Al Museo Serralves di Porto, una grande retrospettiva ripercorre l’universo creativo di Frank Gehry, tra i protagonisti più influenti dell’architettura contemporanea. Attraverso modelli, schizzi, fotografie e video, la mostra esplora non solo le sue opere più celebri, ma il processo creativo che le ha generate — un approccio libero, sperimentale, profondamente umano. Più che celebrare gli edifici iconici, l’esposizione invita a entrare nel laboratorio delle idee di un architetto che ha ridefinito il rapporto tra immaginazione, materia e spazio.

Un secolo di sperimentazione
Il titolo della mostra “Il Secolo di Gehry” suggerisce fin da subito l’ambizione del progetto: raccontare il percorso umano e professionale di un architetto che ha attraversato quasi un secolo di storia. Scomparso il 5 dicembre 2025 all’età di 96 anni, Gehry viene celebrato a Porto con la prima grande esposizione organizzata dopo la sua morte — una mostra che lui stesso seguì personalmente fino a quando le condizioni glielo permisero. L’intento, fin dall’inizio, era trasmettere al grande pubblico l’energia creativa, l’audacia, lo spirito innovatore di una carriera durata oltre sette decenni: non una successione di edifici celebri, ma la dimostrazione di come l’architettura incida sulla vita quotidiana e definisca la qualità degli spazi che abitiamo.
L’idea è maturata negli anni grazie alla collaborazione tra la Fondazione Serralves e lo stesso Gehry. L’istituzione, ospitata in un complesso che comprende anche un edificio di Álvaro Siza, ha potuto contare sul contributo diretto dell’architetto nella definizione del progetto — un dialogo reso possibile proprio da Siza, amico di lunga data di Gehry (i due avevano già collaborato al piano regolatore dell’ArtCenter College of Design di Pasadena), che lo mise in contatto con António Choupina, direttore del museo.

Carta, forbici, colla: l’architettura come gesto manuale
Uno degli aspetti più sorprendenti della mostra è la presenza di modelli a grande scala — molti in scala 1:50, alcuni fino a 1:20 — che danno al visitatore la sensazione di poter entrare fisicamente nei progetti. Il percorso restituisce così il ruolo centrale che i modelli fisici hanno avuto nello studio di Gehry, trasformato nel tempo da atelier tradizionale a vero laboratorio sperimentale: fogli sottili piegati e deformati, forbici e colla come strumenti quotidiani, edifici che nascono sfidando il confine tra scultura e architettura.
Il percorso si chiude con una grande fotografia nascosta dietro una parete, che rivela lo studio dell’architetto come un vasto capannone popolato da modelli in continua evoluzione — segno di un lavoro incessante. I modelli di Gehry, come le sue architetture, hanno saputo parlare anche a un pubblico non specialista, assumendo il carattere di una forma di “arte popolare” nel senso più autentico — un aspetto che lo stesso architetto apprezzava profondamente. Gehry fu anche un pioniere nell’uso di software avanzati di progettazione tridimensionale per gestire forme complesse, scelta che all’epoca suscitò resistenze non troppo diverse da quelle che oggi accompagnano l’intelligenza artificiale.
La mostra, curata da Choupina insieme a Gehry Partners e in collaborazione con il Getty Museum, dimostra come anche nell’era del computer la sua architettura restasse profondamente manuale: modelli fisici, prove successive, correzioni continue. Il percorso espositivo non presenta solo modelli finiti, ma versioni intermedie, grezze, imperfette — la prova che ogni progetto nasce da tentativi, ripensamenti, errori.

Da Bilbao a Parigi: l’effetto di un edificio
Tra le opere in mostra, un ruolo centrale spetta al Guggenheim Museum di Bilbao, inaugurato nel 1997: l’edificio che segnò una svolta nella carriera di Gehry e nell’architettura contemporanea, al punto da dare origine all’espressione “effetto Bilbao” — la capacità di un singolo edificio di innescare trasformazioni urbane e culturali in un’intera città. Ma è una traiettoria che si può seguire anche a ritroso, fino alla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, finanziata in gran parte dalla famiglia Disney e inaugurata nel 2003: un auditorium da 2.265 posti, sede della Los Angeles Philharmonic Orchestra, le cui potenti ondate di metallo prefigurano — con due anni di anticipo nei progetti — proprio il linguaggio del Guggenheim. E in avanti, fino alla Fondation Louis Vuitton di Parigi, inaugurata nell’ottobre 2014 su iniziativa di Bernard Arnault: una nuvola trasparente progettata ai margini del Jardin d’Acclimatation, nel Bois de Boulogne. Per realizzarla, Gehry dovette inventare un vetro curvato al millimetro per i 3.600 pannelli delle dodici vele dell’edificio, e ricorrere a 19.000 pannelli in cemento fibrorinforzato — un processo di progettazione senza precedenti, in cui ogni fase ha spinto i limiti della tecnica per dare leggerezza a una struttura che, di leggerezza, non avrebbe dovuto avere nulla
Una vita raccontata senza filtri
Frank Gehry non è stato solo un architetto di successo, insignito del Premio Pritzker nel 1989, ma anche una figura che ha attraversato difficoltà personali e professionali significative — discriminazioni per nazionalità e religione, l’emigrazione, gli inizi come camionista, le critiche ricevute agli esordi. Episodi raccontati anche nel documentario Sketches of Frank Gehry, spesso citato per chi voglia approfondire il suo percorso umano oltre quello creativo.
Il messaggio che emerge dal percorso espositivo è chiaro: anche le figure più influenti hanno dovuto affrontare ostacoli. Gehry stesso ha più volte sottolineato come le sfide siano parte integrante del processo creativo — soprattutto quando si tenta di introdurre un linguaggio nuovo.


