A Sónar+D l’arte si interroga sul futuro della memoria umana

Tra Buddha pixelati, tastiere ingiallite e un'intelligenza artificiale ispirata a Rosalía, Sónar+D usa l’arte per esplorare il rapporto tra memoria e tecnologia

La Llotja de Mar, edificio Quattrocentesco situato nel distretto di Ciutat Valla di Barcellona, custodisce il passato della città. Le sue sale monumentali, le scalinate di pietra e i cortili porticati raccontano dell’epoca in cui Barcellona era uno degli snodi commerciali più grandi d’Europa. Mentre il festival principale continua ad attirare migliaia di persone tra concerti, dj set e spettacoli audiovisivi, nelle stanze della Llotja si anima la sua controparte più sperimentale: Sónar+D, un luogo in cui artisti, designer, ricercatori e creativi si incontrano per esplorare le trasformazioni della tecnologia e le loro conseguenze culturali, immaginando nuovi modi di abitare un presente sempre più attraversato dal digitale.

Il fil rouge che attraversa le opere esposte quest’anno è proprio il rapporto tra tecnologia e memoria: come viene conservata, trasformata e talvolta riscritta dagli strumenti digitali che popolano la nostra quotidianità. Linaje Recursivo di Sara Gallego-Alarcón affronta questo tema in modo diretto, partendo da un’ipotesi inquietante: in un ecosistema digitale sempre più invaso da immagini generate artificialmente, quelle scattate dagli esseri umani potrebbero diventare dei reperti del passato. L’artista prende immagini di amici e familiari e le sottopone a migliaia di processi di compressione e degradazione digitale, fino a trasformarle in frammenti quasi irriconoscibili. Arrivati a questo stadio di confusione e irriconoscibilità, l’artista affida all’AI il compito di ricostruire ciò che è andato perduto. Il risultato assomiglia a un esercizio di archeologia del futuro, dove gli algoritmi cercano di interpretare le ultime tracce lasciate dall’umanità.

Lo stesso tema della conservazione delle tracce digitali emerge in Banner Depot 2000, uno dei progetti più nostalgici dell’esposizione. Tra monitor CRT, tastiere ingiallite e vecchi repertori del web, l’installazione recupera pagine personali, banner pubblicitari e frammenti di internet degli anni Novanta attraverso gli archivi della Wayback Machine. L’opera riflette così sulla velocità con cui la rete abbia completamente cambiato volto nel giro di pochi decenni: il web aperto, caotico e sperimentale immaginato dai suoi pionieri, oggi è un ricordo distante, tanto quanto le tecnologie analogiche che lo accompagnavano.

Banner Depot 2000

Molte opere si interrogano anche sul bisogno umano di attribuire significato al mondo, una necessità che sembra sopravvivere a ogni rivoluzione tecnologica. In Witness Node, Marta Minguell Colomé rilegge la tradizione divinatoria dell’Ifa – diffusa soprattutto in Ghana e Nigeria – che utilizza combinazioni di segni per formulare letture e predizioni. Il visitatore si trova di fronte a una macchina che genera sequenze simboliche da interpretare come messaggi personali, in un dispositivo che mette in corto circuito ritualità antiche e logiche computazionali contemporanee.

Una riflessione affine emerge anche in Divine Device di Lola Liñán Fernández, forse una delle installazioni più provocatorie del percorso. L’opera assume la forma di un confessionale ma, dall’altra parte, ad ascoltare ed espiare le fragilità dei visitatori non è un sacerdote, ma una versione digitale di Rosalía, popstar spagnola. L’esperienza non punta a offrire consigli o assoluzioni, ma a interrogare un fenomeno sempre più diffuso: la tendenza a confidarsi con le intelligenze artificiali. Se per secoli gli esseri umani hanno cercato conforto nella religione o nelle relazioni personali, oggi sempre più persone affidano dubbi, paure e fragilità a sistemi che promettono ascolto continuo e assenza di giudizio.

Divine Device, Lola Liñán Fernández

Accanto alle opere che riflettono sui comportamenti sociali, altre esplorano il potenziale creativo delle macchine. È il caso di From0, realizzata dal collettivo Superbe. Qui la voce dei visitatori viene scomposta e trasformata in una composizione fatta di ritmo, armonia e movimento grazie a una serie di pendoli meccanici. Le parole perdono il loro significato originario, ma si trasformano in qualcosa di nuovo. L’installazione suggerisce una prospettiva diversa sul rapporto tra esseri umani e algoritmi: non quella della sostituzione, ma della traduzione.

From0, collettivo Superbe

A sintetizzare molte delle tensioni presenti in questa edizione è Bardo dell’artista sudcoreana Jihyo Eom. Tra Buddha digitali, meme, linguaggi dei social network e flussi visivi infiniti, l’opera mette in scena una condizione che ormai caratterizza gran parte della nostra esperienza quotidiana: vivere contemporaneamente nel mondo fisico e in quello virtuale. Il titolo richiama il concetto buddhista di uno stato intermedio, una soglia tra due condizioni dell’esistenza. Una definizione che sembra adattarsi perfettamente al presente.

Camminando tra le sale della Llotja, si ha infatti l’impressione che molte delle opere esposte non stiano cercando di immaginare il futuro. Piuttosto, provano a dare forma alle ambiguità del presente. In un momento storico in cui l’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una corsa all’innovazione o una sfida economica, Sónar+D sceglie una strada diversa: usa l’arte per porre domande. Su ciò che ricordiamo, su ciò che dimentichiamo e su come stia cambiando il nostro rapporto – sempre più intimo – con le macchine.

Bardo, Jihyo Eom