“Saliency, La Memoria Cangiante”, la pittura che riflette su come plasmiamo i ricordi

Serena Scapagnini racconta Saliency, La Memoria Cangiante, l’installazione permanente creata per il Wu Tsai Institute di Yale: un viaggio tra neuroscienze, memoria e percezione per esplorare come il cervello selezioni, modifichi e ricrei continuamente i nostri ricordi

Saliency, La Memoria Cangiante è la nuova installazione permanente di Serena Scapagnini, inaugurata il 4 giugno e concepita per il Wu Tsai Institute della Yale University. L’opera dell’artista si nutre degli studi su percezione e neuroscienze, approfondendo come il nostro cervello rielabori le esperienze vissute, selezioni e modifichi continuamente i ricordi immagazzinati. Quale ruolo gioca la memoria nella nostra percezione del tempo e dello spazio e sull’identità? Le fluttuazioni costanti della memoria mutano l’immagine che abbiamo del mondo e di noi stessi, ciò che scegliamo di mettere a fuoco, di cullare nella mente come ricordo da coltivare incide sulla qualità della nostra esistenza. E se la madeleine assaggiata dal protagonista de À la recherche du temps perdu ha il potere di risvegliare i suoi ricordi infantili, non è un caso. Qualcosa è rimasto attaccato a quel sapore e la traccia di ciò che è stato riemerge come un’onda, si lancia sulla riva della coscienza per poi ritirarsi e riaffiorare con nuovi frammenti di salsedine e conchiglia.

In cosa è consistita la residenza interdisciplinare di un anno (2025–26) presso il Wu Tsai Institute, e come è nata?

Sono stata invitata a lavorare presso il Wu Tsai Institute a Yale, a seguito del mio progetto collaborativo nei laboratori dello Yale Quantum Institute (YQI), a sua volta derivato da oltre dodici anni di lavoro condiviso con il Prof. Michael Higley, neuroscienziato della Yale University. Al YQI il dialogo con i ricercatori di fisica quantistica ha dato forma al progetto Superposition, articolato in un intero ciclo di opere: disegni, incisioni, pittura e installazioni, che esplorano la sovrapposizione quantistica, la capacità di una particella di esistere in più stati contemporaneamente, come metafora dell’identità, della memoria e della percezione. La memoria quantica è stata, in quell’esperienza e tuttora, al centro della mia ricerca, con opere che si focalizzano soprattutto sugli spazi di confine, tra la memoria e la sua dissoluzione, nel contatto con l’ambiente esterno, nel mescolarsi con il resto dell’universo.

La mia ricerca sulla memoria è origine dell’invito del WTI, il più importante istituto a Yale che si occupa di neuroscienze e psicologia cognitiva.

Serena Scapagnini, Saliency, La Memoria Cangiante (Detail), 2026. Mixed media on paper, backlit installation. Overall dimensions: 300 x 100 cm. Ph: Ian Christmann

Come hai interagito con neuroscienziati e ricercatori cognitivi?

L’interazione si è articolata su tanti piani. Mi sono immersa nei laboratori in cui viene portata avanti una raffinatissima indagine che spazia tra la robotica e l’ingegneria cellulare, gli studi sulla percezione, sullo sviluppo cognitivo e neuronale; mi sono poi confrontata per diversi mesi con il team di ricercatori e neuroscienziati, in sinergia con il Direttore del WTI, il Prof. Nick Turk-Browne, per studiare la natura dei ricordi, la loro rievocazione e i fenomeni di salienza. Cosa ricordiamo? Quali sono i processi di selezione, che ruolo svolgono le emozioni e il corpo in questi meccanismi? Cosa si aggrappa alle pareti della nostra memoria e cosa scivola, riemerge, riaffiora e scompare? 

Così, dopo 12 anni di dialogo creativo con Higley Lab e il programma AiR al Quantum Institute, a cura di Florian Carle, è nato Saliency – La Memoria Cangiante, progetto che porta al culmine e abbraccia queste diverse tappe del percorso.  

Per Salienza si intende il processo cognitivo attraverso il quale alcuni dettagli emergono mentre altri si ritirano sullo sfondo percettivo. Cosa ti ha colpito di questo processo e cosa hai scoperto stando a contatto con i ricercatori?

