A partire dal 15 luglio 2026, la Tate Modern dedica ad Ana Mendieta (1948-1985) un’ampia mostra monografica, la prima retrospettiva di rilievo a Londra sull’artista dopo oltre dieci anni che riporta la sua opera al centro del dibattito contemporaneo su femminismo, esilio ed ecologia. Presentata nell’estate 2026, la mostra riunisce nuclei importanti del suo lavoro; film restaurati, fotografie, dipinti giovanili e sculture tarde, molti dei quali mai mostrati prima nel Regno Unito.

Dalle prime opere fino agli ultimi lavori
La Tate sceglie di prolungare il percorso espositivo oltre le sale del museo, per sottolineare il legame profondo tra Mendieta e il mondo naturale: alcune opere dialogano con gli spazi esterni dell’edificio e con la topografia della riva sud del Tamigi, in un’eco contemporanea delle sue performance all’aperto. Questa apertura “fuori le mura” mette in evidenza quanto siano ancora attuali le preoccupazioni ecologiche dell’artista, per la quale corpo umano e terra costituivano un unico organismo, fragile e vulnerabile.
Il racconto espositivo non si limita alle performance degli anni Settanta: risale fino ai dipinti giovanili realizzati durante gli studi all’Università dell’Iowa e arriva alle sculture più tarde, in cui Mendieta modella forme dal sapore archeologico in terra o in legno. Questa impostazione cronologica permette di cogliere la coerenza di un vocabolario visivo costruito attorno all’idea di impronta, traccia e memoria, dalla pittura fino alle installazioni. Il museo mette inoltre in luce la dimensione transnazionale della sua ricerca, in dialogo con gli studi dell’Hyundai Tate Research Centre: Transnational, che indagano le circolazioni artistiche tra Cuba, Stati Uniti ed Europa.

Realizzata con il sostegno del comitato di mecenati dedicato alla mostra e di diverse fondazioni legate alla Tate, questa retrospettiva consolida definitivamente il posto di Ana Mendieta nel canone internazionale dell’arte del XX secolo. Prima presentazione di rilievo della sua opera nel Regno Unito da oltre un decennio, offre al pubblico londinese l’occasione di (ri)scoprire un lavoro rimasto a lungo ai margini della storia dell’arte, oggi invece considerato imprescindibile per riflettere sul corpo, sul genere e sul senso di appartenenza a un territorio.
Ana Mendieta, una pioniera della performance femminista
Nata all’Avana nel 1948 ed esule negli Stati Uniti dopo la rivoluzione cubana, Ana Mendieta sviluppa negli anni Settanta e Ottanta un linguaggio radicale che intreccia performance, fotografia e film. Il suo lavoro affronta la violenza sui corpi femminili, lo sradicamento e la ricerca di identità, attraverso azioni spesso compiute in solitudine e affidate poi all’immagine. Alla Tate, queste opere ricollocano Mendieta tra le grandi figure dell’arte femminista della seconda metà del Novecento, accanto a nomi come Marina Abramović (1946) e Carolee Schneemann (1939-2019).
Filo conduttore del percorso è la celebre serie delle Siluetas: sagome di corpi femminili impresse nel paesaggio con terra, fuoco, acqua o fiori. Realizzate soprattutto in Messico e in Iowa, queste azioni effimere sopravvivono oggi solo attraverso fotografie e filmati; molti dei quali restaurati appositamente per l’occasione. Giocando sul rapporto tra presenza e assenza, Mendieta trasforma il paesaggio in un doppio del proprio corpo, metafora di un’identità spezzata dall’esilio.

Ana Mendieta muore l’8 settembre 1985 a New York, a soli 36 anni, precipitando dal 34° piano dell’appartamento che condivideva con lo scultore Carl Andre (1935-2024), a Greenwich Village. Le circostanze esatte della sua morte restano tuttora controverse: incidente, suicidio o omicidio sono tutte ipotesi che non hanno mai trovato una conferma definitiva. Carl Andre, accusato di omicidio, venne infine assolto al termine di un processo seguito con grande attenzione mediatica; un esito che ha alimentato per decenni un acceso dibattito, dentro e fuori il mondo dell’arte. Questa scomparsa improvvisa ha per lungo tempo offuscato la ricezione critica della sua opera, spesso ridotta al tragico episodio di cronaca. Solo negli ultimi anni musei e storici dell’arte hanno iniziato a restituire alla sua pratica un contesto più ampio, valorizzando il contributo fondamentale di Mendieta all’arte femminista e a quella corrente che va sotto il nome di “earth-body art”.


