La storia del “Cute” in mostra al Louvre-Lens

Dal fenomeno giapponese del kawaii alle opere soffici ma perturbanti di Kelley, la mostra esplora la presente centralità dell'estetica del "carino" nella cultura contemporanea

Quando nel 2014 è stato chiesto a Tim Berners-Lee cosa lo avesse colpito di più nell’evoluzione di internet, l’inventore del World Wibe Web ha risposto senza esitazione con: “Il successo dei video di gatti”. Una risposta semplice, quasi banale in confronto alle molteplici innovazioni e rivoluzioni tecnologiche, ma che rivela un indizio potente su ciò che cattura davvero l’attenzione umana: le cose carine, tutto ciò che fa sorridere senza richiedere sforzi. È da questa idea che prende forma la mostra So Cute! The Art of Happiness, un percorso nell’estetica dell’adorabile che, attraverso più di 300 opere selezionate – sculture, fotografie, oggetti quotidiani, video e dipinti – i secoli della storia dell’arte e cultura visiva, prova a dare una riposta alla domanda tanto elementare quanto incisiva: Perché non riusciamo a resistere a tutto ciò che consideriamo “carino”?

La mostra, ospitata nelle sale del Louvre-Lens e curata da Annabelle Ténèze, direttrice del museo, e Émilie Girard, direttrice del Museo di Strasburgo e presidente di ICOM Francia, non si limita a presentare una genealogia del “cute”, ma esplora ogni sua declinazione, dedicando la sua attenzione non tanto alla storia dell’arte, ma alla storia della tenerezza, da tempo oggetto di studi culturali, artistici e psicologici. Gli animali, ad esempio, emergono come presenze simboliche e affettive che attraversano millenni di rappresentazioni, dai gatti dell’antico Egitto fino alle opere contemporanee. Accanto a loro, l’immaginario dell’infanzia e delle figure infantili – putti, neonati, creature minute e rotondeggianti – diventa un filo rosso che attraversa la storia dell’arte occidentale, evocando innocenza e protezione.

Jouet en forme de hérisson, 1500-1100 A. C.

Al contempo la mostra si apre alle culture contemporanee, soffermandosi in particolare sulfenomeno del “Kawaii”, che ha contribuito a ridefinire il linguaggio e l’identità visiva del Giappone. In Corea, invece, la dolcezza – detta “Aegyo” – assume anche una dimensione relazionale, legata a gesti e comportamenti utilizzati per conquistare simpatia. Questo sguardo globale evidenzia come ciò che risulta apparentemente giocoso, sia in realtà profondamente radicato nelle strutture sociali contemporanee. Attraverso opere che spaziano da Géricault e Renoir fino a Jeff Koons, Philippe Katerine, Cindy Sherman e Mike Kelley, il percorso mette in dialogo epoche e linguaggi eterogenei, rivelando come molti artisti contemporanei operino sull’ambiguità dell’immagine. Il sentimento di vulnerabilità suscitato nel pubblico viene così strumentalizzato per mostrare l’instabilità del presente. La “Cuteness” nell’arte non è mai un sentimento ingenuo, ma un territorio complesso e ibrido, attraversato da tensioni sottili e contraddittorie.

Eviscerated Corpse, Mike Kelley, 1989

È in questa ambivalenza che la mostra sviluppa uno dei nuclei più interessanti. Dietro l’apparenza rassicurante delle forme morbide e dei colori pastello, si nasconde talvolta una riflessione critica: la cultura della dolcezza può diventare consumo, strategia visiva, persino propaganda. In questo equilibrio tra attrazione e consapevolezza, So Cute! The Art of Happiness costruisce un percorso che non si limita a mostrare opere, ma invita a osservare il modo in cui reagiamo a esse. La tenerezza, suggerisce la mostra, non è solo un sentimento immediato: è una chiave di lettura del mondo, capace di renderlo più comprensibile, ma anche più complesso