Quando Pablo Picasso si trovò di fronte alle pitture rupestri paleolitiche di Altamira, osservò come decine di migliaia di anni prima che emergessero teorie scientifiche sulla percezione, i primi esseri umani avessero già sviluppato strategie sofisticate per rendere visibile la matrice intrinseca dell’immagine. I bisonti, modellati dalla curvatura della pietra, intensificati attraverso il pigmento minerale e posizionati in modo da guidare lo sguardo dello spettatore, dimostrano una comprensione intuitiva dell’attenzione visiva. Lo studio della tradizione fenomenologica ci insegna che l’occhio non è solo un ricettore di luce; è un creatore di mondi. I dipinti di Altamira rappresentano una delle prime articolazioni umane della salienza, la distintiva qualità percettiva che permette ad alcune forme di emergere in primo piano mentre altre recedono.

In questi mesi, nello specifico, al fianco dei ricercatori del WTI ho potuto studiare i fenomeni della salienza in relazione ai processi della mente, scoprendo di questa una natura non soltanto mutevole, ma anche capace di una rilevante plasticità biologica nei suoi meccanismi cellulari. Osservando la mutabilità della memoria, emerge come il recupero di un ricordo inesorabilmente lo modifichi. La mente seleziona alcuni dettagli e completa i collegamenti mancanti. L’immagine del ricordo si plasma come risultato di ciò che viene rivelato, ciò che viene nascosto e ciò che appare perduto. Così, le immagini sono sempre imperfette e potenzialmente mutabili, proprio come nell’opera Saliency.

Serena Scapagnini, Saliency, La Memoria Cangiante, 2026, mixed media on paper, backlit installation. 300 x 100 cm, installation view at the Wu Tsai Institute, Yale University. Ph: Ian Christmann

L’installazione presenta al centro un dipinto. L’onda blu incarna una riflessione su come il cervello selezioni, trasformi e ricostruisca l’esperienza nel corso del tempo. Vuoi spiegarci come hai messo in immagine e pigmento questo concetto?

Dalle conversazioni al WTI sono emerse alcune domande, tra cui: quale ruolo gioca la memoria sulla nostra percezione del tempo e dello spazio? Quale sull’identità? Sappiamo che nulla è statico e che la memoria cambia nel tempo. Nel rievocare un ricordo, l’osservatore, interferisce inesorabilmente con l’oggetto del proprio sguardo. Partecipa, e dunque influenza, “riscrivendo” passato, presente e futuro. Così, nella stratificazione del lavoro, partendo dalla realizzazione della carta e ideando opere con tecnica mista che uniscano l’olio all’inchiostro, il pigmento puro alle tracce sottili del carboncino, ho cercato di evocare le fluttuazioni costanti della memoria e il profilo imperfetto dei suoi racconti. Ho voluto rendere omaggio a quell’architettura cognitiva in cui attenzione, memoria, ambiente ed esperienza corporea convergono per strutturare la vita.

A cosa si ispira L’onda blu? Perché sei partita dallo studio del cervello?

L’onda blu è ispirata a una sezione coronale del cervello e alle pieghe dell’ippocampo, disegnata grazie al contributo di Imaging e al dialogo interdisciplinare con gli scienziati dell’Istituto. Al suo interno, nelle parole di Mario Codognato sul mio lavoro, «precipitano minute immagini disegnate ad inchiostro, di getto, affini alla grana stessa della materia, che in un certo senso le partorisce. Un atto di scambio tra il visibile e la sua matrice, tra il pensiero e la vita, che dal pensiero è originata. Le trasparenze utilizzate sono lo spazio dove le immagini si assopiscono e la percezione si dispiega al silenzio. Il protendersi del pensiero verso un istante di trascendenza». (Cat. artem).

L’onda e le pieghe dell’ippocampo, nel gioco visivo condiviso con i ricercatori sulla sede della memoria a lungo termine, mi hanno permesso di selezionare in quali aree lasciar sopraggiungere il flusso delle immagini, e i miei disegni ad inchiostro. In questo lavoro, inoltre, ho sperimentato delle tecniche di rimozione parziale delle immagini utilizzando sottili lime e carta vetrata affinché delle forme rimanga la trama e il segno. Nel tessuto visivo della macro struttura cerebrale, desideravo creare un ponte in cui percezione e materia si intreccino e le immagini transitino veloci, senza essere mai del tutto catturate.

