trattenere. IL TUO CORPO È LA TUA VOCE. La musica è tutto perché è il luogo in cui il linguaggio smette di spiegare e comincia a tremare».
La tua sembra un’arte felice. È davvero così?
«La felicità, per me, non è una condizione stabile, è un momento. È felice proprio perché svanisce.
Nel mio lavoro non cerco uno stato di equilibrio, ma tensioni e relazioni. La ricerca che conduco non esisterebbe senza l’incontro con l’altro.
Credo a un’arte che si espone, che rischia l’altro, che si lascia ferire. HO SOGNATO UN DOLORE FERITO.
Amo sognare, perché nel sogno le cose non stanno ferme, non sono mai del tutto spiegabili.
Io dedico i miei lavori AI CADUTI D’AMORE. A chi si espone, a chi entra in relazione, a chi accetta che ogni incontro porti con sé una ferita».
Perché secondo te MARTELLATE ha avuto tanto successo?
«Penso che le MARTELLATE abbiano avuto così tanto riscontro perché non nascono come un’operazione che chiede di essere interpretata, ma come un gesto di ascolto.
Racconto una poesia quotidiana, frasi sentite, dette, a volte rubate. Sono voci che circolano già nel reale.
NON CI RESTA CHE LEGGERE LA VOCE. LA POESIA DEVE ARRIVARE ALLE MANI.
Instagram è una piattaforma che forse si presta bene alle MARTELLATE perché è pura frammentazione, lampi continui e ipnotici, ed è per questo che l’ho definito un’arma da guerra.
Non perché amplifica, ma perché cattura. Usarlo significa stare dentro una macchina che tende a rendere tutto consumabile e dimenticabile.
Io provo a lavorare in attrito con questo meccanismo, inserendo parole che non scorrono, che interrompono il flusso. Ho scelto una piattaforma online anche perché mi interessa l’effimero».
Da allievo di Luciano Fabro a professore alla NABA.
«Stare dall’altra parte della cattedra non è mai stato, per me, un cambio di posizione netto.
GLI STUDENTI SONO IL MIO RIFUGIO.
È nel rapporto con loro che resto vigile. L’insegnamento non è la trasmissione di un sapere chiuso, ma una pratica che mi rimette continuamente in movimento.
Penso all’insegnare come a un andare e un ritornare, per usare un’immagine cara a Roland Barthes: come un bambino che raccoglie conchiglie sulla riva e poi torna a porgerle alla madre.
Qualcosa si raccoglie, qualcosa si perde.
In questo senso mi riconosco nell’idea di RITORNO DA DOVE NON SONO MAI STATO.



