La lavorazione delle vetrate contemporanee ideate dall’artista Claire Tabouret per sei cappelle del lato sud della navata della cattedrale di Notre-Dame di Parigi è iniziata nell’autunno del 2025 presso l’Atelier Simon-Marq, a Reims. Mentre il restauro di Notre-Dame prosegue, entro la fine del 2026 la creazione contemporanea farà il suo ingresso ufficiale in cattedrale, grazie alla commissione delle sei nuove vetrate dedicate alla Pentecoste. All’interno dell’Atelier Simon-Marq, fondato a Reims nel 1640, una dozzina di maestri vetrai traduce con estrema meticolosità la visione pittorica di Claire Tabouret: un lavoro su misura che unisce il rigore della tecnica tradizionale del vetro placcato a procedimenti più contemporanei, con l’obiettivo di esaltare la luce della navata. Un viaggio al cuore di un cantiere del tutto inedito.

Dai bozzetti al Grand Palais: un progetto che prende forma
È passato circa un anno da quando Claire Tabouret è stata scelta per realizzare le vetrate di sei cappelle sul lato sud della cattedrale. Questo inverno, l’artista ha presentato per la prima volta al Grand Palais, nella mostra D’un seul souffle (visitabile fino al 15 marzo 2026), i dipinti preparatori che serviranno da modello ai maestri vetrai dell’Atelier Simon-Marq: bozzetti a grandezza naturale che permettono al pubblico di scoprire in anteprima l’aspetto delle future vetrate. In un ritratto filmato realizzato in occasione della mostra, l’artista è tornata sulla propria pratica pittorica figurativa, sui temi del ritratto e dell’identità che attraversano il suo lavoro, e sulla genesi del progetto per Notre-Dame, raccontato come un processo creativo concepito quasi come un’esperienza in movimento.
Interrogata sul tema che unisce le sei vetrate, la Pentecoste, Claire Tabouret ha raccontato di essere stata colpita dalla bellezza di un episodio che rappresenta un momento di armonia, pace e rispetto nella diversità. Osservando le rappresentazioni della Pentecoste nei secoli, l’artista nota come ciascuna di esse rifletta tanto l’evento biblico quanto l’epoca in cui è stata realizzata e ritiene che valga lo stesso per la propria versione, profondamente radicata nel presente. Quanto ai vincoli imposti da un intervento su un monumento di tale portata, il bando di concorso richiedeva esplicitamente di rispettare l’armonia e la luce bianca caratteristiche di Notre-Dame: un’indicazione che si è tradotta, in pratica, nell’uso di proporzioni equilibrate tra i colori, evitando che una tinta dominante, un blu o un rosso troppo esteso, ad esempio, potesse spezzare quell’equilibrio. Un vincolo che l’artista descrive come una vera e propria disciplina compositiva, quasi una danza: un continuo passaggio da un colore all’altro, scandito da un ritmo interno.

Tra salvezza e sacrificio: il dissenso degli esperti
Non tutti, però, guardano al progetto con lo stesso entusiasmo. I vetri ottocenteschi di Eugène Viollet-le-Duc, salvati dalle fiamme dell’incendio, non sopravviveranno invece allo spirito del tempo: presto lasceranno il posto alle creazioni contemporanee di Claire Tabouret. Nel piccolo mondo del patrimonio culturale, la polemica non si placa. «Perché snaturare ciò che già esiste?» si chiede con rammarico Christine Sourgins, storica dell’arte e autrice di un saggio sui Bienfaits de la beauté (Boleine). La specialista denuncia un’incomprensione profonda della natura stessa delle vetrate originali: «Le verrière sacrificate sono considerate semplicemente decorative». In realtà la loro geometria colorata e non figurativa serve a gerarchizzare gli spazi e a unificare la luce all’interno dell’edificio.»
I bozzetti delle sei nuove vetrate, già presentati al Grand Palais, rompono effettivamente con il gesto architettonico originario, introducendo quattro vetrate figurative e due paesaggi — proprio i modelli su cui, come raccontato dall’artista, i maestri vetrai di Reims stanno ora lavorando. Il problema, secondo Christine Sourgins, non riguarda tanto la qualità estetica delle opere, quanto una questione più profonda: «Come si può fondare la bellezza su un disastro patrimoniale?» La bellezza, per quanto soggettiva, resta sempre legata a un contesto, spiega la storica: «Si può trovare la pioggia brutta a Londra e meravigliosa nel pieno del Sahara. Le vetrate di Claire Tabouret vanno in netta controtendenza rispetto a questo principio, e finiscono per tradire il contesto in cui si inseriscono. È il gesto tipico dei moderni: iconoclasta.»