Raccontaci delle opere che hai realizzato in passato per esprimere a livello visivo la memoria, le sinapsi e le strutture mutevoli del pensiero?

Le opere sono molteplici e ricadono nell’ambito di diversi progetti. Il progetto Fugacity trae ispirazione da dieci storie, concentrandosi su dieci persone provenienti da altrettanti paesi del mondo, esplorando gli effetti dell’Alzheimer, Lewi Body – accumuli anomali nei neuroni cerebrali – e demenza: riflette sull’essenza e sul processo del ricordo, sulla sua sostanza nella natura stratificata della mente. La fugacità definisce sia un principio scientifico – la tendenza della materia a fuggire, a disperdersi attraverso stati diversi – che la condizione più intima della coscienza umana. Questo progetto è maturato con il supporto scientifico della Yale School of Medicine e del Tufts Hospital di Boston. Le mie opere nascono dall’incontro: i processi dissipativi della memoria si mescolano con le storie familiari, le migrazioni, i ricordi. Ho collocato il fiume della memoria in una dimensione fluida; l’anima, con i piedi sul mondo, attraversa e sperimenta le sue diverse densità di pigmento, tracce e luce, oltrepassandole verso lo spazio bianco. Analogamente nel ciclo di opere Synapses, i neuroni si affacciano sulle grandi superfici bianche, in un lavoro stratificato tra pittura e disegno su una preparazione a soluzione acida. I modelli utilizzati per i neuroni, materiale inedito del laboratorio Higley Lab. della Yale University, sono realizzati sui tessuti cerebrali viventi e, in seguito, rielaborati cromaticamente, riportandone il ritmo visivo sulla carta. Citando ancora Mario Codognato, quel ciclo di opere è «come fosse una tautologia dell’aspetto creativo dell’artista; riproduce direttamente quello che è il processo creativo attraverso un processo creativo». (Lo Spazio Oltre; ArteCinema, 2024). 

Serena Scapagnini at work on site installing Saliency, La Memoria Cangiante at the Wu Tsai Institute, Yale University, 2026.
Mixed media, backlit installation. Ph: Ian Christmann

Il tuo corpus di opere, in continua espansione, vuole gettare un ponte tra i campi dell’arte, della fisica e delle neuroscienze. In che modo?

La realtà non è misurabile. Questo è un primo meraviglioso paradosso che si presenta tanto a livello quantistico che neuroscientifico ed è condiviso dal lessico dell’arte. L’interferenza dell’osservatore sull’oggetto è espressa, nella teoria quantistica, dal concetto di collasso della funzione d’onda: l’atto di misurare conferisce una posizione alle particelle che non hanno una posizione unica. In maniera affine, il nostro sguardo, la nostra percezione e la nostra attenzione interferiscono con l’oggetto osservato anche nella nostra memoria. L’osservatore ne cambia lo stato, creando un punto d’incontro dove percezione e materia si intrecciano. Unendo l’arte a concetti tratti dalle neuroscienze e dal pensiero quantistico, il mio lavoro si affaccia a quell’orlo che precede il precipizio della misura, sviluppando ambienti immersivi, in un processo attraverso il quale l’osservatore ed il mondo emergono simultaneamente.

Di continuo, per il fenomeno della pareidolia – dal greco εἴδωλον èidōlon, “immagine”, con il prefisso παρά parà, “vicino”- individuiamo volti nelle nuvole, nasi e bocche negli oggetti inanimati, profili umani nei conglomerati minerali delle rocce, figure animali nelle macchie di caffè sul fondo di una tazzina. In quale maniera hai voluto sfruttare questo fenomeno nella tua opera?

