All’Accademia di San Luca un convegno sulla cultura come valore longevo nel tempo

Dalla richiesta di riapertura del Globe Theatre al valore della formazione nelle carceri, il convegno romano ha messo in luce il ruolo della cultura come investimento di lungo periodo

La cultura è un’infrastruttura dello sviluppo della società. Se ne è discusso nel convegno Cultura, leva per una crescita sostenibile, ospitato dall’Accademia Nazionale di San Luca e promosso da ANSPC – Associazione Nazionale per lo Studio dei Problemi del Credito, in collaborazione con la Fondazione Silvano Toti. Un confronto che ha intrecciato prospettive economiche, sociali e umanistiche, restituendo un’immagine della cultura non come elemento accessorio della vita pubblica, ma come fattore determinante nella costruzione del benessere collettivo.

Ad aprire i lavori è stato il presidente dell’ANSPC, Ercole P. Pellicanò, che ha richiamato il valore strategico degli investimenti culturali e il ruolo che essi svolgono nella crescita delle comunità. Nel suo intervento ha anche rivolto un appello affinché il Globe Theatre di Villa Borghese possa riaprire in condizioni di piena sicurezza e tornare a essere un presidio culturale per la città. Un invito raccolto dalla Fondazione Silvano Toti, da sempre impegnata nel sostegno alle attività culturali romane.

Il presidente della Fondazione ha ricordato come l’ente sostenga da oltre vent’anni progetti culturali, con particolare attenzione alla capitale. Soffermandosi proprio sull’esperienza del Globe Theatre, ha sottolineato come la struttura, nel periodo della direzione artistica di Gigi Proietti, abbia rappresentato un importante motore occupazionale e formativo, coinvolgendo centinaia di professionisti dello spettacolo e migliaia di studenti. Da qui l’auspicio che il teatro possa presto essere restituito ai cittadini romani.

A coordinare la prima sessione, dedicata a Cultura e arte, è stato Claudio Strinati, direttore dell’Accademia Nazionale di San Luca. «Il tema della cultura è dibattuto da secoli e questo luogo è deputato a questa tipologia di incontri», ha osservato, sottolineando come il concetto stesso di cultura possa essere interpretato da molteplici punti di vista. «Se dal punto di vista teoretico il ruolo della cultura è stato proclamato in ogni società come ricchezza, ricorre sempre la parola valore, basilare nella dottrina economica e anche in quella umanistica». Una riflessione che conduce a una domanda fondamentale: «La cultura a cosa serve? Dovrebbe servire a creare benessere». E la risposta, secondo Strinati, è chiara: gli elementi infrastrutturali della cultura contemporanea sono oggi un veicolo concreto di benessere.

Sul rapporto tra patrimonio culturale, rischio e futuro si è soffermato Angelo Doni, Group Chief Public and Institutional Affairs Officer di Reale Group. Richiamando il tema della cosiddetta “cultura del rischio”, Doni ha evidenziato il ritardo europeo in alcuni ambiti strategici, dall’intelligenza artificiale all’alfabetizzazione finanziaria, ricordando come l’Italia occupi posizioni arretrate nelle classifiche internazionali dedicate a quest’ultima. Allo stesso tempo ha ribadito l’importanza di tutelare ciò che il Paese ha costruito nel corso dei secoli, citando tra le iniziative del gruppo assicurativo la valorizzazione della propria storia attraverso un percorso museale dedicato a oltre duecento anni di comunicazione aziendale.

Uno degli interventi più articolati è stato quello di Paola Dubini, docente di Management all’Università Bocconi, che ha ricondotto il dibattito all’Agenda 2030 e al tema della creazione di valore. «Mi sembra che in questi anni, da quando abbiamo cominciato a parlare di Agenda 2030 e quindi di sviluppo sostenibile, abbiamo sdoganato l’idea che la cultura crei valore anche economico». Un fenomeno tutt’altro che nuovo, ha spiegato la studiosa, ricordando come nel passato gli investimenti culturali fossero spesso legati a strategie di prestigio, potere e diplomazia. Il Duomo di Milano, esempio emblematico, testimonia ancora oggi la visione politica e culturale dei Visconti.

La specificità della cultura risiede però nella sua capacità di generare valore nel lungo periodo. «È un valore che, quando si crea, è longevo», ha affermato Dubini, sottolineando come esso dipenda anche dalla lungimiranza di chi lo custodisce e lo sviluppa. Da questa prospettiva, la cultura diventa una componente fondamentale delle trasformazioni territoriali e del turismo contemporaneo. «Siamo tutti turisti», ha osservato, invitando però a distinguere tra forme di consumo superficiale e modelli di appartenenza più profondi, capaci di generare relazioni durature con i luoghi. Il caso di Rimini, che sta ripensando il proprio modello di sviluppo attraverso la programmazione culturale e la candidatura a Capitale italiana della Cultura, rappresenta in questo senso un laboratorio particolarmente significativo. «La cultura ci mette in relazione con i luoghi, con il tempo e con le persone con cui condividiamo il presente».

