Stefano Mancuso, neuroscienziato e docente, è tra i principali studiosi che hanno contribuito a ridefinire il modo in cui guardiamo al mondo delle piante. Attraverso la neurobiologia vegetale, disciplina di cui è tra i teorici più autorevoli, propone di considerare le piante non come elementi passivi del paesaggio terrestre, ma come organismi capaci di sviluppare forme complesse di adattamento, cooperazione e intelligenza distribuita nel corso di milioni di anni di evoluzione. Trasferire questo sguardo al mare significa compiere un ulteriore spostamento di prospettiva: immaginare gli ecosistemi marini non più soltanto come risorse da sfruttare o ambienti da preservare, ma come sistemi viventi autonomi, abitati da specie con equilibri e logiche proprie, con cui l’umanità dovrà imparare a convivere. Su queste riflessioni si innesta il lavoro di SUPERFLEX, collettivo danese fondato nel 1993 da Jakob Fenger, Rasmus Rosengren Nielsen e Bjørnstjerne Christiansen, che da anni esplora il rapporto tra arte, architettura e cambiamento climatico attraverso progetti capaci di mettere in discussione le modalità tradizionali dell’abitare. Con There Are Other Fish In The Sea, installazione site-specific realizzata nel cortile di Palazzo Strozzi in occasione del sessantesimo anniversario dell’alluvione di Firenze del 1966, il collettivo immagina uno scenario futuro segnato dall’innalzamento delle acque e dalla necessità di progettare spazi condivisi tra esseri umani e altre specie. Le grandi colonne rosa immerse nell’acqua, concepite come potenziali habitat marini, trasformano il cortile rinascimentale in una riflessione sull’architettura interspecie. La convivenza con la biodiversità acquatica smette così di apparire come una visione distante o utopica, per assumere i contorni di una possibilità concreta con cui iniziare a confrontarsi.
In che modo l’architettura interspecie si collega al lavoro che avete presentato nel cortile di Palazzo Strozzi a Firenze?
Siamo interessati alla frizione. Palazzo Strozzi è un edificio rinascimentale perfetto che, fin dall’inizio, è stato una residenza privata con un cortile aperto al pubblico: uno spazio a metà tra pubblico e privato. Estendendo la griglia delle colonne nel cortile abbiamo ampliato l’idea di spazio pubblico, includendo potenzialmente anche la vita marina in futuro. Il concetto dell’opera si basa sul fatto che, con l’innalzamento del livello del mare, vivremo sempre più a stretto contatto con forme di vita marine. Per questo immaginiamo un modo di costruire che possa accoglierle meglio: aumentando la superficie, creando strutture con molte fessure, cavità e passaggi, oppure utilizzando il colore rosa, che si è dimostrato attrarre le alghe coralline. Diventa così una questione esistenziale: come vogliamo vivere? Come se il pianeta fosse la nostra casa privata o lasciando spazio anche ad altre forme di vita?

L’architettura è una disciplina che nasce da un bisogno profondamente umano: costruire spazi progettati dagli esseri umani per gli esseri umani. Cosa significa riconoscere che, oltre a noi, ci sono “altri pesci nel mare”?
È importante riconoscere che condividiamo il pianeta con altre specie e che, se vogliamo sopravvivere, dobbiamo farlo insieme: dobbiamo coesistere. L’architettura sta iniziando a riconoscere che anche altre specie utilizzano gli edifici umani, ma nei nostri lavori cerchiamo di portare oltre questa idea di coesistenza e di costruire in modo da accogliere intenzionalmente altre specie, invitandole nelle nostre strutture.
Avete affrontato il tema dello sfruttamento delle risorse marine con Super Reef, un’iniziativa collettiva su larga scala avviata nel 2022, che coinvolge ricercatori, scienziati, pescatori, biologi marini e comunità locali. Quali sono stati i risultati di questo progetto?
Super Reef ha portato alla realizzazione di molte opere che esplorano l’idea di costruire tenendo conto della biodiversità. Alcune sono state installate in acqua come parte di esperimenti scientifici. Finora il progetto ha generato progetti, collaborazioni e una maggiore attenzione pubblica verso il mare, contribuendo – si spera – a sensibilizzare su ciò che sta accadendo alla biodiversità. Ma, naturalmente, le opere d’arte sono suggerimenti, non soluzioni in sé.

In che misura progetti come i vostri rientrano nei modelli della blue economy e quanto questo approccio rischia di trasformare la tutela degli ecosistemi marini in una nuova forma di valorizzazione economica delle risorse naturali?
Non siamo sicuri di quanto il nostro lavoro rientri davvero in quel quadro. Esiste sempre il rischio che i tentativi di proteggere le risorse naturali vengano assorbiti da interessi economici. Non è possibile evitarlo del tutto. Ma il nostro lavoro consiste in opere installate in contesti locali, non in grandi progetti infrastrutturali: quindi la “capitalizzazione”, per così dire, di ciò che facciamo è limitata proprio da questo.
Avete descritto il mare come un “inconscio globale”, immaginandolo come uno spazio che sfugge al controllo e in cui valgono regole diverse. È possibile immaginare soluzioni alla crisi che non siano antropocentriche?
Probabilmente no. Non credo sia possibile per gli esseri umani vedere il mondo da una prospettiva completamente non umana. Ma possiamo tenere conto di altri punti di vista e cercare di capire cosa le nostre decisioni significhino per le altre specie. Possiamo provare a essere vicini migliori e riconoscere che non siamo gli unici esseri su questo pianeta dotati di coscienza, bisogni e preferenze. L’arte impone inevitabilmente una propria logica. Possiamo lavorare sul mare e sulle altre specie, ma non possiamo entrare completamente nella loro dimensione. Un’opera non può davvero rispecchiare la logica o la forma del mare, né la coscienza di un pesce.