Come accennato, la materia dell’opera è fatta di diverse densità stratificate: dai colori a olio allo spazio bianco della carta fatta a mano, passando per i bordi rarefatti dei disegni a carboncino e china. Qui, figurazioni sfuggenti sembrano emergere dalla superficie stessa dell’opera, una pareidolia che crea un ponte tra il pensiero e il mondo. Attraverso un processo intimo di osservazione ravvicinata, gli spettatori replicano attivamente i processi di salienza e di recupero mnemonico. Nella mia opera più recente, la salienza – qualità percettiva che permette a certe forme di emergere, a discapito di altre – attiva un meccanismo che interroga il nostro ricordare e dimenticare, le nostre realtà centrali e periferiche. Il progetto affida al linguaggio della pittura le intuizioni neuroscientifiche sulla percezione, che sono alla base dell’opera: la percezione non come ricezione passiva, ma come atto di creazione del mondo. 

Serena Scapagnini at work on site installing Saliency, La Memoria Cangiante at the Wu Tsai Institute, Yale University, 2026. Mixed media, backlit installation. Ph: Ian Christmann

L’autore del testo critico, Joy Roy Choudhury, scrive “il cervello diventa paesaggio; il pensiero diventa tempo atmosferico”. Inoltre, scrive che l’onda blu dell’opera funziona come la sintassi di James Joyce, “fluida, ricorsiva, resistente alla chiusura”. Ti ritrovi in questa espressione?

Mi ritrovo nella lettura di Joy Roy Choudhury e lo ringrazio per il paragone altissimo con Joyce. I miei lavori si articolano in una successione fluida di piani e frequenze, che evocano zone di passaggio, soglie, tensioni. Ciò che mi attrae è lo sconfinamento, il sospetto di una frequenza successiva. Nei miei disegni, come nella pittura e nelle installazioni, il rapporto con l’immagine mantiene sempre qualcosa di lacunoso, mutevole e aperto. Un mosaico, in cui memoria personale e collettiva inesorabilmente si intrecciano.

Saliency, La Memoria Cangiante è solo una tappa all’interno di un percorso più ampio che comprenderà una serie di mostre ed eventi a New York…quali saranno i passi successivi?

Il lavoro verrà presentato al Palazzo di Vetro dell’ONU a New York in una mostra che estende queste riflessioni sulla mutabilità della memoria tra arte, fisica quantistica e neuroscienze. Si terrà in parallelo una mostra dedicata all’Istituto Italiano di Cultura di New York e, in seguito, un progetto per Magazzino Italian Art. Prosegue inoltre la collaborazione con lo Yale Quantum Institute, la School of Medicine e il Wu Tsai Institute di Yale, mentre in Europa sto lavorando a un ciclo di mostre in Svizzera con la Swiss Quantum Mission; il percorso include una residenza in primavera presso la Boghossian Foundation in Belgio, un progetto espositivo articolato su diverse sedi a Londra e la presentazione del lavoro in Italia, al mio rientro.

Qual è la tua storia e i tuoi studi, quando hai mosso i primi passi artistici e come sei finita a New York da Roma? Come sei passata dalla magistrale in Storia dell’arte medievale, iconografia e iconologia presso l’Università di Siena al master in Pittura e tecniche miste presso la School of Visual Arts di New York?

La mia formazione si è svolta tra Roma e Siena, con una prima tesi in Estetica e Teoria dell’Arte e una successiva in Storia dell’Arte Medievale. L’esaltazione dei piani, che nelle opere d’arte tardo-antica si articola entro la ripartizione strutturale dell’opera, evoca diversi livelli dell’universo e il procedere dello Spirito da un piano all’altro. Molto di questi studi, in particolare di quelli in Semiotica e Storia delle Religioni, Estetica, Iconografia e Teoria dell’arte, convergono e riaffiorano nel mio lavoro e, in generale, nell’arte contemporanea. Dell’Epoca Tardo-antica apprezzo soprattutto il sincretismo culturale che ritroviamo nel nostro tempo, secondo Mircea Eliade, nelle reti sotterranee delle metropolitane, ruggenti dei loro simboli. 

I miei primi passi nel mondo dell’arte li ho mossi tra Roma e Parigi, successivamente a New York, tra la School of Visual Arts e le prime mostre in America nel 2007. Questo ponte con gli Stati Uniti è tuttora aperto, come quello con l’Asia, dove ho lavorato a lungo, come anche in Europa. Tuttavia, ritorno spesso alle mie radici, dedicandomi alla creazione artistica nel mio studio romano di San Lorenzo

Artist Serena Scapagnini at Yale University, 2026. Ph: Ian Christmann