Les Rencontres d’Arles è una piccola gemma nella tiara della cultura europea. Non a caso è arrivata alla 57a edizione fresca e splendente, ma soprattutto accessibile, il suo vero punto di forza. Il festival della fotografia di Arles (6 luglio – 4 ottobre 2026) mette in mostra senza fronzoli mostri sacri del reportage e giovani talenti con progetti affascinanti, mai banali, dai virtuosi tecnicismi. La città è piccola, tutte le venue sono raggiungibili in pochi minuti a piedi, si prende la macchina o un comodo transfer solo per vedere le mostre in corso all’Abbaye de Montmajour, magnifica abbazia ex benedettina che ora ospita la mostra di Ayana V. Jackson, “The good news is delivered not on mountaintops but in clearings”, una serie di di ritratti equestri che reimmaginano figure formidabili come Mary Fields, Amelio Robles, le Adelitas della rivoluzione messicana e Selika Lazevski, una performer equestre di colore che affascinò la Fancia del XIX secolo. Nella sala del capitolo dell’abbazia c’è invece la raffinatissima ricerca fotografica di Anne-Lise Broyer dal titolo “Mediterranean is this where we once lived?”: una rappresentazione su pellicola opaca finemente stampata che raffigura volti, spazi e poesie di un Mediterraneo senza tempo, da Cartagine ad Algeri, da Paestum a Baalbek.



Tornando in centro città, tra le vibranti viuzze piene di locali e bistrot ci sono più di 40 esibizioni ufficiali (47 per essere precisi) sparse in 28 sedi e 100 mostre off, distribuite tra le gallerie e le fondazioni. Gli artisti coinvolti sono 400, un numero esorbitante per un così piccolo centro. Proprio una delle fondazioni, quella di Lee Ufan, merita una visita più di altre. La fondazione ha sede all’interno dell’Hôtel Vernon, uno splendido palazzo privato del XVII secolo sapientemente restaurato dal celebre architetto giapponese Tadao Ando, amico di Lee Ufan. Il design fonde l’architettura classica francese con il minimalismo del cemento armato a vista, creando un’atmosfera di profonda serenità. Al terzo piano ospita la mostra associata al circuito ufficiale del festival del regista sudcoreano, Park Chan -Wook, dal titolo “On a calm morning”.
La sezione Le Monde Vivant, esplora la Natura, i fiori e l’acqua. Meghann Riepenhoff con “Upwelling” affronta la complessa relazione tra gli ecosistemi e l’uomo, il tempo ed il sublime. Lara Tabet e Yasmine Chemali, “Vitrous body”, mostrano con l’occhio clinico che caratterizza la prima – in quanto medico biologa – il tema dei microelementi dell’acqua con particolari di veri e propri vetrini da laboratorio che diventano delle macro esplosioni di colore e forma.





La sezione Independence esplora le narrazioni post-coloniali africane e le strategie per superarle, includendo la mostra “Anyone Can Be Lucifer” di Thato Toeba che utilizza il collage per sovvertire l’impatto dell’Impero Britannico nel Sudafrica. Inoltre, “Photoromance” di Paul Kodjo, figura chiave della cultura visiva post-indipendenza e fondatore dell’agenzia MAMEDIS, rappresenta la prima grande personale in Francia dedicata all’artista ivoriano, pioniere nel fotoromanzo.





Particolarmente rilevanti le retrosopettive sui grandi fotoreporter internazionali. Come ogni anno, Arles omaggia i maestri della fotografia e quest’anno i curatori hanno scelto William Klein, Harry Gruyaert, Ming Smith e Martine Barrat. Nelle mostre associate un solo-show che è un omaggio alla realtà e alla storia dagli anni 60 ad oggi di Alain Keler, fotoreporter che ha raccontato le rivoluzioni e le proteste in tutto il mondo dai moti studenteschi di Parigi nel 1968 alla rivoluzione iraniana di Ruhollah Komehini, passando per la Cecenia, la Bolivia e molti altri posti che hanno segnato la Storia internazionale degli ultimi 60 anni. Arles è l’antidoto all’intelligenza artificiale – seppur se ne espliciti l’uso nella mostra omaggio “Monsieur Steichen” di Lisa Oppenheim – all’artifizio delle fake news, i fotografi in concorso ed in esibizione, sebbene avvezzi ovviamente a tecniche digitali, si sporcano le mani, lasciando una traccia indelebile tutta umana del Mondo che cambia. Ed ecco che allora il titolo della 57esima edizione, Worlds in View, curata da Christoph Wiesner e Aurélie de Lanlay, che dà un senso alla magia dell’attimo di vita altrui colto dai sapienti occhi dei fotografi in mostra.
photo credit: Claudia di Canossa


