Un progetto fotografico realizzato a Milano tra il 2012 e il 2015 è tornato recentemente al centro del dibattito pubblico dopo essere riemerso online e aver generato una forte ondata di critiche. Si tratta di una serie di migliaia di immagini scattate nello spazio urbano, attribuite a Ray Banhoff, in cui persone, e in particolare donne, vengono fotografate senza consapevolezza durante la loro vita quotidiana in strada e sui mezzi pubblici. Il materiale, raccolto in forma di libro autoprodotto, è oggi oggetto di contestazione e di possibili verifiche legali per violazione della privacy e diffusione non consensuale.

Al di là della dimensione giuridica, ciò che rende il caso culturalmente rilevante è la struttura dello sguardo che lo produce. Non si tratta semplicemente di street photography nel senso tradizionale del termine, ma di una pratica di estrazione e accumulo del corpo nello spazio pubblico, in cui l’immagine non nasce da un incontro né da una relazione, ma da una cattura sistematica e ripetuta. Le persone ritratte non risultano consapevoli : l’atto fotografico si fonda proprio su questo aspetto, che diventa elemento strutturale del dispositivo visivo.
Il soggetto fotografato viene così ridotto a frammento, isolato dal contesto e ricondotto a una serie di segni corporei selezionati e reiterati fino a costruire un archivio seriale. In questa dinamica la città non è più uno spazio di reciprocità dello sguardo, ma un campo di prelievo. In un momento storico in cui i fatti di cronaca riportano con frequenza crescente episodi di violenza, oggettificazione e controllo del corpo femminile, questa modalità di produzione dell’immagine non può essere letta come neutra. Il corpo della donna diventa qui il punto più esposto dello sguardo: quello su cui si concentra, insiste e si accumula la rappresentazione, contribuendo a normalizzare una asimmetria percettiva in cui la visibilità coincide con esposizione e vulnerabilità.
Nel dibattito sono intervenuti anche soggetti esterni al sistema dell’arte, tra cui l’avvocata e attivista Cathy La Torre, che ha annunciato l’intenzione di presentare un esposto per verificare eventuali violazioni legate alla tutela dell’immagine e al consenso. Parallelamente, profili e community online hanno contribuito a rilanciare il caso, chiedendo una lettura critica del fenomeno e sottolineando la dimensione sistemica di pratiche analoghe nella circolazione contemporanea delle immagini.


Il nodo, tuttavia, non è soltanto normativo. È etico. E riguarda il rapporto tra possibilità tecnica dello sguardo e responsabilità verso ciò che viene reso visibile. Ne La Camera chiara, Roland Barthes ricordava come l’atto del fotografare non sia mai neutrale: implica sempre una scelta, una distanza, una forma di appropriazione del mondo.
Un elemento che rende la vicenda ancora più controversa riguarda la sua ricezione iniziale. Al momento della prima diffusione, il progetto era stato infatti accolto e raccontato da alcune testate e piattaforme del settore culturale e fotografico come esercizio di street photography e racconto del quotidiano urbano, con una lettura prevalentemente descrittiva e priva di un’analisi critica approfondita sul tema del consenso. Tra queste, anche Rolling Stone Italia aveva contribuito a una narrazione che insisteva sulla dimensione estetica e di ricerca del progetto, senza mettere al centro la questione delle modalità di produzione delle immagini. In quella fase, la dimensione problematica della reiterazione del corpo femminile e dell’assenza di autorizzazione veniva in larga parte assorbita dentro una narrazione estetizzante o documentaria, che tendeva a privilegiare l’immagine rispetto alle condizioni della sua produzione.

Questo caso non arriva naturalmente in un vuoto culturale, ma dentro una storia recente di pratiche artistiche che hanno spesso interrogato lo spazio urbano, la visione e il movimento del corpo nella città, anche attraverso la tradizione della flânerie. Tuttavia, proprio oggi, questa categoria appare insufficiente a coprire le asimmetrie di sguardo e di potere che la fotografia contemporanea può attivare, soprattutto quando il corpo dell’altro diventa oggetto ricorrente di cattura visiva.
A distanza di anni, questo scarto di percezione risulta decisivo: ciò che allora poteva essere interpretato come ricerca oggi appare come un dispositivo che interroga in profondità le categorie stesse della fotografia contemporanea e i meccanismi attraverso cui il sistema culturale legittima, normalizza o rimuove questioni legate al consenso. È proprio questa asimmetria a emergere con forza nel caso in questione. Quando la produzione dell’immagine non si confronta più con il limite del consenso, la fotografia rischia di perdere la sua dimensione critica e di trasformarsi in semplice estrazione di visibilità. Non più uno sguardo che interroga il reale, ma uno sguardo che lo consuma.
Da qui la domanda che attraversa tutto il dibattito: se questa è fotografia, dove si colloca oggi il limite della responsabilità dello sguardo?