Il rapporto tra cultura, istruzione e inclusione sociale è stato invece al centro dell’intervento di Marina Formica, docente di Storia Moderna all’Università di Roma Tor Vergata. «Quando le istituzioni finanziano la cultura e la formazione gettano le fondamenta della società del futuro», ha dichiarato. Particolarmente intensa la riflessione sul sistema carcerario, definito «un banco di prova per la democrazia, perché è lo specchio impietoso della società». Richiamando l’articolo 27 della Costituzione e il principio della funzione rieducativa della pena, Formica ha ricordato come i percorsi di studio riducano drasticamente il tasso di recidiva. «Investire nella cultura non è filantropia da anime belle, ma prevenzione della criminalità». L’esperienza avviata oltre vent’anni fa dall’Università di Tor Vergata negli istituti penitenziari ha mostrato come la formazione possa diventare uno strumento concreto di reinserimento e responsabilizzazione. «La cultura in carcere è la fedeltà dello Stato ai propri principi». E ancora: «La sicurezza democratica non si misura dal numero di lucchetti, ma dalle opportunità che si aprono».

A collegare il tema culturale alle grandi sfide globali è stata Simonetta Giordani, segretario generale di Civita. Ripercorrendo il percorso che dall’enciclica Laudato si’ conduce agli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, Giordani ha evidenziato il ruolo crescente della cultura come spazio di incontro tra pubblico e privato. «La comunicazione deve cambiare segno, perché le sfide si sono complicate», ha osservato, denunciando il ritorno di una logica geopolitica dominata dalla forza e dall’hard power. Per questo, ha sostenuto, è necessario tornare a investire nel soft power, nella capacità di costruire relazioni, visioni e immaginari condivisi. «Il capitale umano italiano e mediterraneo è considerato il migliore», ha ricordato, evocando il Mediterraneo come «bacino della civiltà». La cultura non rappresenta una soluzione automatica ai conflitti contemporanei, ma può formare individui più aperti al cambiamento, alla contaminazione e al pensiero laterale. «Oltre a essere un’infrastruttura di salute».

A portare la testimonianza del sistema bancario è stato Francesco Manganaro, direttore generale della BCC dei Castelli Romani e Tuscolo, che ha ricordato come storicamente le banche abbiano svolto un ruolo rilevante nella conservazione del patrimonio artistico, attraverso collezioni, restauri e interventi di recupero architettonico. Un impegno che, pur mutando nel tempo, continua a rappresentare una delle forme più significative di responsabilità sociale del settore.

La seconda sessione, dedicata a Cultura e crescita, ha ampliato ulteriormente la riflessione coinvolgendo economisti, rappresentanti delle imprese e operatori culturali. Tra gli interventi più significativi quello di Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Associazione Italiana Editori, che ha presentato dati incoraggianti sul rapporto tra giovani e lettura. Le nuove generazioni, ha evidenziato, mostrano livelli di frequentazione dei libri superiori a quelli di molte fasce adulte della popolazione. Un risultato che conferma la centralità della scuola e delle politiche educative nel costruire cittadini culturalmente consapevoli e nel rafforzare l’intera filiera editoriale.

Particolarmente interessante anche il contributo di Barbara Tagliaferri, Head of Arts & Culture di Deloitte. La manager ha raccontato come il gruppo abbia scelto di investire in maniera strutturale nella cultura, anche attraverso un dipartimento dedicato alle arti. Un impegno che si riflette nella composizione stessa dell’azienda, dove circa la metà dei dipendenti in Italia ha meno di trent’anni. Tra i progetti più significativi figura la trasformazione di una chiesa sconsacrata nel centro di Milano in uno spazio espositivo e di ricerca, destinato ad aprirsi sempre più al pubblico e a diventare un luogo di incontro tra impresa, creatività e produzione culturale.

La seconda sessione ha ulteriormente ampliato il dibattito sul rapporto tra cultura, economia e sostenibilità grazie agli interventi di Salvatore Rossi, economista e divulgatore, che ha coordinato i lavori, Antonella Baldino, amministratore delegato dell’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale, Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), Marcello Messori, economista, e Francesco Rutelli, presidente del Soft Power Club. Da prospettive differenti, i relatori hanno evidenziato come la cultura rappresenti oggi un fattore essenziale per la competitività dei territori, la qualità del capitale umano e la capacità di affrontare le grandi transizioni economiche, ambientali e sociali. Un confronto che ha confermato la necessità di considerare gli investimenti culturali non come una voce accessoria della spesa pubblica e privata, ma come una componente strutturale delle strategie di sviluppo.

Le conclusioni sono state affidate a Gianni Letta, che ha raccolto e rilanciato il filo conduttore dell’intera giornata: la cultura come investimento strategico, capace di produrre valore economico, coesione sociale e visione civile. Un patrimonio immateriale che, proprio perché genera effetti duraturi nel tempo, continua a rappresentare una delle risorse più preziose per affrontare le trasformazioni del presente.